Economia

Ecco le (non esaltanti) convergenze parallele tra M5s e Pd sul fisco. Il commento di Polillo

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I punti programmatici indicati dal Pd per un potenziale governo con il Movimento 5 Stelle visti e commentati da Gianfranco Polillo

 

Chissà se la vecchia saggezza popolare, che si esprime negli antichi proverbi, potrà dimostrarsi ancora una volta confermata. Certo l’ipotesi che “al peggio non c’è mai fine” è un brivido che corre lungo la schiena. Con il senno del poi, il governo giallo-verde, pur essendo un’amalgama mal riuscita, poteva rappresentare un punto d’equilibrio. Da un lato i teorici del Pil; dall’altro gli esponenti della decrescita felice. Dal prevalere di una di queste opposte tendenze poteva derivare un compromesso accettabile. Creare più Pil ed, al tempo stesso, redistribuirlo in una forma accettabile.

Ai futuri storici spetterà il compito di misurare, con il bilancino, torti e reciproche ragioni. Nell’immediato il problema è, al tempo stesso, più semplice e drammatico. Il polo dialettico di questa contraddizione non esiste più. È stato eliminato in radice. Non ci sarà più, almeno nella sponda governativa, chi cercherà di far marciare le cose per creare maggior benessere. Vi sarà solo chi si adopererà nel ritagliare una torta sempre più piccola per redistribuirne le briciole.

Nei cinque punti programmatici, indicati dal Pd, la parola “sviluppo” è stata semplicemente dimenticata. Si parla di Europa, nella sua dimensione mitologica. Dimentichi che stare in un’organizzazione sovranazionale non significa non fare la propria parte per rivendicare le proprie buone ragioni. Ci si dovrebbe comportare come quei soci di una qualsiasi società che non rinunciano a far valere i propri diritti, specie se ampiamente giustificati, di fronte alla prepotenza dei soci di maggioranza. Specie se questi, come nel caso dell’asse franco- tedesco, hanno fatto cartello.

Sul tema della rappresentatività, non si può che essere d’accordo. Le tesi della democrazia diretta, il più delle volte, sono state solo l’anticamera di una svolta giacobina. Ma come la si mette, allora, con quell’atteggiamento più generale contro la cosiddetta “casta”? Secondo il quale chiunque abbia svolto un ruolo in passato, solo per questo deve essere punito. Lo si è visto chiaramente nell’accanimento contro pensionati, il cui torto è stato solo quello di aver dedicato un’intera vita al lavoro, di aver rispettato le leggi in vigore. Ma proprio per questo essere trattati – parole di Di Maio – come “parassiti”.

Su ambiente ed immigrazione i punti proposti non sono una novità. Difficile pensare che Marco Minniti, e non Matteo Salvini, possa dormire sogni tranquilli. Con ogni probabilità gli sbarchi riprenderanno come in passato, avendo le Ong vinto la loro battaglia. Ed imposto all’Italia la loro politica. Prevarrà un solidarismo “senza se e senza ma”. Che si accompagnerà alla successiva incapacità di poterne gestire i relativi flussi, alimentando un malessere sociale sempre più diffuso: destinato ad esacerbare soprattutto gli animi della povera gente. Visto che i ricchi sono in grado di difendersi da soli, e far fronte alle eventuali invasioni di campo.

Ma l’aspetto ancor più problematico, se così si può dire, riguarda proprio quell’accenno solenne al tema della “redistribuzione”. Problema cruciale delle moderne società, nell’epoca della globalizzazione. La cui soluzione, tuttavia, è strettamente intrecciata a quello della crescita economica, in un rapporto di causa ed effetto. Se c’è crescita, ci può essere redistribuzione. Altrimenti, come diceva Deng Xiaoping, il grande artefice della Cina moderna, c’è solo “amministrazione della miseria”.

Ebbene siamo invece di fronte ad una parola – “sviluppo“ – maledetta. Di cui fa paura la semplice evocazione. La si dà per presupposto: nemmeno fosse Venere che nasce dalla spuma del mare. Ma non è così. La crescita di un Paese è frutto dell’impegno individuale, della libertà d’intrapresa, non oppressa da inutili vincoli burocratici, di un fisco equilibrato che non sottrae ricchezza per gettarla nel grande mare dell’inefficienza amministrativa. Potremmo continuare. Ma non serve. È solo un richiamo retorico, che mostra il lato oscuro della forza. E fa emergere il volto emaciato di un assistenzialismo peloso, che rischia di colpire al cuore una Nazione già stressata.

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