Economia

Ecco le amare verità dell’Istat sull’Italia

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istat

Il rapporto Istat sulla situazione economica dell’Italia letto e analizzato da Gianfranco Polillo

 

L’ultimo rapporto Istat sulla situazione economica del Paese (2019) andrebbe letto e meditato. Non solo e non tanto per avere consapevolezza delle nubi che si addensano sull’orizzonte. Purtroppo la prospettiva non sarà “bellissima”, come aveva preconizzato il Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, in uno slancio di ingiustificato ottimismo. Al contrario, il futuro prossimo venturo sarà tutt’altro che roseo. Cosa che gli italiani avevano, in larga misura anticipato, penalizzando duramente i 5 stelle. Quella loro dimostrata incapacità di misurarsi con la difficile arte del buon governo. Altro che “rinnovamento”. Al momento è pura regressione. Come dimostra il confronto tra quanto avvenuto nel 2017 ed il rinculo produttivo dell’anno della svolta politica in Italia.

Impietosamente l’Istat ci ricorda le cifre principali. ”La decelerazione della nostra economia nel 2018 – fa notare il suo presidente, Gian Carlo Blangiardo – è stata determinata, oltre che dal contributo negativo della domanda estera netta (-0,1 punti percentuali, da +0,3 nel 2017), dall’attenuarsi della dinamica dei consumi che, condizionati dalla debolezza del potere d’acquisto delle famiglie, hanno fornito un contributo alla crescita del Pil sostanzialmente dimezzato rispetto all’anno precedente (+0,4 punti percentuali da +0,9 nel 2017). Nella parte finale dell’anno, la riduzione della propensione al risparmio ha quanto meno contribuito a contenerne gli effetti negativi”. Poteva, quindi, andare peggio, se le famiglie non avessero provveduto ad intaccare i risparmi accumulati negli anni precedenti. Magra soddisfazione.

Ancora peggiori le prospettive per il 2019. “Va preso atto – aggiunge – che verso la fine del 2018 e all’inizio del 2019 il clima di fiducia dei consumatori è peggiorato significativamente, con valutazioni più pessimistiche diffuse a tutte le componenti”. Un piccolo miglioramento delle aspettative ha fatto capolino nel mese di maggio. Ma è troppo presto per parlare di “un’inversione” di tendenza, che pure il Presidente dell’Istat, auspica in modo scaramantico. Le previsioni dell’Istituto parlano di un possibile tasso di crescita dello “0,3 per cento, in decelerazione rispetto all’anno precedente. I consumi delle famiglie, seppure in marginale rallentamento rispetto al 2018, costituiranno il principale sostegno alla crescita. Viceversa, l’attività di investimento sembrerebbe destinata a decelerare in termini significativi a causa della persistente incertezza che grava sul quadro macroeconomico nazionale e internazionale”. Una piccola Caporetto, che potrebbe dimostrarsi ancora più grave: considerato che l’unico motore, che in questi anni ha guidato la crescita italiana, si è fermato. “Si prevede” infatti “che il rallentamento di esportazioni e importazioni in volume determini un contributo nullo della domanda estera netta alla crescita”.

Fin qui storie di ordinaria follia, in una congiuntura negativa più volte analizzata ed osservata. Destinata a far crescere il divario con gli altri partner dell’Unione. Nel volume, ma non nello speech del Presidente, si conferma, infatti “l’aumento del divario rispetto all’area dell’euro che si era invece ridotto nei due anni precedenti”. Nessuna scusa quindi per i cattivi andamenti del commercio internazionale. Le spinte protezionistiche fanno male a tutti. Ma in Italia è come se piovesse sul bagnato, determinando una miscela che trascina verso il basso l’economia e la società. La società: attenzione. Questo è forse il contributo più significativo dell’analisi condotta.

Dieci anni di crisi (2008-2018) hanno scavato un solco profondo. Non siamo solo un Paese che produce poco. Che ha visto restringersi le basi del suo sviluppo, ormai concentrato solo su una piccola parte del suo territorio. Quel triangolo, i cui vertici sono rappresentati da Milano, Bologna e Treviso, mentre tutto il resto è più o meno abbandonato a sé stesso. Come mostrano tutte le analisi territoriali, sulle quali ci siamo più volte soffermati. Frutto di quella filosofia che vede nel traino esclusivo delle esportazioni l’unica possibilità di salvezza. Ed allora perché meravigliarsi, se ad avvantaggiarsi sono solo quelle regioni che hanno il vantaggio della prossimità con i grandi mercati esteri. Dove un popolo di ex operai della grande industria è riuscito a costruire piccole imprese che hanno, poi, avuto la forza di partecipare, seppure in posizioni di nicchia, nelle grandi filiere internazionali.

La logica di un modello export-led è il processo cumulativo di sviluppo. Attira capitali: pochi per la verità rispetto al risparmio disponibile riflesso del forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Alimenta flussi di immigrazione interna, come avveniva nella Torino di “Rocco ed i suoi fratelli”. Quel grande film di Luchino Visconti. I più fortunati. Per tanti altri non resta che la fuga verso l’estero ed un incerto destino. “Il saldo migratorio con l’estero degli italiani – dice l’Istat – è sempre negativo dal 2008 e ha prodotto una perdita netta di circa 420 mila residenti in dieci anni”. Ma non è questo l’aspetto più preoccupante. “Dal 2008 al 2018, la flessione demografica in Italia ha subito un’accelerazione, segnando nel 2017 un saldo naturale negativo record (-191 mila unità, confermato dalla stima di -187 mila del 2018)”. E’ come se fossimo in una guerra, seppur non dichiarata. In cui le vittime solo coloro che potrebbero nascere ed invece non vengono alla luce.

Ed ecco allora il volto più tragico della lunga crisi. Mettere al mondo un figlio significa credere nel futuro del proprio Paese. Ma se le prospettive sono incerte, se la fiducia una merce rara, meglio rinunciarvi. Si rischia di mettere al mondo dei possibili infelici. Questo è il dato di fondo che troppo spesso si trascura, trovando alibi nelle carenze, che pure esistono, nelle politiche a favore della famiglia. Ma si possono costruire cento asili nidi e proteggere ancor di più la donna che lavora, ma se non si inverte quel trend di fondo si affronta il problema dalla sponda sbagliata. Non cala, infatti solo il tasso di natalità degli italiani. Ai quali si potrebbe imputare un eccesso di edonismo individualista. Sono gli stessi immigrati – culture e tradizioni completamente diverse – che li seguono a ruota. Segno di un’incertezza profonda calata sull’intero Paese, che durerà fin quando non ci sarà la svolta necessaria. In grado di incidere sul sentimento collettivo.

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