Economia

Ecco gli Stati che in Europa non frenano il contagio economico da Covid-19

di

recovery fund

I tre schieramenti di Stati nell’Ue rispetto alla risposta da imprimere contro il contagio economico da Covid-19. Il commento di Gianfranco Polillo

Le guerre – l’esempio del Vietnam insegna – si vincono o si perdono soprattutto grazie alla tenuta del fronte interno. La più forte potenza di tutti i tempi, gli Stati Uniti, furono costretti alla pace da una rivolta morale di milioni di giovani che, non volendo morire nelle giungle del Sud est asiatico, costrinsero l’establishment a quel grande passo. Forse l’unica volta, nella giovane storia di quel Paese. In Italia sta accadendo qualcosa di simile. Un Paese completamente unito: dai vertici istituzionali – il bel discorso di Sergio Mattarella – ai partiti politici, maggioranza ed opposizione, soprattutto dal comune sentire di milioni di persone. Che non capiscono le resistenze poste da alcuni alla necessità di compiere uno sforzo comune per uscire dalla “più grave crisi di questo dopoguerra”: secondo le indicazioni della stessa Angela Merkel.

E che sia solo una minoranza a voler rifiutare di fare ciò che andrebbe fatto è dimostrato dai numeri. Com’è noto, esiste un fronte largo rappresentato da ben 9 Paesi (Francia, Italia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, Grecia, Portogallo e Slovenia). Ed un piccolo club (Olanda, Germania, Austria e Finlandia) del “gran rifiuto”. La rimanente parte (Svezia, Slovenia, Malta, Lituania, Lettonia ed Estonia) non si pronuncia. La maggioranza dei Paesi dell’Eurozona si è quindi dichiarata a favore di un intervento comune. Le modalità andranno ancora studiate per tener conto delle possibili obiezioni e dell’esigenza di rispettare il criterio dell’unanimità. Che non può, tuttavia, arrivare fino al punto da negare i diritti della maggioranza.

Si potrebbe eccepire contando, per così dire, gli astenuti. Ma è difficile arruolarli tutti nel fronte del No. Basterebbe una semplice defezione per riprodurre un rapporto di 10 a 9. Tanto più che la maggioranza, che si è prodotta, non è solo numerica. Il reddito complessivo dei nove Paesi è pari al 55 per cento dell’Eurozona, contro il 40 per cento dei “frugali”: secondo la definizione assunta dal fronte del Nord. Un residuo 5 per cento – percentuale significativa per la sua scarsa rilevanza – è prodotto dai 6 astenuti. Sul fronte della popolazione i rapporti sono ancora più squilibrati a favore dei primi. Nei Paesi del blocco mediterraneo esteso a Francia, Lussemburgo, Belgio e Irlanda, vive il 62 per cento della popolazione dell’Eurozona, contro poco più della metà (33 per cento) degli oppositori. Logica vorrebbe che di questi elementi si tenesse debito conto.

Se poi si vuole ancora giocare con i numeri è bene far ricorso alla memoria. Negli anni ’80, il tasso di crescita dell’economia italiana era superiore di circa un 20 per cento a quello delle Repubblica federale tedesca. Con la caduta del muro, l’inversione fu immediata. All’inizio, in qualche modo contenuta, ma poi con un ritmo quasi esplosivo. Dal 1989 al 2002 (nascita dell’euro) il rapporto tra i due Paesi fu semplicemente invertito. Con una differenza di circa il 30 per cento a favore della nuova Germania. Ma dopo l’avvio della moneta unica, mentre il tasso di crescita tedesco sarà pari, in media, all’1,25 per cento fino al 2019, quello italiano solo allo 0,13 per cento. Dati che tengono conto della grande crisi del 2007.

Per quanto questi dati siano rozzi, forniscono pur tuttavia un’idea dei possibili vantaggi e svantaggi comparati legati allo sviluppo dell’Europa. Nel 2018 il surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Germania e dei suoi più stretti alleati (Austria ed Olanda) è stato pari a 327 miliardi di dollari, secondo i calcoli della stessa Commissione europea. Quello del complesso degli altri Paesi, riuniti intorno a Francia ed Italia, pari a poco più di un quinto (74 miliardi di dollari). Il che dà l’esatta percezione dei differenti interessi, considerato che per entrambi gli schieramenti più del 67 per cento delle esportazioni è frutto dello scambio intraeuropeo.

Mettere in discussione tutto ciò, in omaggio a paure non motivate (gli italiani o i francesi spendaccioni e quindi non affidabili) è solo una grande fesseria. Sarebbero proprio i Paesi più interessati a mantenere quello status quo, che consente loro enormi vantaggi relativi, a strozzare la gallina dalle uova d’oro. Il che sarebbe anche comprensibile se gli italiani, ad esempio (meglio parlare solo di noi), avessero dato qualche fregatura in tutti questi anni. Il monito forte del Presidente della repubblica. Ma così non è stato. L’Italia ha contratto un debito abnorme, stando ai parametri di Maastricht, ma almeno finora nessuno ci ha rimesso un solo centesimo. Gli interessi sono stati sempre pagati. I titoli rimborsati alla scadenza.

Che vi sia stata una situazione di stress è indubbio. Ma essa non ha penalizzato gli altri. Li ha invece favoriti. Se il bund tedesco è divenuto quel “safe bond”, che non si vuol creare su basi europee, questo lo si deve anche all’eccessiva esposizione di Paesi come l’Italia, ma con l’aggiunta di Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e via dicendo. Per l’economia tedesca – diciamo la verità – è stata manna piovuta dal cielo, visto che ha consentito il finanziamento di ogni attività economica a tasso d’interesse negativo. Quindi non ci si atteggi a verginelle. Solo per nascondere un misto di interessi da difendere e qualche pregiudizio da conservare.

Italiani: spaghetti e mandolino. Chi insiste in questo stereotipo non ha capito nulla di questa crisi. E purtroppo le conseguenze si vedono nei rispettivi Paesi. L’impegno mostrato nell’affrontare la pestilenza, la generosità di tutti coloro che sono in prima linea, la reazione di massa composta e responsabile di un intero popolo dovrebbe far riflettere. Nel momento del bisogno più grave, gli italiani hanno dimostrato di essere più vicini alla figura di Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca: i personaggi della Grande Guerra, del film di Monicelli, che di Pulcinella ed Arlecchino. Che Angela Merkel, quindi, batta un colpo. Alla fine di una lunga carriera, la storia la giudicherà soprattutto per quello che saprà fare in questi ultimi giorni.

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