Economia

Ecco gli Stati che frenano in Europa sulle salutari misure economiche anti Covid-19

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reddito universale

Mes e non solo anti Covid-19: da un lato Germania, Olanda e Finlandia, dall’altro Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Con la Francia pronta a mediare a favore dello schieramento Sud. L’analisi di Gianfranco Polillo

Non sarà facile al presidente del consiglio, Giuseppe Conte, conquistare l’ambito trofeo di un Mes confezionato ad uso e consumo delle esigenze italiane. Dovrà combattere una duplice battaglia: sul fronte interno e nei confronti dei granitici e ringhiosi partner del nord Europa. Gli stessi che avevano contribuito a preparare quel pacchetto di proposte, affidato alle mani di Christine Lagarde, e poi esploso in modo clamoroso.

Sul fronte interno dovrà recarsi a Canossa. Subire l’onta pubblica di una sconfessione. Aveva cavalcato la tesi della “logica di pacchetto”. Il Mes, “ma anche” l’Unione bancaria, con l’assicurazione europea sui depositi, ed un nuovo budget per venire incontro ai Paesi rimasti indietro. Si trova, invece — maledetto coronavirus — in sella ad un ronzino. Che una maggioranza parlamentare trasversale è pronta a bastonare.

Gli si potrebbe suggerire di girare a largo, come in parte si fece con il “bail in”. Si discuta nelle segrete stanze di Bruxelles e, una volta firmato, si aspetti di vedere l’effetto che fa. Non sarebbe né la prima né l’ultima volta. Ma è difficile si possa continuare a far finta di nulla. L’intoppo è dato soprattutto dall’articolo 5 della legge 234 del 2012: “Il Governo informa tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi tra gli Stati membri dell’Unione europea che prevedano l’introduzione o il rafforzamento di regole in materia finanziaria o monetaria o comunque producano conseguenze rilevanti sulla finanza pubblica.” Dalle forche caudine del confronto parlamentare è, quindi, difficile sfuggire.

La dislocazione delle forze in campo non è delle migliori. Gran parte, per non dire la maggioranza dei 5 stelle, non vuole nemmeno sentirne parlare. Sul Mes il Governo deve solo sparare a zero. Un po’ per preclusione ideologica, un po’ per sfiducia nei confronti dello stesso Conte: troppo attivo sul terreno della comunicazione, al punto d’aver oscurato, quasi del tutto, la presenza del Movimento. La Lega e Fratelli d’Italia sono da sempre contrari ad uno strumento che, nel suo statuto, mira a spostare l’equilibrio delle forze dalla politica — la Commissione europea — ad una nuova tecnostruttura. Inevitabilmente senza cuore.

A favore, oltre che il presidente del Consiglio, che per la verità non sa che pesci pigliare, il Pd e Forza Italia. Più incerta, ed anche meno prevedibile, la posizione di Matteo Renzi. Antonio Tajani spera di convincere Matteo Salvini, insistendo su qualcosa che, almeno per il momento, non esiste in natura. Ipotizza un Mes completamente diverso da quello pensato fino ad ora. Non più in grado di condizionare la politica economica e finanziaria di coloro che saranno costretti a richiedere il suo intervento. Ma puro erogatore di fondi per far fronte alla catastrofe del coronavirus. Tesi fatta propria dal presidente del Consiglio, con l’aggiunta di una postilla — gli eurobond — che non ha certo contributo a tranquillizzare i falchi dell’Eurozona.

L’Olanda (rapporto debito/Pil ben al di sotto del 50 per cento; surplus valutario oltre il 10 per cento del Pil) è stata la più lesta a replicare a brutto muso. L’Aia, si legge in una nota del ministro delle Finanze Wopke Hoekstra, “è impegnata ad assicurare che un’appropriata forma di condizionalità sia osservata per ciascuno strumento, come richiesto anche dal trattato sul Mes in vigore“. Tradotto per i non addetti ai lavori: nessun prestito, senza garanzia di restituzione. Che, a sua volta, presuppone una politica economica e finanziaria in grado di far fronte agli impegni contratti. Quindi sottoposta ai necessari controlli. Condizione, quest’ultima, che aveva permesso alla Corte costituzionale tedesca, nel dicembre del 2012, di non opporsi allo stesso Trattato.

Ancora più difficile la battaglia sugli eurobond. L’idea nascosta dietro le posizioni non solo italiane, (Spagna, Portogallo e mediazione francese) era quella di poter intanto utilizzare i 410 miliardi del Fondo Salva Stati, per far fronte alle maggiori spese indotte dall’epidemia. Quindi consentire al Fondo Salva Stati l’emissione di titoli di debito, in grado di aumentare la provvista finanziaria, necessaria per successivi finanziamenti. Al fine di scorporare l’inevitabile aumento del rapporto debito/Pil, connesso con l’economia di guerra, dal fardello quotidiano del rinnovo dei titoli in scadenza. Un atto di grande generosità in grado di giustificare l’esistenza stessa dell’Unione europea.

Come se ne uscirà, è difficile prevedere. In Europa lo schieramento delle forze in campo è ancora quello tradizionale. Da un lato Germania, Olanda e Finlandia, dall’altro, come si diceva, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Con la Francia pronta a mediare a favore dello schieramento Sud. Da una parte Paesi con un rapporto debito/Pil contenuto (in molti casi ben al di sotto del 60%) dall’altro Paesi con un debito prossimo o ben superiore al 100%. La stessa Francia si trova in quelle condizioni. Da un lato, quindi, Paesi che possono affrontare lo shock economico, legato al Covid-19, con relativa tranquillità. Dall’altro economie che, se lasciate sole, rischiano il default.

La posta in gioco è quindi rilevante. Si rischia qualcosa di più di un “pugno di dollari”. Ma l’idea stessa di un Europa unita. Capace, con la retorica, di far fronte “alla più grave crisi dalla Seconda guerra mondiale”. Parola di Angela Merkel. Ma pronta a scomparire nel reale momento del bisogno.

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