Economia

Ecco come norme e cavilli ostacolano la produzione di mascherine

di

Che cosa succede alla produzione di mascherine in Italia dopo il decreto del governo? L’articolo di Claudia Luise

“Abbiamo attivato l’incentivo Cura Italia, con 50 mln per chi vuole avviare la produzione nazionale di mascherine: in 10 giorni sono arrivate 350 proposte, e oggi sono state approvate le prime 14”, ha detto oggi il commissario Domenico Arcuri in conferenza stampa.

Eppure all’annuncio del commissario fanno da contraltare mugugni e problemi sollevati da esperti e addetti ai lavori. Ecco i dettagli.

IL TWEET DELL’IMPRENDITORE

“L’Italia non morirà per il Covid-19 ma sarà annichilita dalla burocrazia”. È un grido di difficoltà e rabbia quello che arriva da Edoardo Narduzzi, imprenditore italiano che vive in Inghilterra, fondatore e presidente di Mashfrog Group, che denuncia le peripezie che le imprese devono fare per trasformare le produzioni, anche per fabbricare mascherine che servirebbero in quantità enormi, fino a circa 100 milioni al mese. “È richiesto di tutto — aggiunge — perfino la certificazione del perito”.

Narduzzi stava valutando la possibilità di riconvertire e per questo ha studiato con attenzione il decreto di otto pagine preparato dal commissario Domenico Arcuri che prevede una serie di agevolazioni per le aziende. L’ordinanza stabilisce le modalità di attribuzione di contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati per un totale di 50 milioni. Tra le clausole, la prima impone che il programma di investimenti per incrementare la disponibilità di dispositivi medici e di dispositivi di protezione individuale sia avviato successivamente al 17 marzo. I fondi del governo possono coprire una percentuale massima del 75% delle spese ammissibili (opere murarie, macchinari e sistemi informatici).

L’ITER BUROCRATICO

Ma tra le richieste obbligatorie per poter presentare domanda c’è anche una relazione da parte di un tecnico abilitato iscritto all’albo professionale, attestante la  capacità produttiva giornaliera dell’impresa ante e post investimento richiesto, la funzionalità, la pertinenza e la congruità del programma d’investimento e delle spese rispetto agli obiettivi produttivi del programma stesso, nonché le caratteristiche tecniche dei dispositivi, ivi incluso l’eventuale possesso delle certificazioni di prodotto. La relazione deve inoltre esplicitare gli eventuali adempimenti autorizzativi e la relativa tempistica di ottenimento al fine di attestare la cantierabilità del programma. E, come ulteriore vincolo, l’impegno alla messa a disposizione dei dispositivi prodotti in favore del Commissario straordinario per l’acquisizione ai valori di mercato correnti al 31 dicembre  2019.

LE POTENZIALITA’

Eppure sono centinaia le aziende che potrebbero cambiare pelle in poco tempo e sopperire alla carenza di dispositivi di protezione. Diverse decine di imprese ci sono già riuscite rapidamente ma ora sono in attesa delle necessarie certificazioni e non accederanno alle agevolazioni.

CHE COSA HA DENUNCIATO MILENA GABANELLI

Ha scritto ieri Milena Gabanelli su Data Room del Corriere della Sera: “L’articolo 15 dello stesso decreto autorizza la produzione di guanti e mascherine per uso medicale e per i lavoratori, in deroga alle norme Ce. Molte aziende, grandi e piccole, si sono attivate per la riconversione della loro attività, ma prima di partire con gli investimenti vogliono avere certezze sul fatto che nessuno contesti poi la sicurezza del prodotto. È richiesta l’autocertificazione del produttore, ma secondo quale criterio? In Germania l’autorità sanitaria ha disposto un protocollo semplificato da seguire. In Italia quaranta produttori si sono rivolti a Italcert e società che testano i materiali per avere indicazioni, le quali hanno definito una procedura semplificata che è stata inviata all’Inail e all’Istituto superiore di Sanità (Iss). Tempo previsto per la risposta: tre giorni. Inail l’ha subito bocciata: occorre seguire la procedura standard (che richiede qualche mese); l’Iss dopo dieci giorni ancora non si pronuncia. Nel mentre, le aziende che sarebbero pronte alla riconversione, sono ferme. Altre hanno iniziato la produzione, ma sono bloccate comunque dalle autorizzazioni romane”.

CAPITOLO CODICI ATECO

E poi c’è il pasticcio dei codici Ateco, la sigla alfanumerica che identifica la classificazione delle attività economiche. Se una impresa che non rientra nei codici delle “attività essenziali” previste dal governo vuole continuare ad essere aperta e produrre dispositivi di protezione deve presentare una autocertificazione al prefetto che indichi i motivi della mancata chiusura. Ma per essere davvero certi di poter proseguire, l’unica strada è chiedere alla Camera di commercio una variazione del codice Ateco. Salvo poi doverlo cambiare di nuovo quando l’emergenza sarà terminata e si riprenderanno le normali linee produttive.

LE CONTRADDIZIONI BUROCRATICHE

Contro la burocrazia che sembra un muro di gomma su cui si finisce per rimbalzare, si scaglia anche la presidente dell’ordine dei consulenti del lavoro di Torino, Luisella Fassino. “Nei giorni del lutto, dei bollettini dei morti recitati nei  telegiornali, del surreale silenzio rotto solo dall’urlo delle ambulanze, nei giorni in cui tutto si deve fermare per la salvaguardia dal contagio fra persone, il virus è passato dall’essere umano alla burocrazia già fortemente debilitata. Un passaggio incontrollato”, spiega Fassino. “Tutti noi consulenti del lavoro stiamo lavorando per restituire un po’ di respiro a quel malato, ma il complesso di vaneggianti e contraddittorie istruzioni, odiosamente anticipate da propaganda di decreti non ancora scritti, sta rendendo il lavoro sempre più complesso e in certi casi impossibile, con il rischio che i lavoratori, sospesi per decreto restino senza il promesso sostegno economico”, aggiunge ancora la consulente che denuncia come si ha a che fare con enti che “da settimane non rispondono” e che il 31 marzo gli uffici dovranno riaprire per consegnare ai lavoratori la copia cartacea dei modelli CU, la cui scadenza non è stata rinviata. E poi reputa impossibile la scadenza del 15 aprile promessa dal premier Conte per il pagamento delle casse integrazioni. “Tra questa affermazione e quello che dobbiamo fare noi c’è il mare della burocrazia, nel quale rischiamo di affogare tutti”.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati