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Ecco come l’economia italiana si riprende

Calenda

Che cosa mostrano i dati congiunturali su Pil e lavoro. L’analisi di Gianfranco Polillo

Al Fatto quotidiano la definitiva certificazione dell’Istat sul buon momento che sta traversando l’economia italiana non é piaciuta nemmeno questa volta. Il commento é stato meno acido, di qualche settimana fa: quando furono indicati, seppure in via provvisoria, gli stessi numeri, una crescita del Pil, nel secondo trimestre dell’anno, pari al 2,7 per cento. Allora si accampò la scusa che quel buon risultato altro non era che un semplice rimbalzo rispetto alla forte caduta dei mesi precedenti. Oggi il giudizio è più cauto, ma senza l’ombra di un benché minimo d’entusiasmo.

“Il dato tendenziale – questo il commento nel sottotitolo – è il più alto mai registrato dall’inizio delle attuali serie storiche, nel 1995: del resto l’Italia è il Paese europeo che lo scorso anno ha perso più terreno”. Visto che i numeri non possono essere negati, meglio sottolineare come, nel secondo trimestre del 2020, l’Italia avesse subito una caduta maggiore. Cosa che, invece, non si era verificata in Francia dove il rimbalzo è stato più forte: +18,7%. Contro il 17 per cento italiano. Ma se dal tendenziale (anno su anno) si passa al congiunturale (trimestre dopo trimestre) le riserve de Il Fatto svaniscono come neve al sole.

Quell’atteggiamento è comunque comprensibile. Ce l’hanno con il grande usurpatore. Quel Mario Draghi che ha preso il posto del miglior presidente del Consiglio che l’Italia, da De Gasperi in poi, abbia mai avuto. Soprattutto con l’autore del Conticidio, opportunamente documentato nel libro giallo di Marco Travaglio, che risponde al nome di Matteo Renzi. Quella caduta è stata un drappo rosso agitato di fronte ad un toro infuriato. Un trauma talmente profondo da alterare la stessa percezione della realtà. Il che per un quotidiano d’informazione non è proprio la via che conduce al premio Pulitzer.

Peccato! Perché dopo tanti trimestri negativi l’Italia, questa volta, può camminare a testa alta. Dismessa la vecchia maglia nera, si trova in cima delle principali classifiche internazionali. Nel primo trimestre, secondo il comparato forniti dall’Ocse, le cose non erano andate così bene. Il tasso di incremento del Pil era stato pari ad un modesto O,3 per cento. Mentre la maggior parte degli altri Paesi si collocava in territorio negativo. La Germania, ad esempio, subiva una caduta del 2 per cento, il dato francese risultava stazionario, la Spagna in flessione dello 0,4 per cento. Rispetto alla media del G7, pari allo 0,4 per cento, l’Italia – uno dei pochi Paesi europei – era solo in leggero ritardo.

Situazione migliorata e di molto nel secondo trimestre. Con l’Italia cresciuta, come detto del 2,7 per cento, anche se superata da Spagna, Olanda, Austria, Regno Unito e Portogallo. Che, tuttavia, nel primo trimestre erano andati molto peggio. I dati dell’intero semestre mostrano, pertanto, un’Italia in prima linea: testa a testa con la Gran Bretagna (3,15 per cento contro il 2,91 tricolore) e l’Austria (3,11 per cento). Meno bene va, invece, la Spagna (2,32 per cento) e la Francia che cresce poco più delle metà (1,15 per cento). Mentre la Germania è ancora in sofferenza (-0,40 per cento).

Nel valutare l’andamento del secondo trimestre dell’economia italiana, bisogna considerare anche altre variabili. Il contributo più forte alla crescita del Pil è venuto dai consumi, che, finalmente dopo un lungo periodo di astenia, sono ripartiti. Determinante il ruolo delle famiglie, che hanno contribuito a far crescere il Pil del 2,8 per cento. Frenato, tuttavia, dai minori consumi pubblici per lo 0,2 per cento.

Il contributo dell’estero (esportazioni meno importazioni) è stato più contenuto rispetto al passato, pari allo 0,3 per cento. Tuttavia l’avanzo commerciale è risultato tutt’altro che disprezzabile: pari ad oltre 13,5 miliardi. E una percentuale in relazione al Pil di oltre il 3 per cento. Non sono certo i valori del terzo trimestre dello scorso anno, quando il contributo alla crescita del Pil fu, addirittura, del 4,4 per cento, per un valore pari ad oltre 22 miliardi. Ma comunque più che positivi.

Dimostrano che, nonostante le grandi incertezze internazionali (strozzatura nell’offerta di alcune materie prima, microchip, rialzo dei prezzi e penuria di materiali) le imprese italiane riescono a mantenere le loro posizioni. In molti casi soffrendo meno dei propri concorrenti. Secondo l’Eurostat, nel secondo trimestre, la bilancia dei pagamenti italiana (partite correnti), è risultata essere ancora la terza dell’Eurozona. Dopo Germania ed all’Olanda. Non ha subito grandi variazioni rispetto al trimestre precedente, a differenza sia dell’Olanda che ha fatto vedere un notevole miglioramento; che della Germania dove, invece, si é verificata una caduta di quasi il 13 per cento.

Dati, tuttavia, che non inducano a cantar vittoria. Bisognerà aspettare settembre per vedere come butta. Se le nuvole che si intravedono all’orizzonte, sia sul fronte degli scambi commerciali che nella politica monetaria, saranno spazzate via da una brezza salutare. Nel frattempo accontentiamoci del bicchiere mezzo pieno. Soprattutto dei cambiamenti che sono intervenuti negli assetti più profondi dell’economia italiana. Dopo un lungo periodo di magra, gli investimenti sono in ripresa. Quarto trimestre con il segno positivo ai fini della crescita del Pil.

Rispetto al primo trimestre del 2019, gli investimenti complessivi sono aumentati del 6 per cento. Quasi del 10 per cento nell’edilizia abitativa e del doppio nel fabbricati non residenziali e le altre opere infrastrutturali. Meno bene l’andamento negli acquisti di macchinari, che restano stazionari, mentre in forte contrazione, i mezzi di trasporto. Qui si registra ancora una flessione di quasi il 10 per cento, a dimostrazione di quanto profonda sia la crisi dell’automotive. Elemento su cui riflettere, anche in vista degli impegni europei al 2035, rivolti a proibire la produzione di nuovi mezzi di trasporto Diesel o Benzina.

Infine un ultimo, seppur sottile, motivo di ottimismo. Il Pil del secondo trimestre è andato, come è andato, anche a causa di una forte riduzione delle scorte. Che ha determinato un abbassamento dell’asticella di circa 0,8 punti. Si può pertanto sostenere che la crescita del Pil potenziale non sia stata del 2,7, ma del 3,5 per cento. Ovviamente le scorte andranno ricostituite nei prossimi trimestri. Considerato che la variazione acquisita per l’anno in corso è pari al 4,7 per cento, al netto di quella caduta (di circa 1 punto di Pil nei quattro trimestri precedenti) è facile ipotizzare – il Fatto quotidiano non ce ne voglia – una crescita di fine anno ben superiore. Che sono poi le cifre che, per scaramanzia, si sussurrano tra coloro che si ostinano ancora a considerare Mario Draghi una risorsa per la Repubblica.

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