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Ecco come i meloniani picchiano su Credit Agricole, Vivendi e altre società francesi in Italia

Credit Agricole Meloni

Che cosa si dice e si bisbiglia ai vertici di Fratelli d’Italia sui gruppi francesi attivi in Italia, non solo Credit Agricole… L’articolo di Emanuela Rossi

 

C’è attesa per il nuovo governo a trazione Fratelli d’Italia su cui in questi giorni sta alacremente lavorando la leader del partito, Giorgia Meloni. Circolano nomi di papabili ministri dell’Economia, fra i più gettonati quelli di Fabio Panetta, direttore generale della Banca d’Italia, e di Domenico Siniscalco, già a Via XX Settembre durante il Berlusconi II e III. Se però è certo che occorra attendere per vedere chi siederà al tavolo del Cdm, a Palazzo Chigi, è possibile intanto prendere qualche appunto per capire quale sarà la strategia del nuovo esecutivo in campo economico-finanziario.

In quest’ottica non si può dimenticare la strenua difesa dell’italianità nei settori strategici del tessuto produttivo e nelle maggiori aziende nazionali, a partire da banche e assicurazioni, fatta in questi anni da importanti esponenti di Fratelli d’Italia. L’ultima qualche settimana fa quando Guido Crosetto, ex sottosegretario, co-fondatore di FdI, imprenditore e ascoltato consigliere di Meloni, è tornato sull’argomento parlando della partecipazione detenuta da Crédit Agricole Italia in Banco Bpm che potrebbe portare a una scalata di Piazza Meda da parte del gruppo francese. A Crosetto peraltro, due giorni dopo il voto, ha risposto indirettamente proprio l’amministratore delegato di Crédit Agricole Italia, Giampiero Maioli.

COS’HA DETTO L’AD MAIOLI (E LA RISPOSTA INDIRETTA A CROSETTO)

Le agenzie di stampa raccontano il ragionamento fatto da Maioli al settimo congresso nazionale della Uilca. “La nazionalità di una banca conta poco, conta di più quello che si fa per il territorio e le persone” ha affermato il manager rispondendo a chi – Crosetto – aveva dichiarato: “L’Italia ha bisogno di 2-3 grandi gruppi bancari” e in tal senso “Banco Bpm è un tassello fondamentale per la costruzione di un secondo o terzo polo italiano che possa competere con i gruppi bancari europei”.

Secondo Maioli, invece, “siamo in Europa, l’Italia è un Paese europeo, in Europa c’è il libero scambio dei capitali per fortuna. Così come le banche europee possono investire in Italia, anche per le banche italiane è legittimo investire in Europa. Da cittadino italiano sarei orgoglioso di vederle sempre più presenti nei paesi core in Europa”.

LE STILETTATE DEL CONSIGLIERE MELONIANO CROSETTO

Al Crédit Agricole qualche attenzione Crosetto l’aveva dedicata a marzo 2021. “Sta andando avanti, nel silenzio totale – scriveva su Twitter – l’Opa di Crédit Agricole su Creval. Il cda di Creval si è opposto, l’Opa è sostanzialmente a costo zero (350 mln di crediti fiscali e 400 di free capital), ma la politica italiana fa finta di non vedere l’assalto francese alla finanza”. Com’è andata a finire, è storia: il 24 aprile di quest’anno si è concluso il processo di integrazione del Credito Valtellinese nel gruppo bancario francese tramite Crédit Agricole Italia.

Più recente – risale al 13 agosto scorso – un altro tweet dell’ex sottosegretario alla Difesa nel governo Berlusconi IV: “Mentre noi perdiamo tempo a dibattere sugli strafalcioni di questo o quel politico – scriveva -, Crédit Agricole continua la sua scalata per diventare il secondo polo ‘italiano’ e per controllare tutto il risparmio gestito. Dopo Pioneer toccherà ad Anima? Il tema non è di mercato, è politico”.

Nello stesso mese, quattro anni prima, Crosetto aveva invece detto la sua – sempre su Twitter – sull’eventuale fusione fra Unicredit, allora guidata dal manager transalpino Jean-Pierre Mustier, e Sociétè Generale. “Considero la mormorata fusione di #SocGen ed #UniCredit un atto ostile nei confronti dell’Italia, al pari della guerra alla Libia. Voglio dirlo prima anche questa volta. È il risultato di una strategia nata con la scelta del CEO Mustier, francese, ‘dimesso’ da SocGen per insider”.

E ancora, pochi giorni dopo: “Lo dico perché nessuno possa avere scuse: UniCredit è persa ed entrerà nell’orbita francese, nella totale indifferenza di tutti. Ricordatevene usando non acquisterà più titoli italiani. Spero che qualche italiano almeno rilevi le sue quote di Mediobanca. Almeno quelle…”.

GLI ALLARMI DEL COPASIR DI ADOLFO URSO

Anche da parte di un altro esponente di punta di FdI, Adolfo Urso, negli ultimi anni sono emersi molti timori per una possibile espansione della presenza francese nel tessuto economico nazionale. Nell’ultima relazione del Copasir – che l’ex viceministro presiede da giugno 2021, subentrato a Raffaele Volpi – sull’attività svolta dal 1° gennaio 2021 al 9 febbraio 2022 si interviene su Tim, controllata dai francesi di Vivendi. “La realizzazione di una rete unica a controllo pubblico appare la soluzione in grado di garantire il necessario livello di sicurezza delle comunicazioni. Quindi è auspicabile che il Governo intraprenda il percorso decisionale più rapido per il perseguimento di questo obiettivo, anche al fine di evitare che distinti progetti di realizzazione di reti a banda larga, portati avanti da diversi attori di mercato, possano rendere più complessa e costosa la realizzazione di un’unica infrastruttura di rete controllata dallo Stato”. Tra i soggetti principali che operano in quest’ambito c’è proprio il gruppo Tim, attualmente sotto il controllo di Vivendi.

Pochi mesi prima, a gennaio 2021 Urso aveva presentato un’interrogazione agli allora ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri, e dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, in cui evidenziava come la fusione mettesse “a rischio il controllo pubblico della rete consegnando l’intera rete italiana ad un solo operatore, peraltro controllato da un soggetto estero e cioè Vivendi. Ciò è in contraddizione con le indicazioni che il Parlamento ha dato al Governo con più convergenti mozioni approvate tra giugno e dicembre 2020 – asseriva -, e nelle quali oltre ad auspicare un rapido completamento della rete nazionale a fibre ottiche si affermava che il controllo della società della rete unica, vista la sua importanza e strategicità, dovesse rimanere saldamente in mani italiane e sotto il controllo effettivo dello Stato”.

“Ora la banca torni a perseguire l’interesse nazionale” era stato invece il commento, affidato a Twitter, dello stesso Urso quando Mustier aveva lasciato la guida di Unicredit.

Sempre durante la permanenza al Copasir, ma in qualità di vicepresidente, Urso aveva chiarito che era “necessario alzare lo scudo sugli asset strategici e potenziare l’intelligence economica” e nei giorni precedenti aveva applaudito la decisione del governo di estendere la golden power a banche e assicurazioni. “Il sistema creditizio e finanziario sono i polmoni della nostra economia” aveva detto in un’intervista all’Huffington Post dunque occorre “permettere alla Cassa depositi e prestiti, ad Invitalia e alle Poste di costruire una diga di difesa dell’interesse nazionale, di costruire la linea del Piave”.

E ancora quand’era vicepresidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, a novembre 2020, era stata presentata una relazione annuale in cui si metteva il dito in varie “piaghe”, a partire dalle “preoccupanti notizie su possibili operazioni di fusione di UniCredit con altri players stranieri, tra cui: l’istituto tedesco Commerzbank, ovvero le banche francesi Crédit Agricole e Société Générale”. Tutte operazioni in cui si ravvisava “un rischio di particolare rilevanza per il sistema bancario e del pubblico risparmio, atteso che, oltre a pregiudicarne l’indipendenza, le stesse potrebbero determinare una forte asimmetria tra l’area di raccolta delle risorse finanziarie (Italia) e quella di impiego delle stesse (estero). Infatti, pur continuando a provenire dalle famiglie e dalle imprese italiane, le risorse raccolte da UniCredit potrebbero essere impiegate per finanziare territori e sistemi produttivi esteri”.

Pensieri non dissimili erano riservati poi al Leone di Trieste: “Il Comitato ritiene che sia di rilevanza strategica mantenere l’indipendenza di Generali, assicurata anche dal mantenimento della governance in Italia”. Il riferimento era alla possibile cessione a “gruppi assicurativi esteri, tra cui AXA, di proprietà francese”. Senza dimenticare Unicredit con “alcune iniziative apparentemente volte ad affrancare la banca dall’Italia. In tal senso potrebbero essere infatti inquadrate le operazioni di cessione di UniCredit di alcuni ‘gioielli italiani’, quali Fineco e Pioneer, ovvero la riduzione del portafoglio di BTP che, dal 2016 ad oggi, è diminuito di circa 11 miliardi di euro”.

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