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Tutte le pene green di Deutsche Bank

Dws

In Germania poliziotti e ispettori hanno fatto irruzione nella sede di Dws, società di gestione del patrimonio legata a Deutsche Bank, dopo le accuse di falsificazione delle credenziali “verdi” degli investimenti. Ecco fatti e commenti

 

Ieri gli ispettori della BaFin, l’autorità di regolazione finanziaria tedesca, hanno fatto irruzione nelle sedi della banca Deutsche Bank e della sua controllata DWS (una società di gestione patrimoniale), accusate di aver ingannato i loro clienti in merito alla “sostenibilità” di certi prodotti di investimento. Il raid a DWS ha coinvolto una cinquantina di persone in tutto, tra funzionari della BaFin e agenti della polizia federale.

DWS COLPEVOLE DI GREENWASHING?

In sostanza, le autorità tedesche vogliono indagare sulle accuse rivolte dalla stampa e da una whisteblower (cioè un individuo interno all’organizzazione che denuncia le attività illecite commesse) a DWS, che avrebbe presentato alcune opportunità di investimento come “più sostenibili” e “più verdi” (ovvero dall’impatto ambientale positivo) di quanto non fossero in realtà: è una pratica nota come greenwashing.

Come riporta Reuters, gli ispettori tedeschi hanno detto che “sono emerse prove fattuali sufficienti” che dimostrerebbero che i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG: sono i criteri che determinano la “sostenibilità” di un investimento) siano stati presi in considerazione solo in una piccola parte di investimenti, e che non siano stati presi “affatto in considerazione in un gran numero di investimenti”, contrariamente a quanto dichiarato da DWS.

LE INDAGINI DELLA BAFIN E DELLA SEC

L’anno scorso la BaFin e la sua controparte statunitense, la SEC, hanno aperto delle indagini separate sulle accuse rivolte a DWS dalla sua ex-dirigente della divisione sostenibilità, Desiree Fixler. Secondo la whisteblower, il gruppo esagerava sull’attenzione data ai criteri di sostenibilità nella gestione degli investimenti.

BNY MELLON PAGA

Le autorità di regolazione hanno preso l’impegno a contrastare le società che presentano le credenziali di sostenibilità dei loro prodotti in maniera esagerata, provando a sfruttare il grande interesse per gli investimenti ESG. Fino ad ora, tuttavia, l’applicazione pratica di questa promessa è stata scarsa. La settimana scorsa però la SEC ha annunciato che la società di investment management BNY Mellon ha pagato 1,5 milioni di dollari per chiudere il caso relativo alla distorsione dei fattori ESG in alcuni fondi gestiti.

COSA FANNO USA, UE E UK

La SEC, inoltre, ha proposto alcune modifiche regolatorie per contrastare le affermazioni infondate sui fondi ESG. Nell’Unione europea, l’autorità che vigila sui mercati sta lavorando a una definizione legale di greenwashing per aumentare l’efficacia dell’enforcement. Nel Regno Unito l’ente di regolazione sulla pubblicità sta conducendo degli accertamenti sulla banca HSBC in merito ad alcuni annunci che promuovono iniziative “verdi”.

L’ANALISI DI D’ANGERIO

Sul Sole 24 Ore Vitaliano D’Angerio, giornalista esperto di finanza sostenibile, scrive che le indagini in Germania e negli Stati Uniti su DWS diventeranno “uno spartiacque, soprattutto per le authority di vigilanza europee”: l’Unione europea ha infatti una regolazione più avanzata di quella americana, ma non possiede le stesse capacità di enforcement.

“Che fosse poi arrivato il momento di mettere un freno al marketing verde”, scrive D’Angerio, “era opinione comune nel mondo della finanza green. D’altronde i numeri parlano chiaro: ammontano a 35mila miliardi di dollari gli investimenti sostenibili in tutto il mondo (fonte Gsia) con Stati Uniti ed Europa ai primi due posti in questa speciale graduatoria”.

Di riflesso, anche il greenwashing è un fenomeno molto diffuso. Stando a un’indagine dell’anno scorso del think tank britannico InfluenceMap, su 753 fondi azionari esaminati, il 71 per cento non rispettava gli obiettivi sul clima.

Il giornalista spiega però come l’Unione europea abbia elaborato un’informativa sulla trasparenza della finanza sostenibile (la SFDR) prima ancora di classificare in maniera chiara le aziende inquinanti e non. “Ciò non toglie”, conclude, “che è vietato verniciare di verde gli strumenti finanziari anche se la confusione delle ‘etichette’, per ora, continua”.

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