Economia

Perché l’Italia non deve presentare all’Europa un Def senza il quadro programmatico

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L’analisi dell’economista Emanuele Canegrati sul prossimo Documento di economia e finanza (Def)

Nel complicato scacchiere politico che in Italia si è creato dopo le elezioni dello scorso 4 marzo, qualche giorno fa è entrata in gioco, in maniera molto incisiva, la Commissione Europea, per voce del suo vice-presidente Valdis Dombrovskis. Il falco lettone ha inviato al nostro paese un messaggio molto chiaro: il nuovo Governo, qualsiasi esso sia, dovrà mantenere gli impegni presi con la Commissione sul percorso di risanamento del deficit e del debito pubblico. Il messaggio – fin troppo facile capirlo – è un invito rivolto soprattutto agli esponenti di Lega e Movimento 5 Stelle, i due partiti che più si sono esposti in campagna elettorale nella proposizione di politiche fiscali espansive, fino a proporre un vero e proprio sforamento delle regole europee sulle finanze pubbliche, salvo poi addolcire, dopo le elezioni, le rispettive posizioni, dichiarando che i parametri europei non sono in discussione.

Alla Commissione, tuttavia, questa dichiarazione non è bastata, tanto che ha voluto ribadire, con il discorso di Dombrovskis, come gli impegni presi dal precedente governo Gentiloni, concordati con Bruxelles, non possono essere messi in discussione. Il rapporto deficit/PIL, per la Commissione, deve quindi continuare a convergere verso l’obiettivo di medio termine, rappresentato dal pareggio di bilancio strutturale. La Commissione ha così lasciato intendere che non intende rinegoziare in alcun modo gli obiettivi di finanza pubblica con l’Italia, facendo capire che difficilmente concederà altra flessibilità al nostro Paese.

L’unica apertura fatta a Roma dalla Commissione ha riguardato le tempistiche per la presentazione del Documento di Economia e Finanza (DEF), che deve essere inviato, secondo quanto stabilito dai regolamenti europei, entro il 30 aprile di ogni anno, dopo il passaggio parlamentare. La Commissione ha fatto sapere di essere disposta a concedere una proroga, causa elezioni, e di accettare la presentazione di un DEF versione “light”, comprendente il solo quadro macroeconomico e di finanza pubblica a politiche invariate, ovvero quello a legislazione vigente con, in aggiunta, le misure di politica economica già definitive, come il rifinanziamento delle missioni estere, che vale 2,5 miliardi e il rinnovo dei contratti della pubblica amministrazione, già firmato, che vale altri 2,5 miliardi. Non ha, invece, chiesto l’invio obbligatorio del quadro programmatico, quello contenente le misure di politica economica del Governo, utilizzato come base per la Legge di Bilancio. A questo riguardo, Dombrovskis ha detto che il Governo attuale può pure lasciare la presentazione del programmatico ad un Governo più politicamente legittimato che comunque, per via delle difficoltà che si stanno delineando nel quadro politico, difficilmente potrà entrare in carica prima dell’invio del DEF a Bruxelles.

Proprio su questo punto si gioca la vera partita dei conti pubblici. Un gioco sottile, di cui finora in pochi hanno capito la vera posta in palio. Presentando il solo quadro a politiche invariate, infatti, il Governo sarebbe costretto a confermare l’aumento delle aliquote Iva, già previsto dalle clausole di salvaguardia, a partire dal 1°gennaio 2019, che vale 12,4 miliardi. Sarebbe, inoltre, costretto a riconoscere che ci potrà essere una manovra correttiva da 3,5 miliardi di euro (pari allo 0,2% del PIL), quella indicata dalla Commissione Europea lo scorso novembre, per evitare l’apertura di una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, dal momento che l’Italia non ha centrato gli obiettivi di deficit concordati. Su questo versante, maldestro è stato l’intervento del Tesoro quando ha affermato che la manovra non è necessaria,poiché già contabilizzata nei saldi della Legge di Stabilità 2018. Il rischio di quella manovra esiste ancora. Le probabilità che questa dovesse essere fatta si erano ridotte quando i conti pubblici avevano registrato un leggero miglioramento per via di un tasso di crescita del Pil nel 2017 superiore al previsto. A riaccendere il rischio è stata, tuttavia, la decisione dell’Eurostat di contabilizzare nel deficit, per 4,7 miliardi, e nel debito, per 11,2 miliardi, i costi del salvataggio del sistema bancario, che hanno fatto risalire il rapporto deficit/PIL sopra il 2%, nonostante il deficit strutturale non sia stato intaccato, trattandosi di un intervento una tantum.

Nel caso il quadro programmatico non fosse presentato, il disinnesco delle clausole di salvaguardia dovrebbe essere fatto nel secondo semestre dell’anno, a ridosso dell’approvazione della Legge di Bilancio. A quel punto bisognerebbe sperare che la Commissione Europea accetti le coperture alternative indicate, che in ogni caso varrebbero per un numero di mesi residui molto ridotto, sempre ammesso che si possano trovare coperture per un tale ammontare, se si escludono quelle aleatorie derivanti dal recupero dell’evasione fiscale, poco propense ad essere accettate se si pensa al fallimento della voluntary disclosure-bis che ha provocando un ammanco di circa 1 miliardo di euro nelle casse dell’Erario. Inoltre, stando ai dati forniti dai principali istituti di previsione internazionali, la crescita nell’eurozona e in Italia dovrebbe cominciare a indebolirsi proprio nel secondo semestre del 2018, con quindi la possibilità che la Commissione si attacchi al peggiorato quadro di crescita per non accettare l’abolizione delle clausole di salvaguardia. Per questo motivo, sarebbe opportuno che il quadro programmatico, indicante le coperture necessarie per disinnescare le clausole, venga presentato entro la fine di aprile dallo stesso Governo che dovrà poi scrivere la Legge di Bilancio, in maniera da sapere già il prossimo maggio l’orientamento della Commissione. Stante la nota propensione di questa a preferire un aumento della tassazione indiretta rispetto a quella diretta, il non farlo esporrebbe l’Italia ad un rischio troppo alto di non riuscire a fare l’operazione nella concitazione che si genera ogni anno durante la redazione della manovra finanziaria.

Anche nel caso, auspicabile, in cui il programma di politica economica del governo sia presentato ad Aprile, le risorse da trovare per mantenere i conti pubblici su un sentiero virtuoso sarebbero, in ogni caso, di ammontare ingente per le finanze pubbliche del Paese. Oltre alle già citate spese indifferibili, che valgono complessivamente 5 miliardi, alla contabilizzazione della manovra correttiva (3,5 miliardi) e al disinnesco delle clausole di salvaguardia (12,4 miliardi solo per il 2019, 30 per il biennio 2019-2020), bisogna aggiungere, infatti, anche i 12 miliardi per rispettare il processo di convergenza del rapporto deficit/PIL verso l’obiettivo di medio-termine, dal momento che l’obiettivo per il 2019 è stato fissato dal Tesoro allo 0,9%. Un obiettivo certamente non facile da raggiungere, se si pensa che è basato su una crescita stimata del Pil pari all’1,5% per il 2018 e 2019, mentre le stime fornite dal Fondo Monetario Internazionale sono pari soltanto all’1,2% per il 2018 e allo 0,9% per il 2019, ovvero a un punto di Pil in meno nel biennio considerato. In totale, quindi, si parla di risorse da individuare pari a 33,4 miliardi per il solo 2019. Con questi numeri, la stance di politica fiscale tornerebbe inesorabilmente ad essere restrittiva, anziché fortemente espansiva come Lega e Movimento 5 Stelle vorrebbero. Alternative, per il momento, non sembrano però essercene, soprattutto se lo stallo politico dovesse proseguire ancora a lungo, lasciando sempre di più nelle mani europee il destino dei nostri conti pubblici.

Emanuele Canegrati
Liechtenstein Academy Foundation e membro del Comitato Scientifico, Fondazione Magna Carta

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