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Ecco come Panetta (Banca d’Italia) ha stritolato le tesi del Pd sulle reazioni ai dazi

La sentenza significativa della Corte suprema sui dazi trumpiani e il discorso del governatore della Banca d'Italia che sconfessa indirettamente le tesi del Pd sulle reazioni alla politica tariffaria degli Stati Uniti. Il commento di Cazzola

C’è un giudice a Washinton. La Corte suprema ha dichiarato l’illegittimità dei dazi di Trump, in quanto materia di competenza del Congresso. E’ una sentenza importante non solo per i suoi effetti economici, ma soprattutto perché è la prova che la ventata Maga non ha travolto l’equilibrio di poteri su cui si basa la democrazia americana. Seppure in chiave positiva, la sentenza mette in discussione un assestamento del commercio internazionale dopo la confusione determinata dalle mosse caotiche con le quali Trump aveva avviato la stagione dei dazi. È il caso, allora, di fare una pausa nei festeggiamenti e attendere le reazioni annunciate dal tycoon. La sentenza è stata accolta in Italia come una sconfitta di Giorgia Meloni in quanto sottomessa a The Donald e corresponsabile (per ripetute omissioni) dei dazi stessi.

Una vociante Elly Schlein ha chiamato in causa la premier con una punta di ironia che solo al Nazareno può essere compresa ed apprezzata: << A questo punto ci chiediamo se Meloni vorrà fare un video per attaccare i giudici americani o deciderà di difendere gli interessi nazionali. Lei sui dazi non è riuscita a dire una parola chiara e questa sua subalternità a Trump l’ha portata ad aggirare la Costituzione per il Board of Peace. Ma la subalternità di Meloni a Trump la paga, a caro prezzo, l’Italia». Sono veramente parole in libertà prive di ogni fondamento. A prescindere dal fatto che la materia dei dazi è di competenza della Ue, non risulta che Meloni abbia apprezzato l’iniziativa di Trump, essendosi limitata – saggiamente – a sostenere di fare il possibile per non infilare l’Europa in una guerra commerciale replicando colpo su colpo ai dazi di Trump. Una linea politica che alla fine ha prevalso e che ha portato Ursula von Der Leyen in Scozia ad accordarsi con Trump. Il mercato americano era troppo importante per l’Europa per potervi rinunciare; nel frattempo si è andati alla ricerca di altri mercati allo scopo di attutire gli effetti dei dazi sull’esportazioni in Usa. Come vedremo questa linea si è rivelata la più opportuna.

Oggi il Pd, prima di parlare nuovamente di dazi, farebbe bene a fare un po’ di autocritica. Antonio Misiani, responsabile economico dem, quando infuriava la battaglia sulle misure annunciate da Trump (poi rivedute e corrette), rilasciò un’intervista dove accusava Giorgia Meloni di sbagliare approccio: “Di fronte a un’aggressione economica come quella messa in campo da Trump, non si risponde con l’equidistanza. I dazi americani sono un colpo durissimo per l’industria europea e in particolare per quella italiana, già in sofferenza da più di due anni. L’arrendevolezza con il presidente USA è controproducente. Serve una risposta ferma, unitaria e compatta da parte dell’Unione Europea. E serve che il governo italiano stia dalla parte dell’Europa, non che continui a tenere il piede in due staffe per non dispiacere agli amici di Washington”. Poi Misiani proseguiva: “L’impatto sarà pesante. Parliamo di dazi universali al 30 per cento, ulteriormente maggiorati per alcuni prodotti. Nel 2024 abbiamo esportato negli USA merci per 65 miliardi, con un surplus commerciale enorme, di quasi 39 miliardi. L’interscambio con gli Stati Uniti riguarda settori strategici: agroalimentare, auto, meccanica, ceramica. Settori dove l’Italia esporta eccellenze. Per un Paese con un’economia a vocazione manifatturiera come la nostra, azzoppare le esportazioni significa colpire duramente l’occupazione e la crescita. Altro che “tempesta in un bicchiere d’acqua”, come qualcuno dalle parti di Palazzo Chigi prova a far credere. Quanto sta avvenendo sui dazi mette in evidenza la fragilità del nostro modello di sviluppo, fortemente basato sui mercati esteri, e l’incapacità del governo di costruire una risposta all’altezza. Sono passati più di tre mesi ma il piano di sostegno da 25 miliardi promesso da Giorgia Meloni è scomparso dai radar’’.

In sostanza, la colpa di Meloni è stata quella di non aver incoraggiato reazioni bellicose ai dazi di Trump nell’ambito dell’Unione. Reazioni che nei fatti nessuno auspicava se non a parole. E la linea del negoziato e della cautela si è rivelata giusta. Proprio nelle stesse ore in cui Schlein lanciava il suo ukase, il Governatore Fabio Panetta parlando a Venezia tracciava un quadro che metteva in braghe di tela le analisi del Pd.

“Nonostante l’introduzione dei dazi, nel 2025 il commercio internazionale è cresciuto del 4 per cento (l’export italiano è cresciuto del 3,3 per cento) un ritmo superiore a quello del PIL mondiale e doppio rispetto alle attese. Vi hanno contribuito – secondo Panetta – l’applicazione di dazi inferiori a quelli inizialmente annunciati e l’assenza di ritorsioni generalizzate, che hanno attenuato (come volevasi dimostrare, ndr) gli effetti sulla domanda globale. Oltre la metà dell’espansione è riconducibile al forte aumento degli scambi legati all’intelligenza artificiale. A ridurre i dazi hanno contribuito (ecco l’effetto del negoziato, ndr) le esenzioni concesse a specifici settori e prodotti, che hanno abbassato l’aliquota effettiva dal 20 al 16 per cento. L’aliquota sulle riscossioni alla frontiera è ancora più bassa (11 per cento). I dazi effettivamente riscossi – ha proseguito il Governatore – risultano inferiori a quelli previsti, soprattutto per effetto della ricomposizione delle importazioni statunitensi per prodotto e per paese di provenienza, della difficoltà di adeguamento delle procedure doganali, di questioni legali sull’applicazione delle misure e delle esenzioni’’.

Il boomerang dei dazi è rimbalzato dall’altra parte dell’Oceano. “Negli Stati Uniti, il disavanzo nel commercio di beni in rapporto al PIL è rimasto sostanzialmente invariato in presenza di fattori che hanno continuato a sostenere la dinamica delle importazioni. In base alle stime disponibili – ha aggiunto Panetta – l’onere dei dazi sarebbe finora ricaduto soprattutto sull’economia statunitense. Gli esportatori stranieri ne avrebbero sostenuto una quota limitata, stimata attorno al 10 per cento. In una prima fase l’impatto è stato assorbito dai margini di profitto delle imprese americane ; successivamente è stato trasferito in parte ai consumatori finali, che oggi ne sopporterebbero circa la metà. Nel complesso, i dazi avrebbero contribuito per più di mezzo punto percentuale all’inflazione, che rimane superiore all’obiettivo della Federal Reserve”.

Poi, nelle conclusioni, il Governatore ha ricordato l’intervento svolto nella stessa sede l’anno scorso, quando aveva richiamato l’attenzione sulle tensioni geopolitiche, allora il principale fattore di rischio per l’economia globale, in grado di incrinare non solo le filiere produttive ma l’intera architettura multilaterale. “Quelle tensioni non si sono attenuate; le fratture si sono ampliate, rendendo il contesto internazionale più instabile. Eppure, l’economia mondiale non ha rallentato: la crescita ha superato le attese e il commercio internazionale ha continuato a espandersi”. Ma in Italia la sinistra ignora la realtà quando non coincide con l’ideologia.

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