Economia

Daimler, Pirelli, Krizia, Walkie Talkie e le 678 operazioni di shopping della Cina in Europa

di

Cina - Xi Jinping

Fatti, nomi e scenari di un’inchiesta di Bloomberg sulle più recenti acquisizioni della Cina in Europa

Grattacieli nella City di Londra e a Canary Wharf, l’azienda della robotica tedesca Kuka, il gruppo irlandese del laeasing aeronautico Avolon Holdings, il costruttore svedese di automobili Volvo, il produttore svizzero di energia Addax Petroleum, le italiane Pirelli, Krizia e Ferretti che cosa hanno in comune? I proprietari cinesi. La Cina ha fatto investimenti o acquisizioni di attività per almeno 318 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni su scala globale e la sua passione per l’Europa (Gran Bretagna in primis) è ineguagliata: qui i cinesi hanno compiuto il 45% di operazioni in più che negli Stati Uniti, valutate in dollari.

A dirlo è l’ultima ricerca pubblicata da Bloomberg, che ha messo insieme i dati di 678 accordi completati o in corso di esecuzione dal 2008 al 2018 in 30 paesi del mondo con protagonisti gli investitori pubblici o privati cinesi. In Europa i deal dei cinesi valgono almeno 255 miliardi di dollari; circa 360 aziende sono state acquisite; i cinesi sono arrivati a possedere in tutto o in parte 4 aeroporti (tra cui Tolosa), 6 porti, 4 fattorie eoliche e 13 squadre di calcio (anche Inter e Milan). Le cifre sottostimano la realtà, avverte Bloomberg: dalla ricerca sono esclusi 355 merger, investimenti e joint venture (sempre in Europa) i cui termini non sono stati resi pubblici e che potrebbero valere ulteriori 13,3 miliardi di dollari. Ci sono poi operazioni greenfield o sul mercato azionario per almeno 40 miliardi di dollari (dati di American Enterprise Institute – European Council on Foreign Relations) e una quota di 9 miliardi di dollari in Daimler, capogruppo di Mercedes-Benz, acquisita da Li Shufu attraverso il gruppo automotive Geely di cui è presidente.

Il ritmo degli investimenti cinesi in Europa ha accelerato a partire dal 2014, con un tasso annuale medio superiore ai 20 miliardi di dollari; la dimensione media per deal è però scesa da quasi 740 milioni di dollari nel 2008-2009 a 290 milioni nel 2016-2017 (tolta però la maxi operazione ChemChina-Syngenta, produttore di pesticidi svizzero acquisito per 46,3 miliardi di dollari).

I settori industriali in cui i cinesi hanno investito di più dal 2008 sono la chimica (48,8 miliardi di dollari), l’energia (25,9 miliardi, tra cui l’accordo con cui nel 2013 la China National Petroleum Corp. ha sborsato 4 miliardi per una quota di minoranza nella divisione East Africa di Eni), gli immobili (23,9 miliardi), le miniere e attività estrattive (23,1 miliardi), Internet e software (15,1 miliardi), l’automotive (14,8 miliardi), la finanza (14,3 miliardi; qui Fosun International ha preso parte a uno dei maggiori accordi di privatizzazione della storia del Portogallo, comprando l’80% della divisione assicurativa di Caixa Geral de Depositos nel 2014), le utilities (13,2 miliardi), l’ambiente e le nuove energie (8,6 miliardi).

In tutto oltre 670 aziende pubbliche o private cinesi o con sede a Hong Kong (e con legami significativi con la Cina continentale) hanno investito in Europa dal 2008. Un centinaio sono imprese o fondi di investimento con sostegno statale (hanno condotto transazioni per 162 miliardi di dollari, il 63% del totale). La linea di confine tra azienda pubblica o privata è tuttavia sottile in Cina: le aziende che fanno capo a Cosco, che ha comprato il controllo del Pireo, il porto di Atene, consiste di rami privati di aziende di Stato. I quattro maggiori investitori cinesi in Europa sono comunque tutti statali: China National Chemical (58,2 miliardi di dollari in dieci anni), China Investment Corp. (fondo di investimento sovrano, 24,2 miliardi di dollari in dieci anni), Aluminum Corp. of China (14,1 miliardi), Silk Road Fund (fondo di investimento sovrano connesso con la nuova Via della seta cinese, 10,5 miliardi). Seguono il colosso hitech privato Tencent Holdings (9,9 miliardi) e altre due imprese statali, China Petrochemical Corp. (8,8 miliardi) e China Cinda Asset Management (8,6 miliardi). I maggiori investitori privati dopo Tencent sono Fosun International (7,8 miliardi) e HNA Group (6,4 miliardi).

Più della metà del totale degli investimenti noti è concentrato nelle cinque maggiori economie europee, con il Regno Unito in testa, dove i cinesi hanno preso parte a transazioni per un valore di 70 miliardi di dollari: Bloomberg parla di una vera “fissazione per Londra” nell’acquisto di immobili per uso commerciale. La Gran Bretagna ha posto dei limiti all’avanzata dei compratori dalla Cina continentale e ora la maggior parte arriva da Hong Kong (l’anno scorso il colosso alimentare di Hong Kong Lee Kum Kee ha pagato il recordo di 1,28 miliardi di sterine per il grattacielo noto come Walkie Talkie, a Fenchurch Street).

Anche in Germania lo shopping cinese è aggressivo (193 imprese acquisite o partecipate da investitori cinesi dal 2010 al luglio dello scorso anno, dati dell’Istituto economico di Colonia), tanto da cominciare a impensiere politici, industriali e media tedeschi. Germania, Francia e Italia sono i primi paesi europei ad aver chiesto alla Commissione europea di studiare un freno a livello Ue alla conquista cinese, ma i paesi della cosiddetta “periferia” si oppongono, temendo l’impatto sull’attrattività verso i capitali esteri.

L’Italia, tra il 2000 e il 2016, si è posizionata al terzo posto tra le destinazioni degli investitori cinesi in Europa –  a quota 12,8 miliardi di euro – dietro la Gran Bretagna (a 23,6 miliardi) e la Germania (18,8 miliardi), secondo dati dell’Università Ca’ Foscari Venezia. ChemChina che ha comprato nel 2015 il 65% di Pirelli (ha allentato il controllo sull’azienda degli pneumatici per spianare la strada al rientro di Pirelli in Borsa) è stata una delle operazioni più discusse anche sui media, ma la lista dello shopping cinese in Italia è lunga e include Ferretti (yatch), Krizia (e altri marchi della moda), Salov (olio d’oliva), Buccellati (alta gioielleria) Permasteelisa (costruzioni) e altri, passati a nuovi soci unici o di maggioranza cinesi. Ci sono inoltre le operazioni sulle blue chip italiane come Generali, Telecom Italia, Eni, Enel, Fiat e Prysmian, dove la  People’s Bank of China oggi detiene almeno il 2% delle azioni.

Nel prossimo futuro lo shopping dei cinesi non conoscerà soste: finché l’Europa non deciderà di imporre severi vincoli, gli investitori d’estremo oriente tenteranno di mettere a segno decine di operazioni. Tra quelle per le quali hanno già espresso interesse Bloomberg cita la costruzione di reattori nucleari in Romania e Bulgaria, l’acquisizione di un terminal per container in Croazia, la realizzazione di un porto in Svezia, il takeover della casa automobilistica ceca Skoda e di un produttore irlandese di petrolio e gas, investimenti nella francese Compagnie des Alpes (ski-lift) e in una utility elettrica tedesca, nonché il finanziamento di un collegamento ferroviario tra Budapest e Belgrado.

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