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Cosa succederà in Generali

Orcel rafforza la presa su Generali mentre Delfin si riorganizza e Mps controlla il 13% via Mediobanca. Sullo sfondo il risiko: possibile cessione della quota per l’asse con Banco Bpm (smentita da Siena) e ritorno dell’opzione Intesa

Cosa succederà in Generali? La domanda circola da settimane nei palazzi della finanza e ieri ha preso ancora più corpo. All’assemblea del Leone, Unicredit si è presentata con una quota salita all’8,7%, diventando il terzo azionista e superando Francesco Gaetano Caltagirone. Un movimento che, ufficialmente, resta “finanziario”, ma che lascia pensare che Andrea Orcel voglia stare dentro la partita.

ORCEL SALE E SI POSIZIONA NEL NUOVO EQUILIBRIO

La mossa non è estemporanea. Come rileva la Stampa, Unicredit ha costruito la posizione nel tempo, anche attraverso derivati, per poi consolidarla in azioni portando l’investimento a circa 1,2 miliardi. Non solo: la quota è stata rafforzata proprio mentre si ridefinivano gli equilibri tra Siena e Milano, con Mps che, dopo la vittoria di Lovaglio, ha rafforzato la propria influenza su Mediobanca e quindi sul 13,2% di Generali.

Il risultato è duplice. Da un lato, Unicredit diventa un socio che conta davvero nella governance del Leone. Dall’altro, manda un segnale agli altri azionisti: nessuna decisione sul futuro di Generali potrà prescindere da Orcel.

Questa mossa arriva mentre Unicredit è impegnata su più fronti, dalla partita tedesca su Commerzbank al risiko domestico, e proprio per questo assume un valore strategico, non tattico.

IL LEGAME CON DELFIN: NON SOLO UNA CONVERGENZA

È qui che il quadro entra nel vivo. Il rapporto tra Unicredit e Delfin è un legame concreto che si gioca su più livelli.

Il primo è finanziario. Unicredit è tra le banche coinvolte nel maxi-finanziamento da circa 10 miliardi necessario al riassetto interno di Delfin. Un’operazione cruciale, perché serve a ridisegnare gli equilibri tra gli eredi di Leonardo Del Vecchio e a rafforzare la posizione di Leonardo Maria Del Vecchio.

Il secondo livello è industriale. Delfin è oggi uno dei principali snodi del sistema: circa il 10% di Generali e una quota attorno al 17,5% in Mps, dove ha avuto un ruolo decisivo nel sostenere la lista Lovaglio. Questo significa che il riassetto della holding non è neutrale: ha effetti diretti su Siena e indiretti su Trieste.

Il terzo livello è strategico. Delfin presidia Siena, Unicredit entra a Trieste. Due posizioni diverse ma complementari, che possono incrociarsi quando si muoveranno le quote chiave di Generali.

LA VARIABILE DELFIN: SERVE LIQUIDITÀ?

Ed è proprio qui che si aprono gli scenari più delicati. Il riassetto di Delfin non è solo una questione di governance interna. È anche una questione di risorse.

Un’operazione da 10 miliardi non è neutrale. E secondo alcune letture di mercato, potrebbe spingere la holding a fare cassa. In che modo? Disinvestendo, almeno in parte, dalle sue partecipazioni più liquide e rilevanti.

Le opzioni sul tavolo sono due. La prima è Generali, dove Delfin ha circa il 10%. La seconda è Mps, dove detiene la maggioranza relativa. Due asset centrali, ma anche due leve potenziali per raccogliere liquidità.

Se questo scenario dovesse concretizzarsi, il legame con Unicredit diventerebbe immediatamente operativo. Perché Orcel non è solo un socio del Leone: è anche un finanziatore del riassetto Delfin. E potrebbe quindi trovarsi nella posizione di accompagnare – o intercettare – eventuali dismissioni.

IL PACCHETTO MEDIOBANCA: L’AGO DELLA BILANCIA

A rendere tutto ancora più delicato c’è poi la partita su Mediobanca. Il 13,2% di Generali detenuto da Piazzetta Cuccia, oggi sotto l’influenza di Mps, è il vero ago della bilancia. Dopo la vittoria di Lovaglio, quella quota è diventata ancora più centrale. Ed è su quella partecipazione che si concentrano tutte le attenzioni.

Secondo il Financial Times, Lovaglio starebbe valutando la possibilità di cedere la quota di Generali detenuta da Mediobanca – e quindi oggi sotto l’influenza di Mps – per finanziare l’integrazione con Banco Bpm. Una mossa che avrebbe una logica industriale precisa: creare il terzo polo bancario nazionale utilizzando il Leone come leva finanziaria.

Mps ha smentito ufficialmente. Ma il tema resta. Anche perché lo stesso Lovaglio ha definito la partecipazione nel Leone un “nice to have”. Una definizione che, nel gergo dei mercati, significa una cosa sola: non è intoccabile.

UNICREDIT IN PRIMA FILA

Se davvero si aprisse il mercato su quel 13,2%, Unicredit potrebbe essere tra i candidati naturali. Per dimensioni, per posizionamento e per strategia. La crescita all’8,7% è già un primo passo. Ma potrebbe non essere l’ultimo.

Orcel punta a valorizzare la partecipazione anche in chiave industriale, sfruttando le sinergie nel risparmio gestito e nella bancassicurazione, due ambiti in cui Unicredit è meno strutturata rispetto ai grandi player italiani. In particolare, come evidenzia la Stampa, l’operazione potrebbe rafforzare la presenza nel wealth management e aprire spazi di espansione nell’Est Europa, un’opzione che piace anche all’ad di Generali Philippe Donnet.

INTESA, L’ALTRA VARIABILE

Ma Unicredit non è sola. Sullo sfondo resta Intesa Sanpaolo. L’ipotesi di un suo coinvolgimento torna ciclicamente, soprattutto dopo lo stallo sulla joint venture con la francese Natixis. Il governo ha già mostrato di non gradire soluzioni che possano portare asset strategici sotto influenza straniera. E questo riapre automaticamente lo spazio per un asse italiano.

Intesa ha le dimensioni per costruire un polo del risparmio con Generali. E se i vincoli antitrust restano un freno, come osserva il Foglio un eventuale riassetto delle quote – a partire da Delfin – potrebbe riaprire il dossier.

Gli equilibri restano incrociati: Unicredit cresce, Delfin si riorganizza, Mps controlla la leva Mediobanca mentre Intesa osserva e il governo vigila. Il legame tra Orcel e Delfin aggiunge una possibile saldatura tra finanza e partecipazioni chiave, con effetti potenzialmente dirompenti sugli assetti.

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