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Decreto Criptovalute

Cosa cambierà in Italia per le criptovalute dopo il decreto del Mef?

Il decreto del ministero dell'Economia sulle criptovalute commentato da economisti ed esperti del settore

 

“Il Ministero dell’Economia si è accorto solo ora che esistono i bitcoin”. Sono numerosi i commenti di questo genere che gli operatori del settore affidano ai social nelle ultime ore. Il riferimento, ma sarebbe meglio dire ‘bersaglio’, è il decreto del Mef sulle criptovalute. Un intervento sicuramente tardivo, che ha come scopo tanto provare a regolamentare il Far West delle crypto, quanto soprattutto recuperare gettito e limitare il riciclaggio di denaro. Ci riuscirà?

UN DECRETO NAZIONALE SULLE CRIPTOVALUTE SERVE A QUALCOSA?

I dubbi non mancano: “serve una soluzione globale, che definisca i costi della regolazione e i benefici per gli utenti”, sottolinea Chiara Oldani, professoressa di Politica economica all’Università degli studi della Tuscia, che poi rimarca come la norma italiana sia ben più restrittiva di quella in vigore in Europa e rischi “di essere sostanzialmente inefficace, proprio per via dell’arbitraggio regolamentare”. “Le autorità di controllo del mercato finanziario, in testa la Consob, da tempo sollevano il problema della tutela del mercato, della stabilità; le crypto sono scambiate fuori dai mercati, con transazioni tra privati registrate sulla blockchain e nessuno tutela i risparmiatori. Serve però una soluzione globale, che definisca i costi della regolazione e i benefici per gli utenti -a ha scritto l’economista – In occasione del G20 italiano del 2021 questo tema non era neanche nell’agenda tecnica, il Finance Track, a conferma che la paura di perdere business supera ampiamente la necessità di tutelare i risparmiatori da parte di grandi paesi, come gli Stati Uniti e l’Unione Europea così come i piccoli. Nella politica economica e finanziaria mondiale la storia si ripete. Negli anni ’90 e ’00 nessuna autorità finanziaria ha preso posizione netta per controllare la crescita incontrollata dei contratti derivati, responsabili di aver fatto sbriciolare tutto il sistema finanziario globale nel 2007″.

IL RISCHIO DI SVANTAGGIARE L’OPERATORE ITALIANO

Per Marcello Bussi, cripto-esperto di MF, il decreto sulle criptovalute rischia di svantaggiare gli operatori italiani. Infatti la novella prevede che chi opera nel mondo delle criptovalute venga assimilato ai cambiavalute e ai money transfer e debba pertanto comunicare ogni tre mesi tutte le operazioni effettuate da ogni singolo cliente, di cui verranno forniti i dati identificativi: “poiché più del 90% delle attività di cittadini italiani nel settore cripto si svolge su piattaforme estere, si registreranno all’Oam o rischieranno di vedersi oscurare i loro siti in Italia?”, si chiede Bussi.

Che si dà pure una risposta: “Visti i precedenti si può supporre che la più grande borsa di criptovalute del mondo, Binance, se ne infischi. Potrebbero agire diversamente altre borse note per essere ben disposte a collaborare con le autorità dei diversi Paesi, per esempio Coinbase, la prima a essersi quotata al Nasdaq. Queste potrebbero dare vita a un contenzioso legale, visto che sono registrate in un Paese dell’Ue e potrebbero contestare il fatto di doverlo fare anche in Italia, che, con l’entrata in vigore del decreto applica norme più restrittive rispetto alla direttiva Ue”. Ma il vero timore “è che i pochi operatori italiani” vadano “incontro a un aumento di costi per poter adempiere ai loro obblighi nei confronti dell’Oam”. Senza dimenticare che “quello che era partito come una sorta di censimento degli operatori è diventato un censimento anche dei loro clienti. Il registro Oam sarà accessibile alla Guardia di Finanza e alle altre forze di polizia nel caso di controlli e accertamenti”.

IL RITARDO ITALIANO

“Ci ha messi quattro anni il ministero dell’Economia e delle Finanze Mef per varare un decreto sulle criptovalute”, è la stilettata che Nicola Borzi assesta invece dal Fatto Quotidiano. Che poi descrive il decreto  come “pieno di falle e senza alcuna indicazione sull’evoluzione della tecnologia e della finanza decentralizzata DeFi, senza tutele per gli investitori, senza raccordo con una normativa europea (che ancora manca). Un decreto che non si accorge, soprattutto, che cercare di regolare un simile universo su base nazionale è come pensare di svuotare il mare con un secchiello sfondato”.

“In quattro anni – sottolinea – il mondo della blockchain ha fatto giganteschi salti in avanti. Sono nate nuove forme e nuove realtà, a partire dalle Decentralized Autonomous Organizations (DAO), sono emersi gli NFT (25 miliardi di dollari i valori venduti nel 2021), si sono moltiplicate le problematiche relative a criptovalute non tracciabili per definizione (Monero), il ruolo del bitcoin e delle stablecoin è diventato trainante per prodotti finanziari di massa come gli ETF a replica sintetica, esistono problemi giganteschi sull’antiriclaggio…”. Tutti aspetti che sfuggono dai radar del legislatore italiano, che ha insomma messo in campo una normativa già sorpassata.

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