Economia

Consigli non richiesti per una politica economica alternativa (dopo la sberla dell’Umbria)

di

previsioni euro

Parametrare l’intera politica economica non sui valori del deficit di bilancio, ma sul tasso reale di crescita dell’economia e sul livello d’inflazione. Il commento di Gianfranco Polillo

I risultati elettorali dell’Umbria hanno segnato un forte cambiamento degli equilibri politici non solo regionali. Si è trattato di un piccolo plebiscito contro le politiche del governo giallorosso, marcato dalla massiccia discesa in campo del popolo degli astenuti, che hanno fatto la differenza. Con un’affluenza che ha toccato il 64,4 per cento: circa 10 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni regionali. Risveglio che si è sommato allo smottamento (soprattutto dei 5 stelle) a favore delle varie componenti del centro-destra. Difficile prevedere cosa succederà alle prossime scadenze: a partire dall’Emilia Romagna. Ma il meccanismo elettorale premia le aggregazioni: basta, infatti, un solo voto di differenza per conquistare la presidenza. E lo schema più probabile è quello di un centro-destra unito, contro la mancata risposta sul fronte opposto, essendo fallita l’ipotesi di un’alleanza elettorale tra i 5 stelle e i Dem.

Non si può negare che quei risultati elettorali abbiano fatto chiarezza. Ma anche creato problemi, che non possono essere ignorati. È giunto il momento di mettere da parte sia la retorica europeista sia quella euroscettica. Per concentrarsi non sull’essenza delle cose. Idea fin troppo platonica, nel senso della filosofia di Platone. Ma sulla loro evidenza, che non coincide con l’immagine che è stata data dell’Italia. Vista sempre in bilico sul crinale di un burrone, a causa del suo lassismo finanziario. Che indubbiamente esiste, ma è anche conseguenza di fenomeni poco esplorati, per cui, alla fine, il nostro Paese è stato, in qualche modo, consegnato ad una ingiustificata condanna. Colpa delle classi dirigenti, che si sono succedute specialmente dopo il 2007 e fino ai nostri giorni. Che si sono dimostrate incapaci di difendere non tanto il buon nome dell’Italia, quanto di portare alla luce le cause vere del suo possibile declino.

Per tagliare la testa al toro, si può partire dal punto più debole della sua situazione finanziaria. Vale a dire la crescita del rapporto debito-Pil, che indubbiamente c’è stata. Ma in una misura tale da sconsigliare qualsiasi giudizio sommario. Nel 2007, secondo i dati della Banca d’Italia, quel rapporto era pari al 99,8 per cento contro il 52 dell’intera Eurozona, esclusa l’Italia. Era più alto del 91,9 per cento. Nel 2018, invece i relativi valori sono 132,2 per cento per l’Italia; 74,1 per cento per gli altri Paesi. Il rapporto scende quindi ad una differenza del 78,1 per cento. Sempre troppo, per carità. Ma le cifre dimostrano che in questi ultimi 11 anni il rapporto debito-Pil, in Italia, è cresciuto con una velocità minore rispetto ai suoi concorrenti. Ed in effetti il suo tasso medio annuo di crescita è stato pari al 2,6 per cento, contro il 3,5 per cento degli altri.

Altra considerazione. L’uniformità del fenomeno dimostra che, alla sua origine, sono cause comuni. Uno shock esogeno, come dicono gli economisti. Che ha alzato l’asticella per tutti i Paesi, seppure con percentuali variabili. L’Italia, comunque, non è stata l’ultima ruota del carro. Ha fatto meglio della media degli altri. Quindi alle continue rampogne di francesi e tedeschi è bene rispondere: comprendiamo le critiche, ma prima di rivolgerle agli italiani, guardate in casa di tutti gli altri Paesi. Vi accorgereste allora che nessuno è immune. Che non si tratta di cattiva volontà, ma, forse, solo di cattiva politica.

Gli Italiani sono stati forse delle impenitenti cicale? Può darsi. Tuttavia i dati della Banca d’Italia forniscono un’immagine meno convenzionale. Sempre nel periodo considerato: l’indebitamento medio annuo italiano (il deficit della PA) è stato pari al 3 per cento. Quello degli altri Paesi del 2,8, con una differenza inferiore allo 0,2 per cento, se si considerano i decimali. Nel frattempo, in Italia, è successo di tutto: dai disastri idrogeologici (compresi i terremoti) fino allo sbarco di migliaia di clandestini, abbandonati sul suo territorio dall’indifferenza europea. Uno scarto così modesto può giustificare le acide osservazioni di Pierre Moscovici o di Valdis Dombrovskis? Non sarebbe il caso che Paolo Gentiloni invitasse entrambi alla ragionevolezza?

Naturalmente questi dati non spiegano il fenomeno: Il fatto cioè che il rapporto debito-Pil italiano non sia diminuito, dati gli elevati livelli di partenza, ad un ritmo maggiore. Eppure l’evidenza è palmare, sempre che la si voglia percepire. In questi 11 anni il Pil nominale, che determina l’entità di quel rapporto, negli altri Paesi, è cresciuto ad un ritmo dell’1 per cento all’anno, mentre in Italia ha fatto registrare una caduta dello 0,3 per cento. Dovuta sia ad una minore crescita reale (l’Italia è stata quasi fanalino di coda) che al più basso tasso d’inflazione interno. A sua volta sintomo preoccupante di una deflazione, che si è trasformata in una stagnazione, ormai decennale. Ed ecco, allora, spiegata la grande anomalia.

Il “che fare” è solo conseguente. Se Mario Draghi ha combattuto per portare l’inflazione dell’Eurozona intorno al 2 per cento, utilizzando il suo bazooka, perché l’Italia dovrebbe rassegnarsi a vivere in una situazione di anemia? C’è modo di scongiurarla? La risposta è nelle cose. Bisogna voltare pagina. Parametrare l’intera politica economica non sui valori del deficit di bilancio, ma sul tasso reale di crescita dell’economia e sul livello d’inflazione, avendo come esclusivo parametro di riferimento la dinamica del rapporto debito-Pil. Che non deve aumentare, ma diminuire. È possibile? Se nel 2020 avessimo un tasso di crescita del Pil nominale del 2,6 per cento e non dell’1,96 per cento, come indicato nella Nadef, potremmo tranquillamente disporre di un deficit di bilancio pari al 3 per cento. Mentre il rapporto debito – Pil risulterebbe invariato.

Quel che si spende in più, sempre che lo si spenda bene e non nelle tante sciocchezze che si sono viste nella manovra, è finanziato direttamente dall’aumento del Pil, in un rapporto che si può prevedere ed anticipare. L’esercizio non richiede una grande fantasia, ma solo la normale conoscenza dei meccanismi che regolano l’economia ed un po’ di approfondimento della legislazione europea, che già è in grado di consentirlo. Difficile dire se i nostri eroi si dimostreranno all’altezza del compito che li aspetta. Quel che è certo è che l’elettorato ha suonato la sveglia. È bene non far finta di non averla sentita.

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