Economia

Come rilanciare davvero l’Italia. Critiche e consigli al governo

di

pandemia

L’imperativo ora è “crescere”. Ossia aiutare le imprese e tutti coloro che producono benessere. E’ quello che sta facendo davvero il governo? L’analisi di Gianfranco Polillo

Per far fronte alla crisi del coronavirus, l’Italia, al pari di tutti gli altri Paesi, ha una dote da spendere. Il suo ammontare è frutto di condizionamenti di tipo macroeconomico. Sulla base dei quali sono state calcolate le risorse necessarie che è possibile impegnare. Possibile: non siamo stati infatti traghettati nel regno dell’abbondanza, per cui occorre cautela e raziocinio. Altrimenti quell’apertura di credito che i mercati, ancor prima delle Istituzioni internazionali, hanno concesso al Paese rischia di trasformarsi in un cappio finanziario, destinato a strangolarci.

Il monito implicito, vista l’insipienza complessiva finora dimostrata dal Governo, che ha rinviato nel Def (pag.16) ogni possibile previsione ad un incerto domani, si intravede nei calcoli della Commissione europea di qualche giorno fa. Riguardano, com’è noto, tutti i Paesi europei con l’aggiunta del Giappone e degli Stati Uniti. Il confronto sistemico tra le relative tendenze e previsioni consente pertanto di farsi almeno un’idea del posizionamento relativo di ciascun Paese.  Per l’Italia le difficoltà sono evidenti. Peggio di così non poteva andare.

È il Paese che cresce meno di tutti. Di conseguenza, non avendo ancora recuperato (unico tra tutti) i livelli di benessere del 2007, il baratro della divergenza è destinato ad accrescersi. Anche nei confronti di chi, come la Grecia, dovrebbe stare peggio di noi. Ed invece mostra segni più ampi di resilienza. In termini di Pil, la caduta nel 2020 è maggiore (0,2%), ma già l’anno successivo il recupero sovrasta quello italiano dell’1,8 per cento. Ancora peggiori risultano essere le condizioni di finanza pubblica. Il deficit previsto per l’anno in corso (pari all’11,1 per cento) è il più in alto in assoluto. E trascina con sé l’ammontare del debito pubblico, che in rapporto al Pil cresce del 24,1 per cento (il più alto): 7,5 punti in più rispetto alla media dell’Eurozona.

Piccola notazione, infine, sulla spesa per interessi. Che risulterebbe pari al 3,7 per cento del Pil. Ancora una volta al top. La Grecia sebbene con un debito maggiore (196,4 del Pil contro 158,9) dovrebbe spendere meno: il 3 per cento del Pil. Segno evidente che i mercati all’Italia chiedono un sovrapprezzo commisurato al rischio Paese. Il che rende ancora più incomprensibile il balletto che si è visto sul Mes. Ferma l’esigenza di analizzare meglio quelle che saranno le decisioni finali, rifiutare un prestito di 36 miliardi di euro, al tasso dello 0,1 per cento, con scadenza decennale, alla luce dei dati forniti, è solo una cosa demenziale.

Il disastro è quindi evidente, se non fosse per qualche segnale positivo, come quello relativo all’industria italiana. Che, nel contesto mondiale, riesce ancora (per quanto tempo?) a mantenere posizioni rilevanti. Secondo le previsioni della Commissione l’avanzo dei conti con l’estero dovrebbe essere pari al 3,2 per cento del Pil. In valore assoluto tra i 55 ed i 60 miliardi l’anno. Inferiore solo alla Germania ed all’Olanda. Le imprese italiane (sarebbe troppo riduttivo parlare solo di industria) sono quindi le galline dalle uova d’oro. Peccato che il Governo italiano sia l’ultimo a comprenderlo.

Se vogliamo contenere il deficit entro l’11,1 per cento del Pil (0,7 per cento in più rispetto alle previsioni del Def) la dote, di cui si diceva all’inizio, a disposizione del Governo, è pari a 94 miliardi. Se il deficit di bilancio dovrà essere contenuto entro 182 miliardi, considerata la caduta del Pil nominale, 88 miliardi o poco più sono assorbiti dalle minori entrate, riflesso di quella flessione. Finora le maggiori risorse utilizzate nei due decreti (“cura Italia” e “rilancio”) sono state pari a 75 miliardi di euro, in termini di indebitamento, ma ad 85 miliardi come fabbisogno. Grandezza, quest’ultima, che governa, nell’anno, l’emissione dei titoli pubblici. In teoria, i margini ancora a disposizione del Governo sono dati dalla differenza. Dieci o venti miliardi a seconda che si consideri la dinamica del fabbisogno o dell’indebitamento.

Ma sono conti più che ballerini. Già se si guarda al Def, che sconta un deficit minore dello 0,7 per cento del Pil, partono già più di 11 miliardi. Poi ci sono le inquietanti profezie di Laura Castelli, che ipotizza un nuovo decreto da 20 miliardi di euro. Per non parlare delle proteste dei sindaci e delle incertezze del quadro interno ed internazionale. C’è solo da sperare che i miglioramenti, che si sono registrati nella dinamica dell’epidemia, continuino a manifestarsi. E che a settembre non vi siano ricadute tali da determinare nuovamente fenomeni di lockdown. Perché, altrimenti, l’Italia non avrebbe risorse per far fronte alle nuove recrudescenze. Quindi attrezzarsi, fin da ora, per ridurre il rischio, predisponendo I necessari presidi: mascherine, tamponi, prelievi, reagenti, strutture in cui ospitare gli eventuali contagiati e via dicendo. A questo fine, una parte dei 36 miliardi del Mes potrebbero servire.

C’è, tuttavia, un ulteriore elemento di cui si dovrà tener conto, per sondare gli elementi di fragilità che caratterizzano l’intera manovra. A causa soprattutto del DL “liquidità”, il saldo netto da finanziare aumenterà di 155 miliardi nel 2020 e di 25 l’anno successivo.  Quasi tre volte il livello di indebitamento, valido ai fini di Maastricht. La spiegazione riflette gli oscuri meandri della contabilità pubblica. Com’è noto, in apparenza quel decreto non è costato un cent, sebbene abbia consentito di garantire 300 miliardi di liquidità: seppure solo teorica. Ma per evitare di caricare tutto sui conti pubblici si è fatto ricorso ad un marchingegno. Saranno le banche ad anticipare i soldi, che poi dovranno essere restituiti.

Lo Stato, attraverso la Sace, fino ad un massimo di 200 miliardi, ed il Fondo di garanzia per le PMI, per i restanti 100, si farà garante della restituzione. In tal modo non dovrà contabilizzare alcun onere, ma limitarsi a predisporre solo la necessaria strumentazione giuridico-contabile (il saldo netto da finanziare) nell’eventualità in cui le relative garanzie dovessero essere escusse. Solo allora si avrà la contabilizzazione dell’onere effettivo. Non è finanza creativa – visto che vi hanno fatto ricorso più o meno tutti gli Stati europei – ma poco ci manca. Questo complicato giro di valzer è all’origine di tutti i guai lamentati. Le banche sono restie ad operare al buio e di conseguenza ritardano l’erogazione effettiva. Montano allora le giustificate proteste, nell’imbarazzo generale.

La cosa da non dimenticare è che l’Italia rischia di affogare nei debiti. Il Parlamento italiano ha autorizzato il Governo ad aumentare l’indebitamento netto di oltre 32 miliardi di euro l’anno dal 2020 al 2032. Lo ha fatto anche per sterilizzare definitivamente l’aumento dell’IVA (quasi 20 miliardi), ma la prospettiva non si può che definire inquietante, viste le condizioni generali. Il macigno del debito pubblico è destinato ad incombere. Andrebbe quindi progressivamente ridotto. Già ma come? Con salassi vari a carico dei cittadini: fino alla famigerata patrimoniale? Ne dubitiamo.

Ed allora non resta che seguire le indicazioni di Banca d’Italia. Che, intervenendo, proprio in sede di analisi de Def, ha ricordato sempre a proposito del debito che: “l’andamento del denominatore” – ossia del Pil – “spiega circa metà di questo aumento: una flessione del prodotto nominale pari, nel quadro tendenziale, a oltre 7 punti percentuali determina infatti un aumento dell’incidenza del debito sul PIL di circa 10 punti percentuali. Nel 2021 il peso del debito diminuirebbe (di 3 punti percentuali, portandosi al 152,7 per cento). L’effetto della ripresa economica prevista nel Documento (una crescita nominale nell’anno pari al 6,1 per cento) comporta una riduzione del rapporto tra il debito e il PIL di circa 9 punti percentuali, che più che compensa l’aumento, pari a circa 6 punti, dovuto al disavanzo e ad altri fattori.”

Insomma – questa la morale – l’imperativo è “crescere”. Ossia aiutare le imprese e tutti coloro che producono benessere: l’esatto contrario della direzione di marcia scelta dal Governo.

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