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Come evitare il collasso industriale da Covid-19

Economia

L’Italia ha retto grazie alla forza della propria industria. Un piccolo David contro il Golia amministrativo-buro-politico deciso a soffocare qualsiasi impulso innovativo. Se lo si manda solo in avaria, non ci sarà più un futuro per l’intero Paese. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Sarà duro per sovranisti e populisti e per tutti coloro che puntano sulla crisi della globalizzazione. Un utopico ritorno al mondo degli anni ’70: quando ogni Paese aveva la sua Banca centrale che stampava moneta. Lo Stato era libero di emettere titoli vari (Bot, CCT, BPT e via dicendo) che le famiglie assorbivano come acqua caduta sulla sabbia. Una piccola rendita, fornita dagli interessi, che aumentava la loro capacità di spesa, ma anche il tasso d’inflazione. Per cui, a conti fatti, quel presunto maggior benessere altro non era che un rimborso anticipato del capitale, prestato allo Stato. Per cui alla fine, in termini reali, gli unici a guadagnarci erano i debitori. Prendevano moneta buona e pagavano con quella cattiva. Svalutata dall’inflazione.

I più furbi e danarosi, in compenso, compravano immobili: case, negozi, locali, capannoni. Sapevano, per esperienza, che quell’investimento non li avrebbe delusi. Che la rivalutazione del bene sarebbe stata costante. Ancora oggi oltre il 60 per cento della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, nonostante il crollo dei prezzi intervenuti dopo il 2011, è costituita da immobili. Collocati soprattutto in Italia, ma non solo. Secondo le dichiarazioni dei redditi del 2018 (quadro RW) ben 400 mila contribuenti hanno all’estero una ricchezza pari a quasi 200 miliardi.

Torneremo a questo, quando tutto sarà passato? Difficile rispondere, ma i primi elementi di analisi, per quanto incerti e provvisori, lasciano intuire che non dovrebbe essere così. La prima grande incertezza riguarda il dato più emblematico. Quanto sarà ampio il crollo del Pil? Si va da un minimo del 4 per cento (Jp Morgan) ad un massimo dell11,6 (Goldman Sachs), con un consensus pari al 7,5 per cento. Ed un rimbalzo nel 2021 pari al 4,5 per cento. Rispetto alla crisi del 2008 dovremmo andare, quindi, relativamente meglio. Nel triennio 2008/2011 la caduta del Pil fu pari ad una media dell1,63 all’anno. Questa volta dovrebbe ridursi, in un biennio, all’1,5 per cento.

Va naturalmente da sé, che molto dipenderà dalla lunghezza del lockdown. Più lungo sarà questo periodo, maggiori gli effetti perniciosi sulla tenuta del sistema economico. Il che spiega la fretta delle Regioni del nord, dove, com’è noto, si concentra gran parte dell’attività manifatturiera italiana. Ed è qui che si innesta un dato tutto politico. Confindustria, con le ultime elezioni, ha lanciato un segnale preciso. Bisogna cambiare registro. La scelta di un presidente come Carlo Bonomi, con i numeri che ne hanno caratterizzato l’ascesa, è indice di una forte volontà di discontinuità. Volta a combattere quel “pregiudizio fortemente anti-industriale” che alligna nelle pieghe del sistema politico italiano.

Dietro queste parole c’è una base oggettiva, o è un semplice modo di dire? Ciò che più sorprende nella rappresentazione della crisi italiana sono alcuni dati che la grande stampa è portata a trascurare. Sia nel report del Centro studi di Confindustria, che nelle analisi del Fmi, è previsto una sostanziale stabilità del surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti italiani. Per Confindustria sarà pari all’1,7 per cento già nel 2020. Per il Fondo monetario addirittura del 3 per cento sia nel 2020 che nel 2021. Ipotesi sorprendente, se si considera che lo stesso Fmi stima la contrazione del commercio mondiale in una percentuale pari all’11 per cento.

Ma il paradosso è solo apparente. Questa crisi inciderà soprattutto sull’attività dei servizi: commercio al dettaglio, turismo, trasporti, cultura e via dicendo. In tutte quelle attività, in altre parole, in cui la presenza massiccia delle persone è elemento indispensabile. Nel caso dell’attività manifatturiera, invece, i vincoli sono minori. Anche perché la maggior flessibilità di quelle produzioni, dopo il necessario adattamento alle mutate condizioni di sicurezza, nonché la maggiore disponibilità di risorse, farà la differenza. Ed allora le grandi catene del valore, in cui le imprese italiane sono inserite, consentiranno di limitare il danno e riprendere la loro attività, avendo come sfondo il mercato senza frontiere.

“Dopo questa crisi – dice ancora Bonomi – il mondo sarà ancor più globalizzato”. Se la nostra analisi è giusta: difficile dargli torto. Ed allora i problemi non solo politici, ma culturali, saranno soprattutto di quei partiti e movimenti che vorrebbero avere la rappresentanza di quella parte del Paese. Ovviamente soprattutto della Lega, le cui incertezze programmatiche, una volta archiviato seppur temporaneamente il problema dei migranti, sono divenute sempre più evidenti. Non si deve dimenticare che circa il 60 per cento delle esportazioni italiane hanno come destinazione l’Europa (dati del 2018). Quando meno del 3 per cento hanno come sbocco la Cina o la Russia.

Si potrà prescindere da questo dato oggettivo, ipotizzando fughe irrealistiche? Finora l’Italia ha retto grazie alla forza della propria industria. Un piccolo David contro il Golia di un apparato amministrativo burocratico, deciso a soffocare qualsiasi impulso innovativo. Se si spegne questo piccolo motore o lo si manda solo in avaria, non ci sarà più un futuro per l’intero Paese. Che gli dei illuminino la mente di coloro che ancora non vogliono perdersi.

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