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Come e perché la Bce sballotta la Commissione Ue su Pnrr e non solo

Gren Pass

Tutte le novità tra Bce e Bruxelles sul Pnrr. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

 

Esistono i sogni e poi esiste la realtà. Ai primi appartengono le immagini, ormai sbiadite, del luglio 2020, che ritraevano Giuseppe Conte, novello Signor Bonaventura, di ritorno da Bruxelles con un assegno da 209 miliardi sotto braccio. La seconda si sta facendo largo ormai da qualche settimana e, a proposito di quei fondi, è ben descritta da Isabel Schnabel quando avverte che “può darsi che il sostegno europeo si riveli insufficiente”.

È di estrema importanza e gravità che tali parole arrivino direttamente dall’Eurotower di Francoforte, in un’intervista rilasciata al quotidiano francese Les Echos dall’economista tedesca, membro di primo piano del comitato esecutivo della Bce.

Il monito lanciato dalla Schnabel si riferisce non solo all’insufficienza dei fondi ma soprattutto alla lentezza della loro erogazione. “Ciò che conta ora è che i fondi europei concordati vengano erogati il ​​più rapidamente possibile. Questo è assolutamente fondamentale. Non possiamo permetterci un ritardo, questo sarebbe dannoso. Prima vengono messi a disposizione i fondi, meglio è”. Il confronto con il piano lanciato negli Usa da 1900 miliardi di dollari comincia a diventare imbarazzante. Oltreoceano, ha promesso Joe Biden, cento milioni di assegni saranno depositati entro il 25 marzo. Nella Ue siamo ancora alle bozze dei recovery plan nazionali e la Schnabel ammette un evidente ritardo di almeno un anno nel recupero del livello di Pil ante epidemia, rispetto agli Usa.

Pochi giorni dopo le rassicurazioni di Christine Lagarde, ieri è arrivato uno dei membri del comitato esecutivo a lei più vicino a ricordarci che il NGEU è ancora il libro dei sogni e che gli strumenti sul tavolo sono quelli di sempre: la politica di bilancio degli Stati membri, adeguatamente sostenuta dagli acquisti dei rispettivi titoli pubblici da parte della Bce. La Schnabel è di una chiarezza cristallina quando afferma che “il rischio più grande al momento è ritirare troppo presto il sostegno dei bilanci pubblici. Questo è un errore che è stato fatto in passato e che dobbiamo evitare questa volta”. Sorvolando sulla leggerezza con cui viene fatto passare “un errore fatto in passato” che ci è costato otto trimestri di recessione all’inizio dello scorso decennio, la Bce ci tiene a far sapere che nemmeno l’aumento dei tassi potrò essere di ostacolo: “tollereremo tassi di interesse più elevati solo se non rischiano di rallentare la ripresa. Questo è il motivo per cui abbiamo annunciato un aumento significativo dei nostri acquisti nell’ambito del programma di acquisto di emergenza in caso di pandemia (Pepp) nel secondo trimestre”. Quando rimarca che “abbiamo deciso di non preannunciare alcun importo perché la flessibilità rimane una delle caratteristiche più importanti del Pepp”, la Schnabel sa che la Bce è sola e si tiene pronta a fare uso di munizioni in misura potenzialmente illimitata.

Nessun problema per quanto riguarda la legalità del Pepp rispetto ai Trattati: “Sono convinta che anche il nostro nuovo programma di acquisto di attività – il PEPP – sarà considerato conforme al Trattato, perché è stato concepito come misura di emergenza in una situazione estrema. In una situazione eccezionale, i responsabili politici devono adottare misure eccezionali.”

Il termine di tale programma avverrà “quando giudicheremo terminata la fase di crisi pandemica e quando saremo riusciti a contrastare lo shock del percorso inflazionistico”. Probabilmente mai, ci permettiamo di ipotizzare.

Le preoccupazioni dell’economista tedesca trovano riscontro nelle notizie che giungono da Bruxelles, riportate da Bloomberg. Secondo tale fonte la maggior parte dei piani di spesa nazionali presentati finora necessita ancora di lavoro per essere approvati, aumentando il rischio di ritardi negli esborsi ad alcune delle economie più in difficoltà. E ci sono problemi anche dove non ci si aspetta di trovarli: la bozza di piano della Germania è tra quelle ritenute inferiori alle aspettative, con Grecia e Spagna che hanno i piani più solidi. Così si continua a combattere tra l’esigenza di effettuare gli esborsi a partire dalla metà del 2021 e la necessità che questi piani soddisfino gli obiettivi chiave del NgEU. La Germania (ma anche altri Paesi) ha scoperto a proprie spese che le riforme richieste da anni ai Paesi mediterranei, sono precondizione di accesso ai fondi per tutti, e comincia a manifestare fastidio per l’insistenza della Commissione nel subordinare l’erogazione degli anticipi al rispetto delle riforme e dei termini concordati dai leader dell’Ue la scorsa estate. Siamo al 18 marzo ed Austria, Olanda, Lituania non hanno ancora presentato nemmeno la prima bozza dei rispettivi Recovery plan ed il processo di ratifica da parte dei Parlamenti nazionali della Decisione sulle Risorse Proprie, senza la quale la Ue non possiede le garanzie idonee ad emettere titoli con rating tripla A sui mercati, è ancora fermo a 9 Paesi su 27. A questo proposito, non vanno trascurate le notizie provenienti dalla Polonia, dove un partito minore (ma decisivo) della coalizione di governo si rifiuta di ratificare la Decisione del Consiglio sulle Risorse Proprie, mettendo in dubbio che la Ue possa emettere debito comune. È una tensione che potrebbe rientrare, ma queste difficoltà portano sicuramente ad accumulare ulteriori ritardi.

Ma anche sul fronte interno il confronto con la realtà procede spedito. Il ministro delle infrastrutture Enrico Giovannini, intervistato dal Sole 24 Ore, si è reso conto che c’è un problema di “scarsa capacità del nostro Paese di programmare a medio e lungo termine”. Avverte che ci sono “ancora alcune partite da chiarire con la Commissione proprio su cosa siano infrastrutture sostenibili” e conclude che “se non interveniamo in qualche modo sugli aspetti procedurali, i tempi di realizzazione delle opere saranno difficilmente compatibili con la scadenza del 2026”.

Quando finalmente realizzeremo che in Italia si può e si deve investire senza farsi dettare le regole da Bruxelles, restando impantanati per mesi o anni, non sappiamo quanta parte del Paese sarà ancora in piedi.

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