Economia

Come aggiustare e aggiornare il Pil? Dibattito

di

Fioramonti

Che cosa si è detto su presente e futuro del Pil in un dibattito a Milano con Fioramonti, Passera, Muroni, Croci e Giovannini

A pochi giorni dalla fatidica data del 31 gennaio, quando verrà comunicata la prima stima sul quarto trimestre del 2019, l’ex ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, l’ex titolare del ministero dello Sviluppo economico Corrado Passera, oggi Ceo di illimity, il coordinatore di GEO-Osservatorio Green Economy dell’Università Bocconi Edoardo Croci, la deputata di LeU membro della Commissione ambiente Rossella Muroni, il portavoce di ASviS Enrico Giovannini e il capo dipartimento del CIPES Mario Antonio Scino si sono incontrati a Milano per discutere sul futuro del Pil. Dopo 86 anni dalla sua ideazione è forse venuto il momento di pensionare questo indicatore?

IL SANDWICH DI FIORAMONTI

Secondo l’ex ministro dell’Istruzione, dimessosi recentemente in polemica con la linea di governo del Conte bis, Lorenzo Fioramonti, oggi il sistema è compresso da un “modello a sandwich”. “Nella parte alta del panino – ha spiegato l’ex esponente pentastellato – troviamo la comunità internazionale che indica la via della sostenibilità. Nella parte bassa i nuovi modelli di sviluppo e le imprese che fanno innovazione. Nel mezzo, però, l’imbuto del Pil e del sistema di contabilità nazionale, che fa da tappo e non permette di perseguire gli obiettivi della sostenibilità”.

IL PIL GUARDA IL MONDO ATTRAVERSO LENTI SBAGLIATE?

“Ogni volta che si brucia capitale ambientale per produrre ricchezza – sottolinea l’economista Fioramonti – nessuno monitora che quello Stato stia perdendo risorse non rinnovabili. Eppure, ciò che noi produciamo e ciò che ci offre l’ambiente sono voci dello stesso computo. Per questo – suggerisce l’ex titolare del dicastero dell’Istruzione – bisogna inserire tra i costi anche i danni patiti dall’ecosistema. Non sempre ciò che è ritenuto un generatore di ricchezza, in questa nuova ottica, lo è davvero”. Per Fioramonti “siamo in una fase simile a quella della fine del ‘700, quando Adam Smith scrisse La ricchezza delle nazioni, testo in cui metteva in discussione le idee politiche ed economiche rimaste immutate fino ad allora. Oggi è lo stesso: il Pil non è più in grado di restituire una fotografia attendibile della realtà. Usa lenti sbagliate”.

PASSERA, IL PIL HA BISOGNO DI UN MAQUILLAGE

Posizione meno oltranzista quella di Corrado Passera: “Il Pil non va sostituito ma va ‘aggiustato’. L’aggiunta di più indicatori, come vorrebbero alcuni, farebbe solo confusione. Così come non andrebbe inserita nel computo l’economia del dono. Inoltre, toglierei l’economia criminale”. Per il numero 1 di banca illimity il Pil andrebbe insomma ripulito, non rivoluzionato. Dentro “la percentuale di povertà assoluta” (alcuni ricorderanno che a livello europeo il tema di un tale indicatore fu dibattuto, ma la Germania si oppose), dentro anche “un indice sulla sostenibilità e uno sull’indebitamento complessivo”. Passera fa poi notare che “il meccanismo della valutazione della produttività oggi non tiene conto di una miriade di deflazioni positive”.

CROCI: TENERE IN CONSIDERAZIONE GLI OBIETTIVI DELL’AGENDA 2030

“Negli ultimi anni il dibattito di andare oltre il PIL si è fatto attuale”, ha detto Edoardo Croci, Coordinatore GEO – Osservatorio Green Economy, Green dell’Università Bocconi. “L’Agenda 2030 presenta più indicatori che dovrebbero essere tenuti in considerazione”.

GIANNINI: IL GREEN NEW DEAL RISCHIA L’ASTRATTISMO

Uno dei più noti critici dei limiti del Pil è senz’altro Enrico Giovannini. Da presidente dell’Istat presentò infatti il Bes, l’indice che monitora non solo l’economia, ma anche la salute, l’istruzione e formazione, il rapporto tra lavoro e tempo libero, le relazioni sociali, il benessere soggettivo, la ricerca e l’innovazione, la qualità dei servizi e l’ambiente. All’evento milanese il portavoce di ASviS ha invece espresso dubbi sul Green New Deal varato con enfasi dalla nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. Per Giovannini “il testo non cita un solo obiettivo dell’Agenda 2030“. “Serve concretezza, ha ammonito l’ex ministro del Lavoro, serve comprendere l’impatto che ogni singola novella legislativa prevista in quel documento avrà sui 17 obiettivi”.

MURONI: L’ECONOMIA CIRCOLARE ESEMPIO DI CITTADINANZA ATTIVA

“La circular economy consente ai cittadini di smettere di essere semplici consumatori che subiscono passivamente i cicli produttivi rendendoli parte attiva nel processo di trasformazione delle risorse”, ha detto Rossella Muroni, deputata di LeU, membro della Commissione ambiente alla Camera. “La questione ambientale non deve essere elitaria: la sfida è fare entrare nel nuovo paradigma economico e produttivo non solo i fondi di investimento e quel capitalismo che vede nel green un’occasione di investimento ma anche quella parte della società che storicamente resta ai margini”. “Bisogna – ha ammonito Muroni – fare inclusione sociale anche in questo ambito”.

QUALCOSA SI MUOVE. LA TRASFORMAZIONE DEL CIPE

Mario Antonio Scino ha poi portato l’esempio della recente evoluzione del Cipe, il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica, in CIPESS, una doppia “S” che sta appunto per sviluppo sostenibile (alla luce del dettato normativo decreto legge 14 ottobre 2019, n. 111 che a partire dal 2021 conferisce al CIPE un ruolo rilevante nell’ambito delle politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile). “Nel Conte uno – ha ammesso il Capo dipartimento – la parola d’ordine era il PIL. Ora invece le indicazioni sono la necessità di tendere alla sostenibilità”.

PIL, FIL, HDI, ISEW, GPI…

Che il PIL misuri un’economia ma non sia in grado di quantificare benessere e felicità era un limite ben noto allo stesso Simon Kuznets, che nel 1934 inventò questo indicatore. Da allora la società si è evoluta radicalmente, i modelli economici e quelli sociali hanno subito profonde trasformazioni. Sulla base di ciò non sono mancati i suggerimenti di prendere in considerazione altri indici. L’ONU per esempio ha deciso di misurare, oltre al PIL, anche l’Human development index (l’indice di sviluppo umano) che prova a concentrarsi sul benessere dei singoli parametrando anche l’alfabetizzazione. Il Buthan, piccolo Stato ai piedi dell’Himalaya, ha deciso di affidarsi al FIL, che misura la felicità. Ma non si può dire che quel Paese sia uno dei protagonisti dell’economia mondiale.

MA IL PIL RESTA FONDAMENTALE

L’ideatore della Tobin Tax, James Tobin, disegnò l’Index of Sustainable Economic Welfare (Isew). Alcuni economisti hanno poi teorizzato il Genuine progress indicator (GPI) che prende in considerazione la differenza tra spese positive e spese negative, così da dare un peso anche ai costi dell’inquinamento. Lo stesso fa ovviamente il Prodotto interno lordo verde. Le proposte insomma non sono mancate ma, nonostante le critiche, il PIL continua a essere un parametro fondamentale, spauracchio per i politici. Soprattutto i nostri, che potrebbero essere ingolositi dall’opportunità di cambiare indice di riferimento solo per ritoccare (a ribasso) il rapporto con il deficit pubblico.

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