Economia

Cig e non solo, la tempesta perfetta

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I tentennamenti del governo sulla cassa integrazione (Cig) e l’impatto sulle imprese. I soldi ancora non sono arrivati a tutti i lavoratori e i periodi di ammortizzatore sociale emergenziale stanno finendo tra mille dubbi interpretativi. L’analisi di Paolo Stern, presidente Nexumstp

 

Il 19 maggio è stato pubblicato su GU il cosiddetto “Decreto Rilancio” al cui interno sono contenute le tanto attese disposizioni per l’utilizzo dei nuovi periodi di ammortizzatori sociali con causale Covid-19. È passato quasi un mese da allora ed il sistema è in pieno caos. La qualità tecnica di scrittura delle nuove disposizioni è desolante tanto da lasciare margini interpretativi enormi. L’Inps avrebbe dovuto contribuire a fare chiarezza con una circolare che ancora non è stata emanata. Il mondo del lavoro è in pieno fermento, i tempi delle discussioni politiche e delle conseguenti interpretazioni amministrative non sono quelli del delle imprese.

Il primo periodo di ammortizzatori sociali emergenziali di 9 settimane con causale Covid-19, che ricordiamo è cominciato a decorrere dal 23 febbraio, è stato ampiamente fruito e così anche quello relativo al gruppo delle ulteriori prime 5 settimane previste dal citato DL 34. Il DL34 ha infatti previsto altre 9 settimane di ammortizzatori sociali emergenziali ma divise in due gruppi, uno con decorrenza immediata l’altro dal 1 settembre. Andiamo con ordine e cerchiamo di capire perché si è determinato questo vero e proprio gorgo amministrativo dal quale è difficile uscire.

All’inizio dell’emergenza sanitaria il Governo decise, con grande saggezza, di individuare una causale unica per giustificare le richieste di ammortizzatore sociale da parte delle imprese indipendentemente dall’inquadramento previdenziale delle stesse. Alla scelta di causale unica non seguì quella conseguenziale di strumento unico. Si decise di applicare le regole ordinarie con qualche semplificazione in termini di procedura. Questo ha significato la messa in campo di strumenti diversi (cassa integrazione ordinaria, assegno ordinario FIS, cassa integrazione in deroga, fondi bilaterali sussidiari) impostati con logiche diverse. Si decise poi, vista la crisi di liquidità che avrebbe investito le imprese a ragione del lockdown, di privilegiare il pagamento diretto da parte dell’Inps ai lavoratori. Idea giusta sulla carta ma devastante nella realtà. L’Inps, con molti operatori che agivano in smartworking, si è trovato a dover erogare milioni di bonifici ai lavoratori in pochissimo tempo ed infatti, nonostante i proclami del suo presidente ed il gran lavoro dei suoi addetti, non ci è riuscito (ecco perché dal cilindro del Governo uscì l’idea del prestito che i lavoratori possono richiedere alle banche per anticipare la cassa integrazione). È bene ricordare che in periodi ordinari per attivare questa modalità di pagamento occorrono mesi. Ultimo “peccato originale” quello di aver coinvolto in una crisi nazionale determinata dalla pandemia mondiale le Regioni nei processi amministrativi (cassa in deroga) e le organizzazioni sindacali in quelli autorizzativi (consultazioni on line anche per aziende senza iscritti alle OOSS e sconosciute alle stesse da realizzare in 3 giorni. Utilità? Nessuna).

Cosa si sarebbe dovuto fare? Causale unica, strumento emergenziale unico, soldi direttamente alle imprese e dalle stesse ai lavoratori per abbreviare i tempi di pagamento, nessuna interferenza da parte delle Regioni ed interlocuzioni sindacali lasciate alle singole realtà aziendali. Così non è stato.

Questo cocktail esplosivo è deflagrato a giugno. I primi periodi di causale Covid-19 sono finiti, le norme emergenziali hanno nel frattempo previsto divieti di licenziamento in caso di difficoltà economiche da parte dell’impresa, le nuove procedure per accedere a agli ulteriori periodi di ammortizzatore sociale del DL 34 poco chiare e soprattutto l’ulteriore periodo di 9 settimane, come visto, diviso in 2 gruppi distinti: 5 settimane da fruire in continuità con i periodi in corso e le restanti 4 dal primo settembre. La tempesta perfetta. Le aziende ed i loro consulenti navigano a vista e si stanno adoperando per trovare soluzioni al fine di superare le onde fragorose della crisi.

L’obiettivo per tutti è di costruire un ponte che colleghi la fine dell’attuale periodo di ammortizzatore sociale ed il primo settembre data di avvio del successivo gruppo. Il ponte che si sta faticosamente costruendo prevede l’utilizzo degli “ordinari” ammortizzatori sociali con la causale crisi d’impresa. Tutto semplice quindi? Solo sulla carta ovviamente. Le ordinarie procedure sono state immaginate per momenti di crisi diversi, per crisi aziendali e non sistemiche, non sono attuabili per tutte le tipologie di imprese, hanno tempistiche amministrative lunghe… ma non essendoci altro… cantieri aperti.

Venerdì scorso, il 12 giugno, alle 19.30 un comunicato stampa congiunto del dicastero Lavoro e quello Economia ha informato che il Governo sta per varare un nuovo decreto legge che darà la possibilità di procedere con le ulteriori 4 settimane, previste per settembre, in continuità con la cassa integrazione emergenziale in corso. Meglio tardi che mai. Certo, ma così il sistema va in frantumi. Si evidenziano strutturali elementi di incompetenza tecnica di chi è preposto a prendere decisioni fondamentali per le imprese. Sono chiari a tutti i vincoli economici in cui si muove il Governo e la difficoltà di legiferare in questi frangenti ma proprio per questo la chiarezza procedurale e la fluidità amministrativa dovrebbero essere rigorose.

Dopo aver letto il laconico comunicato stampa molti operatori economici non hanno capito quali potessero essere gli elementi che solo 20 giorni prima avevano articolato gli ammortizzatori in  5 + 4 e ora in 9 settimane continuative. Problemi di bilancio? Minor spesa? Si dica chiaramente. I problemi ci sono ma se non si affrontano con competenza si amplificano e la frattura tra il mondo di chi produce e di chi scrive le norme si fa insanabile.

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