Economia

Chi si papperà Anima?

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Anima

Occhi puntati sull’azionariato di Anima, la società di Banco Bpm e Poste Italiane attiva nel risparmio gestito. L’articolo di Fiorina Capozzi

 

Anima holding alla ricerca di opportunità di crescita. Con la benedizione del mercato. E pure della politica che non può certo permettersi di veder volar via un altro pezzo del risparmio gestito italiano.

Secondo quanto ha scritto ieri il Sole 24 Ore l’azienda, controllata da Banco Bpm (19,4%) e da Poste italiane (rispettivamente con il 19,4 e il 10,4%) punta a “diversificare il business negli asset alternativi. Poi: essere pronti a cogliere le opportunità nel consolidamento del risparmio gestito. Ancora: spingere per realizzare nuove partnership sul fronte della distribuzione”.

Sarebbero questi alcuni dei punti essenziali del piano industriale di Anima che punta a raggiungere, a medio periodo, tra i 2 e i 3 miliardi di masse in gestione negli asset alternativi. E a consolidarsi nel risparmio gestito magari, secondo quanto ipotizza il giornale confindustriale, attraverso le nozze con Arca sgr, la società di gestione controllata da Bper (57%) e dalla Popolare di Sondrio (34%). Senza escludere successivamente anche operazioni internazionali.

“Anima non nasconde l’interesse per realtà straniere – ha scritto il quotidiano –. Ma questo è un progetto più di medio periodo. Il focus, proprio perché in Italia è in atto il consolidamento degli istituti di credito, rimane ad oggi sul mercato interno. Un’attenzione per l’eventuale shopping rispetto al quale il gruppo del risparmio gestito indica stand alone di potere mettere sul piatto, senza ricorrere ad aumenti di capitale, tra 300 e 400 milioni”.

Il tema è del resto molto caro a Roma. Non solo perché fra i soci di Anima c’è Poste italiane, ma perché è ormai noto che il risparmio gestito sia rimasta una delle più grandi ricchezze del Paese.

È emerso chiaramente nel 2016 quando Unicredit mise in vendita Pioneer. In quell’occasione Anima scese in campo con Cassa Depositi e Prestiti e Poste con l’obiettivo di creare “primario operatore del settore della gestione”. Ma, alla fine, furono i francesi di Amundi (Agricole) ad avere la meglio mettendo sul piatto 3,54 miliardi.

L’operazione non venne ben accolta nei palazzi romani che in troppe occasioni hanno assistito al passaggio in mani francesi di pezzi importanti dell’economia e della finanza italiana senza un’adeguata contropartita. Spesso anche a prezzi di mercato stracciati. Aspetti sottolineati criticamente dalla relazione del Copasir.

E anche oggi preoccupa il fatto che le quotazioni a Piazza Affari siano fortemente sotto pressione. In un anno il titolo Anima ha perso circa il 12 per cento. E benché nel capitale ci siano due soci di peso, non si può escludere che Anima possa suscitare l’interesse di operatori di dimensioni più grandi.

Di qui la volontà del management di crescere rapidamente in un mercato in cui le economie di scala sono tutto.

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