Economia

Chi preme e chi sbuffa in Germania sulla fusione Deutsche Bank-Commerzbank

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Che cosa si dice in Germania, tra politica, economia e giornali, sulla fusione Deutsche Bank-Commerzbank spinta dal governo. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

Frastagliate e prevalentemente critiche sono le reazioni in Germania all’indomani dell’annuncio del via ai colloqui fra Deutsche Bank e Commerzbank sull’ipotesi di una fusione. La prudenza con cui, in un mezzogiorno domenicale, i protagonisti hanno confermato le indiscrezioni circolate sui media fin dalla mattinata riflette lo scetticismo che ancora domina nei piani alti dei due istituti, soprattutto nella testa di Christian Sewing, il ceo di Deutsche Bank.

Ma la pressione della politica è stata tale che alla fine i protagonisti si sono dovuti sedere al tavolo: i cda delle due banche da un lato e il ministero delle Finanze dall’altro, in qualità di principale azionista di Commerz con il 15,6%. All’orizzonte l’ambizione di un colosso da 2.000 miliardi di asset, 50.000 dipendenti, 50 milioni di clienti retail e corporate, 3.000 filiali in Germania e nel resto del mondo, presenza in almeno 60 Paesi, 600 miliardi di prestiti, 800 miliardi di depositi, assets under management pari a circa 1.100 miliardi e una capitalizzazione di Borsa attorno ai 25 miliardi. È la pura somma delle attività dei due istituti, anche se la prima opposizione, manifestatasi dai sindacati, paventa il timore di una massiccia riduzione dei posti di lavoro (e conseguentemente di filiali), almeno 30.000 addetti, che ridimensionerebbe la grandezza della superbanca. Ma è anche il profilo di quella banca “grande e globale”, quel “campione nazionale” che secondo il titolare socialdemocratico delle Finanze Olaf Scholz manca alla Germania per accompagnare l’economia tedesca nell’era della competizione globale. Sarebbe la seconda più grande banca europea, dopo la francese BNP Paribas

“La Germania vive un momento storico per la sua economia”, enfatizza il quotidiano conservatore Die Welt, “la pressione della politica è stata insistente in conseguenza della politica antiglobalista di Trump e dei nuovi egoismi nazionali nati in Europa. Il governo teme che, senza adeguate strutture finanziarie, la Germania possa dipendere da Stati non particolarmente ben intenzionati”. Da qui la trasformazione di Scholz in una sorta di ministro delle Banche, sebbene il passo sia condiviso anche dal cristiano-democratico ministro dell’Economia Peter Altmeier e dall’intero governo di Grosse Koalition, e la prima moral suasion nei confronti dei manager di Deutsche e Commerz arrivò già dal predecessore di Scholz, Wolfgang Schäuble. Ora i due istituti si sono convinti a verificare la bontà economica di una tale fusione, conclude la Welt, “ma se la risposta sarà negativa la Germania dovrà rassegnarsi a giocare nient’altro che un ruolo secondario nella finanza internazionale”.

Disco verde per l’eventuale fusione è indirettamente arrivato dal presidente della Commissione per i monopoli Achim Wambach. Interpellato dalla Reinische Post, Wambach ha evidenziato come “le aree di business dei due istituti si sovrappongono solo leggermente o sono esposte in maniera evidente alla concorrenza”, una situazione che resterebbe inalterata anche dopo il matrimonio. Il problema arriverebbe semmai dalla dimensione del nuovo istituto che potrebbe trasformarsi in un rischio sistemico: “La crisi finanziaria ha dimostrato che le grandi banche non potevano essere liquidate facilmente e che nei casi estremi dovevano essere salvate dallo Stato”, ha aggiunto Wambach. Il 15% di presenza statale nel capitale di Commerzbank ne è la testimonianza.

Chi scende in campo in maniera esplicita per la fusione è la Süddeutsche Zeitung. “Molti critici ritengono priva di senso l’idea di una fusione”, spiega l’editoriale sul tema, “ma esistono anche buone ragioni: in Germania le due banche sono dei giganti ma a livello globale rischiano di diventare insignificanti”. Il quotidiano bavarese sposa la linea del ministro anseatico Scholz, in una curiosa alleanza geografica sud-nord: “La situazione mondiale è cambiata radicalmente negli ultimi anni e, se segue un buon piano, la fusione può essere una giusta risposta. Al momento deve preoccupare il processo di ridimensionamento internazionale di Deutsche e Commerz che invece unendo le forze potrebbe essere evitato. Nessuno dovrebbe temere un colosso di questo genere sul mercato interno perché istituti come le Sparkassen o le Volksbanken offrono un’affidabile concorrenza”.

Anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung prende una posizione precisa: non sulla fusione in sé, sulla quale riflette in parte lo scetticismo del mondo finanziario, ma sulle responsabilità che deve assumersi fino in fondo il mondo politico. “Ci sono molti motivi per valutare in maniera scettica o negativa una fusione”, scrive il quotidiano della piazza finanziaria del Paese, elencando il drastico taglio dei posti di lavoro, il ritorno prepotente dello Stato nel settore bancario (“Deutsche Bank non dovrebbe avere alcun interesse a mettersi in casa lo Stato attraverso Commerbank”), il rischio di diventare un rischio sistemico e quindi di dover fare ricorso ad aiuti di Stato in caso di crisi. Ma c’è anche una logica, ammesso che l’accorpamento venga gestito in maniera economicamente ragionevole, giacché è tutt’altro che certo che Deutsche Bank abbia tempo e forza sufficiente per venir fuori da sola da tutti i buchi neri in cui è stata precipitata dai predecessori di Sewings. Per la Faz il ceo di Deutsche Bank è stato chiaro nel posizionare in alto l’asticella delle condizioni: “La sua posizione esprime un chiaro messaggio al governo: se Berlino vuole spingere i due istituti verso una fusione, il ministero delle Finanze guidato da un socialdemocratico deve essere anche pronto ad assumersi almeno una corresponsabilità per la razionalizzazione dei posti di lavoro”. E conclude con un messaggio anche questo di natura geografica (con Berlino intesa come governo federale), ma differente da quello della Süddeutsche: “La politica bancaria di Berlino contiene anche una passività che la stessa Berlino deve assumersi”.

A guidare la cordata degli oppositori è invece lo Spiegel, che fin dal titolo del suo commento fa capire da che parte sta: “I dilettanti del ministero delle Finanze”. Il magazine bibbia del giornalismo progressista accusa Scholz di aver manovrato dietro le quinte in maniera imbarazzante e dipinge scenari apocalittici post-fusione: “Il nuovo istituto, di fatto un’unione a quattro fra Deutsche Bank, Commerzbank, Postbank e Dresdner, sarebbe eternamente occupato con se stesso, mentre sempre più clienti si rivolgerebbero alla concorrenza straniera. Non è chiaro da dove arriverebbero i nuovi capitali necessari e non è alle viste un convincente modello di business”. Per il settimanale, “anche una Deutsche Commerz sarebbe troppo piccola per giocare un ruolo importante nella competizione globale”.

E il mensile finanziario del gruppo Spiegel, Manager Magazin, allarga le critiche da Scholz al ceo di Deutsche Bank, ribaltando il quadro che aveva offerto la Frankfurter Allgemeine. Si fa circolare l’idea che Sewing sia stato costretto dal governo ad aprire i colloqui per la fusione – scrive Manager nel suoi editoriale sul sito online – ma è proprio l’ipotesi di chiudere un accordo con la Repubblica federale tedesca come maggiore azionista a tranquillizzare il mondo finanziario, preoccupato dal fatto che Deutsche Bank possa cadere in un circolo vizioso nella delicata fase di rifinanziamento dei costi per le attività sul mercato finanziario. Proprio quella priorità implicita indicata al governo sul taglio dei posti di lavoro indica, per il mensile, che Sewing ha individuato nell’ipotesi di fusione un piano B per uscire dalla crisi, dopo quello A che puntava sulle proprie forze. E se anche il piano B dovesse fallire, allora Sewing “avrebbe velocemente bisogno di un piano C”, perché “a Deustche Bank non resta poi molto tempo”.

“La prima vittima di una guerra è sempre la verità”, sintetizza con sarcasmo Manager, “e nelle fusioni accade la stessa cosa”. D’altronde non era stato proprio il capoeconomista di Deutsche Bank, David Folkerts-Landau, a suggerire in un recente paper alle autorità europee la bontà di una strategia che favorisse il consolidamento bancario attraverso fusioni?

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