Economia

Che cosa succederà all’economia italiana: fatti, numeri e confronti

di

confindustria

Senza l’Italia, come mostrano i dati, l’Eurozona andrebbe meglio: una crescita maggiore sia in termini reali che nominali. Attenti quindi a non sbandierare l’Italexit. All’estero potrebbero prenderci in parola. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Mentre esponenti governativi si affannano a descrivere i loro comportamenti come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, quello reale si ribella. E lancia segnali poco rassicuranti, che la politica non riesce o non vuole vedere. “Il reddito reale delle famiglie è continuato a calare nel secondo trimestre 2020 in Germania (–1,2%), Francia (–2,3%), Regno Unito (–3,4%) e Italia (–7,2%), dopo cali più moderati (di –1% o meno) nel trimestre precedente: è quanto afferma l’Ocse, secondo cui la performance italiana è la peggiore del G7”, dice l’Ocse. Sebbene le misure governative di sostegno abbiano comunque “continuato a proteggere i redditi delle famiglie dall’impatto economico del Covid-19 nel secondo trimestre 2020”. Ci mancherebbe altro: verrebbe da commentare. Gli accenni di rivolta che si sono riscontrati nelle varie piazze italiane hanno operato da detonatore. Ma fino a quando potrà durare l’elargizione del principe?

“A settembre la produzione industriale nell’area euro è tornata negativa: –0,4% rispetto ad agosto (+0,6%). Invariata nella Ue (ad agosto +0,9%). Rispetto a settembre 2019 –6,8% e –5,8% rispettivamente”: lo indica Eurostat. “In Italia il calo più forte nella Ue: –5,6% rispetto ad agosto, –5,1% rispetto a un anno prima. In Francia +1,5% e –6,1%; in Germania +1,7% e –8,7%; in Spagna +0,6% e –3%”. Ad ulteriore dimostrazione di quanto profonda può essere una crisi, che è solo la coda velenosa di una più lunga agonia. Se ci voltiamo indietro, il disastro italiano è visibile ad occhio nudo, in qualsiasi confronto di carattere internazionale. Univoca la diagnosi: un Paese che non trova in sé la forza di reagire. Un pugile suonato che si aggira sul ring senza aver più la voglia di combattere. O meglio quella voglia ancora c’è, ma è solo nei guantoni di un pugno di imprese, che fanno l’impossibile. Che purtroppo da solo non basta.

I 5stelle hanno compreso prima di altri la situazione italiana. Inneggiando alla “decrescita felice”, hanno preso atto della realtà ed alzato bandiera bianca. Se crescere è difficile, per l’impegno che richiede, meglio rinunciarvi fin dall’inizio e puntare su una sorta di “socializzazione integrale”. Dal salario di cittadinanza a quello di emergenza, passando per i mille bonus accordati – necessari, ma comunque “vuoti a perdere” – ed una dilatazione dell’intervento pubblico i cui confini sono sempre più avvolti in una nebbia impenetrabile. Secondo le previsioni della Commissione europea, il debito pubblico italiano crescerà del 24,4 per cento (2022 su 2019). Solo la Spagna farà peggio di noi, con una crescita del 28,4. Mentre la Grecia, fino a qualche mese fa il grande malato, registrerà un aumento ben più contenuto (14,3%).

Il Governo più a sinistra della storia italiana sta quindi dimostrando una grande coerenza con i propri postulati teorici. Non c’è più alcun bilanciamento. Negli anni passati le pulsioni di un provvidenzialismo peloso, sempre presenti nel proprio Dna, erano mitigati dai contrappesi dei propri alleati. Compagni di strada, come si diceva una volta. Ma anche tecnocrati: capaci di esercitare un’influenza determinante sulle leadership di partito. A volte prestigiosi professori universitari. Altre volte, grandi boiardi di Stato, come Eugenio Scalfari era solito definirli, altre ancora, esponenti del grande vivaio dell’associazionismo cattolico o uomini delle istituzioni. Se proprio si vuole un identikit, basta pensare alla “sinistra indipendente” degli anni ’70 ed ‘80; ai manager delle partecipazioni statali. L’ultimo, in ordine di tempo: Romano Prodi. Ad intellettuali come Beniamino Andreatta o ai grandi commis d’état come Carlo Azeglio Ciampi. Una contaminazione cui la politica moderna ha deciso di metter fine. Nemmeno fosse una derivazione del Covid-19.

Può durare? Questo è l’interrogativo, continuamente rimosso nel tran tran del quotidiano. Tirare a campare, invece di tirare le cuoia, come era solito ripetere uno dei più cinici politici italiani. Che, tuttavia, qualche qualità, come grande navigatore, l’aveva. La domanda è fastidiosa, ma la risposta è necessaria. No: non può durare. Non può essere perché l’Italia è giunta al limite. E quando la pandemia sarà finita, tutti i nodi verranno al pettine. In un cataclisma i cui scricchiolii è facile avvertire fin da ora. Dalla nascita dell’euro, l’Italia, secondo quanto certificato da Eurostat, è cresciuta complessivamente del 2,01 per cento in termini reali. Considerato che da allora sono passati venti anni, si può legittimamente parlare di encefalogramma piatto. Diagnosi che trova riscontro in due dati: l’Eurozona nello stesso periodo è cresciuta del 23,4 per cento. Ma esclusa la “zavorra” italiana la crescita del resto degli altri partner è stata in media del 28,4 per cento.

Ci siamo salvati solo grazie ad un po’ d’inflazione. In termini nominali, la crescita del “ventennio” è stata pari al 37,2 per cento, contro il 62,3 per cento dell’Eurozona ed il 67,6 per cento dei nostri partner esclusa l’Italia. Ma anche questo piccolo ristoro è stato presto annullato dalla più forte depressione, che ha fatto seguito alla crisi del 2008. Nei primi anni dell’euro, l’inflazione italiana era pari in media al 3,6 per cento; dopo quella data addirittura inferiore all’unità. Gli storici hanno discettato a lungo sulla politica economica del regime fascista. Si veda, ad esempio, il bel volume: “l’Economia italiana nel periodo fascista” con la premessa di Pierluigi Ciocca e tanti contributi degli economisti di Banca d’Italia. Peccato non ritrovare, oggi, lo stesso impegno.

Eppure la posta in gioco è ancora più alta. Se l’Italia avesse avuto un tasso di crescita pari alla media dell’Eurozona, il suo Pil sarebbe oggi pari a 2.187 miliardi, invece di 1.789. Un benessere ben maggiore in grado di sostenere al meglio la struttura di un welfare, altrimenti destinata a sprofondare, non potendo contare sui necessari sostegni. Ed il suo rapporto debito Pil, che nel 2019 ha fatto registrare un valore pari al 134,7 per cento, si sarebbe ridotto ad un più umano 110,2 per cento. Miracoli di una piccola spinta verso l’alto: una volta superate le sciocchezze ideologiche da un lato e l’opportunismo redistributivo dall’altro. C’è, infine, un piccolo corollario. Senza l’Italia, come mostrano i dati, l’Eurozona andrebbe meglio: una crescita maggiore sia in termini reali che nominali. Attenti quindi a non sbandierare l’Italexit. All’estero potrebbero prenderci in parola.

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