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Che cosa cela l’intesa in fieri tra Francia e Italia sulla revisione del Patto di stabilità

Energia

L’approfondimento di Giuseppe Liturri

 

C’è da avere i brividi lungo la schiena nel leggere la linea – che stando a quanto riferisce La Repubblica oggi – è stata concordata tra Emmanuel Macron e Mario Draghi con riferimento alla revisione del Patto di Stabilità.

Già ieri il Financial Times aveva rilanciato le dichiarazioni di Draghi, secondo cui “le nuove regole devono riflettere sul passato da correggere e sul futuro che occorre disegnare. Se prima una revisione delle regole era necessaria, oggi è inevitabile. Tutto questo va fatto con l’Unione europea, insieme”. Ora apprendiamo che “a Parigi è in corso di stesura una prima bozza di proposta da presentare a Bruxelles a dicembre, qualche settimana prima dell’inizio della presidenza francese dell’Ue”.

Come al solito, c’è da capire con chi, sul fronte italiano, stiano parlando i francesi. E, soprattutto, quale sia il livello di condivisione della proposta nel nostro mondo politico. Pare che al momento, ne abbiano “cominciato a parlare i ministri dell’Economia Franco e Le Maire”.

C’è da trasecolare nel leggere i “tre obiettivi per la nuova governance economica”. La scelta pare essere – lungo il percorso di accompagnamento alla forca – tra carrozza con cavalli e cuscini dorati che procede su un tappeto rosso e un carretto con le ruote traballanti lungo un tratturo sconnesso. Il punto di arrivo non cambia, il primo modo è solo più comodo.

Vediamoli, questi 3 obiettivi, che alla fine sono solo due.

  1. Il primo è la revisione del fiscal compact nella “regola del ventesimo”, secondo cui (nel nome del vecchio rigore) ciascun paese è costretto a ridurre di un ventesimo all’anno lo stock di debito eccedente la soglia del 60% del Pil. In questo caso, la Francia vuole proporre una differenziazione dei percorsi di riduzione. Il secondo obiettivo è quindi permettere a ciascuno Stato membro di concordare con la Commissione un cammino “su misura” pluriennale di riduzione dello stock di debito pubblico, sulla base di un piano che Bruxelles dovrebbe monitorare periodicamente”.

Si tratta, in sintesi, della proposta dell’European Fiscal Board che abbiamo già commentato qui. In una regola assurda – che non è mai stata di fatto applicata da nessuno Stato membro dalla sua introduzione nel 2012 – viene solo cambiata la velocità di riduzione del debito. Come dire che anziché condurre l’Italia a schiantarsi contro il muro a 200 km/h, si ritiene opportuno ridurre la velocità a 150 km/h. Ci si muove e si “ragiona” all’interno dello stesso fallimentare paradigma. Sembrano davvero dei modesti palliativi, quasi delle cure “terminali”, gli “obiettivi” di cui si parla. Far adottare a ciascuno Stato un percorso differenziato, soggetto a monitoraggio, di riduzione del debito/Pil, equivale ad andare sotto programma per squilibri macroeconomici, strumento previsto dalle regole attuali e già applicato alla Grecia. Strumenti che credevamo sepolti in soffitta.

  1. A indorare la pillola, arriva “Il terzo punto – quello su cui verosimilmente sarà più facile allargare il consenso – è la golden rule, ovvero un trattamento differenziato della spesa pubblica per investimenti nella transizione verde e digitale. Si procederà a Bruxelles per strappi e ricomposizioni. Peserà la variabile della pandemia, che proprio in queste ore torna a mordere. E tanto dipenderà anche dal ruolo che riuscirà a giocare la Germania del dopo Merkel. E però, la sfida del debito comune resta: andrà strutturato il meccanismo che è alla base della filosofia del Recovery, Liberali tedeschi permettendo”.

Questa apparente apertura è solo la foglia di fico per nascondere l’assurdità dei precedenti obiettivi. L’apertura verso “green” e digitale fonda sull’assunto che siano spese “di qualità” a elevato moltiplicatore sul PIL. Ammesso e non concesso che sia così, dove sta scritto che ci si debba limitare a quelle spese? Se qualcuno in Italia ritenesse che la prevenzione del dissesto idrogeologico valesse di più dei 4 miliardi stanziati col PNRR, e fosse necessario investire 65 miliardi (quanto emerge da una recente stima dei Comuni), a Bruxelles ce lo impedirebbero, perché non sono investimenti “utili”, secondo loro?

Potremmo fare un’altra decina di esempi. La sostanza è sempre quella, ed è anche il difetto di fondo del PNRR: gli investimenti che servono (eccome se servono!) non possono essere decisi a Bruxelles.

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