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Tutti i diverbi fra M5s e Pd sul guardiano parlamentare dei conti pubblici

Legge Di Bilancio

Che cosa sta succedendo sull’elezione dell’Ufficio parlamentare di bilancio. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

 

Quando tra circa un anno, davanti alla legge di bilancio per il 2023, il Paese avrà ben chiaro il sentiero di austerità che dovrà percorrere negli anni successivi, almeno noi avremo la consolazione di averlo previsto con largo anticipo.

Nel complesso processo che porterà all’avveramento di questo scenario, un ruolo non secondario potrebbe essere recitato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb). Un nome che è sconosciuto al grande pubblico ma che dal 2014 è il guardiano dei conti pubblici e dell’osservanza delle regole del Patto di Stabilità.

Questo organo “indipendente” analizza, verifica e valuta tutto l’operato del governo sul fronte della finanza pubblica, inclusa la sostenibilità del debito. Insomma, è il mastino voluto da Bruxelles per presidiare la corretta applicazione di tutte le norme messe a punto dalla UE tra 2012 e 2013 – six pack, two pack e Fiscal Compact – per riformare il Patto di Stabilità del 1997. Furono proprio quelle norme ad imporre all’Italia quest’organo, istituito poi con la legge “Giorgetti” del dicembre 2013. Quella attuativa del pareggio di bilancio (meglio “equilibrio”), inserito in Costituzione nel 2012, durante il governo Monti e sotto il ricatto dello spread.

Il ruolo dell’Upb non è da trascurare, ancorché non sia spesso sotto i riflettori. Oltre a dare il “la” alle reprimende di Bruxelles sui nostri conti pubblici, l’Upb – qualora esprima valutazione significativamente divergenti rispetto a quelle del Governo – può costringere quest’ultimo a conformarsi a quelle dell’Upb o indurlo a spiegare i motivi per cui ritiene di confermarle.

Per fare tutte queste attività, ad oggi c’è uno staff di 25 persone e un bilancio di 6 milioni annui, di cui 4,3 destinati al personale, con un costo medio per lo Stato di circa €170mila per addetto.

L’organo è composto da un consiglio di 3 persone (il Presidente Giuseppe Pisauro, Chiara Goretti e Alberto Zanardi), nominate congiuntamente – scegliendo tra economisti di spicco – dai Presidenti delle Camere per una durata di 6 anni. Allo scadere del primo termine, il 27 marzo 2020, è stato pubblicato l’avviso per presentare le candidature. Ebbene, dopo la scadenza del 10 maggio 2020, ci sono voluti 16 mesi per arrivare fino al 16 settembre scorso, quando finalmente il Comitato paritetico tra Commissioni bilancio della Camera e del Senato, è riuscito a pubblicare l’elenco dei 19 soggetti ammissibili, tra i quali le due Commissioni bilancio, dovranno votare separatamente, con maggioranza di due terzi, una lista finale di dieci candidati, tra i quali i Presidenti delle Camere dovranno infine nominare i tre membri del Consiglio. Una fatica di Sisifo. Da allora il consiglio è in prorogatio e, da qualche mese, pure privo di un suo componente, perché la Goretti è finita a guidare la segreteria tecnica del PNRR a Palazzo Chigi. Se ci sono voluti 16 mesi per verificare se 31 candidature – la cui lista abbiamo potuto consultare – avessero i requisiti formali per poter essere votate dalle Commissioni (attività abbastanza routinaria), quanto tempo ci vorrà ora per scendere da 19 a 10 candidati (attività più discrezionale)?

Perché si è bloccato tutto così a lungo per un organo tecnico istituzionale che è uno snodo decisivo per la finanza pubblica del nostro Paese? Decisivo, perché noi ricordiamo che l’Upb si distinse nell’ottobre 2018 per la mancata validazione, per la prima volta dalla sua istituzione, del documento programmatico di bilancio inviato a Bruxelles dal primo governo Conte. Da lì partì una lunga disputa con la Commissione – con conseguenti momenti di fibrillazione sul mercato dei BTP – che terminò solo a inizio dicembre con il taglio del deficit previsto dal 2,4% al 2,04%. Per la cronaca, il deficit/PIL di quell’anno è stato pari al 1,6%, il più basso del decennio. Quindi, se c’era un motivo per non validare le previsioni del governo, era solo quello dell’eccessivo pessimismo. Invece l’Upb imputò al Governo l’esatto contrario. Merita una riflessione il fatto che nel 2018 si scatenò il panico per 6 settimane per correggere un modesto scostamento dello 0,36% per l’anno successivo; invece lo scorso aprile è stata validata una previsione di deficit/PIL per questo stesso anno pari al 11,8%, salvo validarne un’altra a settembre pari al 9,4%, come se nulla fosse.

Dopo questi due anni di sostanziale via libera a politiche di bilancio espansive, l’Upb potrebbe presto tornare a essere un decisivo crocevia per le valutazioni dei nostri conti pubblici ad opera della Commissione. È quindi comprensibile lo stallo dei mesi precedenti che, secondo nostre fonti qualificate, è attribuibile allo scontro in atto tra PD e M5S sulla lista dei dieci papabili e, in particolare, sul nome del candidato alla presidenza. Il nominativo ben visto dai primi e da tutta la filiera politica e istituzionale da sempre prona ai diktat di Bruxelles, è quello del professor Massimo Bordignon, ordinario di scienza delle finanze alla Cattolica di Milano e membro del prestigioso European Fiscal Board (Efb), organo consultivo della Commissione UE per le politiche di bilancio. Ma i grillini fanno muro perché lo considerano un paladino dell’austerità e di tutto la cassetta di preistorici attrezzi che hanno schiacciato la crescita del nostro Paese dal 2012 in poi. Ovviamente qui non si discute della persona, laureato in filosofia e con un lungo curriculum accademico in materie economiche e in finanza pubblica, ma del ruolo che tuttora recita nel sostenere quel vetusto strumentario che ha dato pessima prova di sé. Anche il Cardinale Roberto Bellarmino era un insigne studioso, tuttavia, sbagliando, considerava pericolosa la teoria eliocentrica di Galileo Galilei.

Ragionando ad rem e non ad personam gli argomenti non mancano.

È infatti solo del 10 novembre il rapporto annuale del Efb in cui – sotto il guanto felpato dell’intento riformatore del Patto di Stabilità – si cela il maglio che piegherà il nostro Paese: tasso di riduzione del debito pubblico mirato e differenziato per Paesi ad alto debito, rispetto della regola della spesa, clausola di salvaguardia attivabile sulla base di un’analisi indipendente e regola del 3% da mantenere come soglia per la procedura per debito eccessivo.

Sembra che dieci anni siano trascorsi invano e all’Efb non si siano accorti della pro ciclicità, della opacità e della discrezionalità applicativa di quelle regole. Per cui ritengono opportuno solo aggiustamenti marginali – come se fosse significativo cambiare il tasso di riduzione del debito pubblico eccedente il 60%, da 1/20 a 1/30 – e non prospettano nemmeno un totale cambio di paradigma che sarebbe invece necessario.

Se perfino il commentatore del Financial Times, Martin Sandbu, non certo sospettabile di euroscetticismo, proprio domenica scorsa ha spiegato in modo chiaro che le regole per la politica di bilancio degli Stati membri non hanno bisogno di modifiche tecniche (tra cui la proposta dell’Efb) ma di un serio intervento politico che indichi una nuova direzione di marcia. Tutti concordano che quelle vecchie regole non possono ritornare, altrimenti farebbero nuovamente deragliare l’economia della UE e dell’eurozona in particolare, ma nessuno è in grado di indicare come modificarle, limitandosi a piccoli interventi manutentivi che non sradicano la mala pianta dell’austerità, che è proprio il solco che incredibilmente l’Efb continua ad arare. Da professori così prestigiosi ci aspetteremmo proprio la chiara indicazione di un nuovo paradigma, non lavori di rimessaggio di una barca che fa acqua da tutte le parti. Starà poi alla politica discuterne e decidere.

L’eurozona è l’unica economia avanzata in cui si parla della riduzione del debito, mentre ancora continuano a cadere le bombe dei costi energetici in rialzo, delle catene di forniture rivoluzionate, e di nuovi probabili rallentamenti dell’economia, a causa della pessima gestione di un problema sanitario che, dopo quasi 2 anni, non può più essere considerato emergenziale.

Qualcuno sente ripetere in Giappone, USA o UK, discorsi come quello dell’Efb? Può aver avuto un senso dire certe cose nel 2012, ma che senso ha ripeterle nel 2021, dopo averne verificato i pessimi risultati?

Allora, se non vogliamo ritrovarci a vivere esperienze come quelle del 2018, sarebbe opportuno riflettere a lungo su come organizzare le istituzioni che dovrebbero governare la ripresa del Paese.

È troppo chiedere che ci sia risparmiato chi ancora oggi sottoscrive documenti che – mutatis mutandis – sostengono la teoria geocentrica? O dobbiamo subire la sorte di Galilei che attese quasi quattro secoli per essere riabilitato?

(versione ampliata e integrata di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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