Economia

Cercasi classe dirigente interessata alla crescita e non alle chiacchiere. Il commento di Polillo

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Considerazioni a margine delle ultime stime Fmi sui Pil dei principali Paesi e delle vacue diatribe interne alla maggioranza di governo

A metà degli anni ‘80, si discusse a lungo se l’Italia avesse, in termini di Pil, superato la Gran Bretagna. Gli inglesi negarono con determinazione. Non sopportando l’idea che un Paese, come l’Italia, da sempre ai margini della realtà europea, potesse, in qualche modo, dimostrarsi più dinamico degli abitanti del regno di Sua maestà. Parlarono, quindi, di un’illusione statistica, non potendo fornire cifre che mettessero in discussione quei risultati. Che ancora oggi – basta andare sul sito del FMI – sono visibili nelle statistiche internazionali.

In Italia la notizia fu accompagnata da una serie di polemiche. Non si voleva dare a Cesare, quel ch’era di Cesare. Ossia riconoscere che la presidenza di Bettino Craxi, di cui in questi giorni si è celebrato il ventennale della sua morte in esilio, stava dando i suoi frutti. Alla fine del suo mandato, infatti, la crescita del Pil era stata pari al 3 per cento, in termini reali, il valore più alto dell’ultimo decennio. Mai più raggiunto, salvo un’unica eccezione agli inizi del terzo millennio, in epoca successiva.

Nel tradizionale incontro di Davos, in cui il FMI ha letto le sue previsioni per il biennio prossimo venturo, gli inglesi hanno potuto tirare un sospiro postumo. In effetti l’incubo di metà degli anni ‘80, era stato solo il cattivo sogno di una mezza estate. Un avvenimento non solo irripetibile, ma destinato ad essere smentito in tutti gli anni successivi. Dal 1995, infatti, secondo le valutazioni OCSE, l’Italia ha sempre occupato, stabilmente, le ultime posizioni, per quanto riguarda la sue possibilità di sviluppo. Ultima tra gli ultimi: sia in Europa che tra i Paesi a più antica industrializzazione.

Sarà così anche per il biennio 2020–21, stando almeno alle nuove previsioni del FMI. Secondo le tabelle illustrate, il suo tasso di crescita sarà pari allo 0,5 per cento per l’anno in corso ed allo 0,7 per quello successivo. Andrà così solo in Giappone, il cui reddito pro-capite, tuttavia, non è certamente pari a quello italiano. Tutti gli altri faranno meglio: dalla Russia di Putin al Brasile. Mentre nell’area dell’euro il tasso medio di crescita sarà pari a più del doppio di quello italiano.

Vista la persistenza di questa lunga stagnazione, ci si poteva aspettare che le relative preoccupazioni avessero, in qualche modo, diritto di cittadinanza, nell’attuale dibattito politico. Che ci fosse un qualche rappresentante governativo che si ponesse il problema, sollecitando un minimo di dibattito pubblico e privato, nel tentativo di individuare le ragioni più o meno profonde di questo stato di crisi. Silenzio non solo più che assordante, ma proprio per questo, destinato ad essere foriero di ben altre preoccupazioni. Che succederà, infatti, ad Alitalia, alla scadenza del prestito nuovamente concesso? E nei confronti di Atlantia, se la mossa di Matteo Renzi, contraria alla revoca delle concessioni, non dovesse andare in porto?

Il FMI, analizzando la situazione della Germania e dell’Olanda, invita entrambi i Paesi ad una coraggiosa manovra di reflazione, visti i consistenti attivi valutari. L’Italia ha, ovviamente, margini inferiori. Tuttavia il suo attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è più che consistente. Può pertanto consentirle, a precise condizioni, l’avvio di una politica produttivistica, centrata sulla riduzione del suo eccessivo carico fiscale. Sviluppo naturale e coerente di un programma di governo. Se l’Italia avesse ancora una classe dirigente, come fu quella degli anni ‘80. Sulla quale, solo oggi, dopo anni di processi sommari, sembra tornare un minimo di resipiscenza.

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