Economia

Cdp, Salini Impregilo, Astaldi, Vianini, Gavio e Pizzarotti. Ecco i nodi da sciogliere su Progetto Italia

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Sono due, in particolare, i nodi ancora da sciogliere per Progetto Italia, il polo nazionale delle costruzioni al quale lavorano in primis Cassa depositi e prestiti e Salini Impregilo.

Secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine in ambienti finanziari milanesi, da un lato si deve definire la governance (in particolare c’è l’ipotesi di un comitato strategico e di indirizzo su cui Salini nicchierebbe) e dall’altro c’è il timore da parte sempre del gruppo privato di un aumento di capitale che lo diluirebbe troppo in Progetto Italia.

Una traccia indiretta della prima questione in ballo si trova, secondo gli osservatori, nelle parole di giorni fa pronunciate dall’amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo: “Il comparto delle costruzioni è importante per l’intero sistema paese. Cdp quindi ha la responsabilità di valutare un’operazione che punti al consolidamento del settore, che abbia una governance trasparente e condivisa e anche aperta ad altri partner industriali e finanziari in un’operazione di sistema e di mercato”, ha detto il capo azienda del gruppo controllato dal Tesoro e partecipato dalle fondazioni bancarie.

Un progetto, quello del polo nazionale delle costruzioni, che nei mesi scorsi era arrivato a un impasse proprio sul tema della governance. Le indiscrezioni più recenti parlano di un sostanziale accordo secondo cui Pietro Salini resterebbe amministratore delegato mentre la Cassa depositi e prestiti esprimerebbe il presidente. Il nuovo socio forte punta ad una governance con deleghe per un sistema più condiviso, in linea con le migliori pratiche del mercato, evidenziava giorni fa l’Ansa.

Secondo addetti ai lavori al corrente del dossier e alla ricerca di una quadra fra le parti, c’è in ballo – da parte di Cdp – l’ipotesi della costituzione di un comitato all’interno del board: un comitato – ha criticato giorni fa il Sole 24 Ore – “che avrebbe poteri di indirizzo strategico e gestionali non consueti e forse non facilmente conciliabili con le regole di governance che il mercato richiede a una società quotata in Borsa”; una preoccupazione che alberga in casa di Salini Impregilo.

La nuova entità che nascerà attorno a Salini dall’aggregazione di Astaldi e società in crisi come Cmc e Trevi potrebbe attrarre anche operatori non in difficoltà (circolano i nomi delle società Vianini del gruppo Caltagirone, di Pizzarotti e anche del gruppo Gavio) per raggiungere quella dimensione che manca alle società italiane per competere sul fronte internazionale.

Il business plan del polo in fieri – come ha detto il direttore generale di Salini Impregilo, Massimo Ferrari, al Sole – prevede circa 70 miliardi di valore dei contratti al 2021, un fatturato tra 12-14 miliardi, un Ebit tra 500-700 milioni, con dividendi già dal 2020.

L’obiettivo è tenere aperti i cantieri con un impatto su 500 mila posti di lavoro e un contributo al Pil annuo italiano dello 0,2-0,3%. Per Salini, secondo Ferrari, si prospetta un rafforzamento da circa 600 milioni, la metà a carico di Cdp, con un contributo delle banche (qui le ultime novità e le differenze di vedute tra gli istituti di credito) e un 25% riservato al mercato.

C’è però un’altra questione da dirimere. Nell’intervista di Pietro Salini al Corriere della Sera giorni fa, il presidente ha detto: “La famiglia Salini è pronta a diluirsi sotto la quota di maggioranza, pur restando azionista di controllo”. L’interpretazione che molti analisti finanziari hanno fatto delle parole del presidente del gruppo è la seguente: Salini ostacola un robusto aumento di capitale auspicato da Cdp perché il gruppo privato non vuole diluirsi troppo.

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