Economia

Caro Dombrovskis, come sarà riformato il Patto di stabilità e crescita? Ecco un paio di idee

di

Rutte

Su quali basi sarà necessario riformare il Patto di stabilità e crescita? Avendo come riferimento la Triade: Germania, Olanda e Danimarca? Oppure guardando all’Italia e alla Spagna: prigioniere, seppur per motivi diversi, di una bassa crescita endemica, che impedisce loro di ridurre debito e disoccupazione. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Un anno di tregua e poi si dovrà ricominciare. Parola di Valdis Dombrovskis: il falco, il lettone Vice presidente della Commissione europea, che sovraintende, con la tradizionale inderogabile fermezza, al rispetto del Patto di stabilità. Che rimarrà in stand by per altri 365 giorni, sempre che l’inflazione, che sta rialzando la testa, non faccia qualche brutto scherzo. Quel risveglio già si comincia a vedere, nelle pieghe dell’economia mondiale. Dall’inizio dell’anno il prezzo del petrolio è passato dai 50 ai 64 dollari al barile per il brent e da 48 a 61,6 per lo WTI crude. In entrambi i casi l’incremento è stato del 25 per cento. Conseguenza dei nuovi accordi tra i Paesi produttori che sono riusciti a limitare l’offerta, ma anche di una domanda internazionale che mostra segni di risveglio. La sola Cina chiuderà il 2020 con una crescita del suo prodotto interno pari all’1,9 per cento.

Negli Stati Uniti non c’è ancora allarme, ma il fenomeno inflazionistico è da giorni sotto la lente degli analisti. In un solo mese i rendimenti sui titoli di stato americani, i Treasury, sono aumentati del 15 per cento. Poco si dirà, visto che siamo ancora abbondantemente al di sotto dell’1 per cento. Ma è bastato questo piccolo scalino per dirottare ingenti masse finanziarie dal comparto azioni ai titoli di stato. Portando in rosso i listini di Wall Street. E favorendo il trasferimento di capitali dal Resto del mondo. Per cui il dollaro, seppure di poco, si è rivalutato rispetto all’euro. O meglio: si è ridotto il suo differenziale negativo. L’ultimo dato di gennaio indica, poi, per il mercato americano, una crescita media dei prezzi, pari all’1,4 per cento. Valore che comincia ad avvicinarsi troppo a quel 2 per cento che dovrebbe rappresentare il limite delle politiche monetarie espansive, da parte della Fed.

Ed allora il monito che Dombrovskis rivolge non solo all’Italia, ma a tutti i Paesi che non hanno margini fiscali, ha un suo perché. Fate presto – dice – a Federico Fubini, che lo intervista dalle pagine del Corriere della sera. Cercate di sistemare le cose, prevedendo fin d’ora le misure necessarie. Che non possono essere solo ristoro, o come diavolo si può chiamare l’intero novero delle misure emergenziali. L’intervento, grazie anche alle risorse che l’Unione europea, con il Recovery Fund, mette a disposizione dell’Italia, deve essere selettivo. Ad esempio favorire la riconversione di interi settori verso l’economia green e digitale.

Tutte cose buone e giuste, che fanno parte del manuale del buon europeista. Per quanto ci riguarda, vista la specifica crisi italiana, ci accontenteremmo anche della semplice riconversione verso un qualsivoglia settore produttivo. Visto che il nocciolo dell’industria italiana è fortemente radicato nelle catene del valore a livello internazionale. E sta dando ottimi risultati.

Senza voler dare minimamente consigli non richiesti, non possiamo tuttavia non richiamare l’attenzione sul grande mismatch che caratterizza non solo l’economia, ma la società, italiana. Un disallineamento tra le diverse variabili che trova scarsa corrispondenza negli altri Paesi europei. Cominciamo dai dati della crescita. Ancora una volta, viene da dire, l’Italia è all’ultimo posto, secondo Eurostat, con una perdita, rispetto al 2010, dell’8,2 per cento. Manca ancora il dato della Grecia, ma è irrilevante. Dal 2007, infatti, se il tasso di crescita italiano fosse stato quello della media dell’Eurozona, oggi si potrebbe contare su circa 400 miliardi in più: un Pil di 2.000 miliardi contro i 1.651 certificati dall’Istituto di statistica. La pandemia in Italia sarà stata anche più dura che negli altri casi, ma ha colpito un Paese da tempo sfibrato.

Quindi il debito. Pochi giorni fa l’Istat ha indicato per il 2020 un rapporto debito/Pil pari al 155,6 per cento. Con un aumento di 21 punti rispetto all’anno precedente. Conseguenza di un maggior deficit pubblico rispetto all’anno precedente, pari al 7,9 per cento, ed una caduta del Pil ai prezzi di mercato del 7,8 per cento: trascinato – come osserva la stessa Istat – “soprattutto” dalla “domanda interna, mentre la domanda estera e la variazione delle scorte hanno fornito un contributo negativo limitato”. Rispetto alle ultime previsioni della Commissione europea, che indicavano un rapporto debito/Pil del 159,6 per cento, le cose sono comunque andate leggermente meglio.

Altro scostamento, quello relativo all’attivo della bilancia dei pagamenti. Risultato pari a 60,6 miliardi, contro i 47 miliardi indicati dalla Commissione. Il che porta l’attivo valutario italiano al 3,7 per cento del Pil, contro i 2,9 stimati dalla Commissione. Ed è questa una delle principali stranezze della situazione europea. Risultati così importanti sul fronte dell’export lo possono vantare solo la Germania, quindi l’Olanda, la Danimarca ed infine l’Italia. Secondo le previsioni della Commissione, i relativi valori erano superiori al 6 per cento per tutti e tre. Poi veniva l’Italia e quindi la Spagna. Due blocchi di Paesi, quindi, con un potenziale, tolta la Germania, più o meno equivalente: 100 miliardi contro 80, essendo il surplus valutario spagnolo pari a 20 miliardi di euro. E la Francia in un profondo rosso, pari – sempre secondo la Commissione – a ben 67,4 miliardi: il 3 per cento del Pil.

Se si raggruppano questi elementi si possono marcare differenze importanti tra i diversi Paesi considerati. I Paesi più virtuosi (Germania, Danimarca ed Olanda) hanno poco debito pubblico (meno del 60 per cento del Pil) e tanto avanzo primario delle partite correnti. La Francia, invece, ha un debito pubblico consistente, pari al 115,9 del Pil, ed un forte deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. L’Italia e la Spagna, a loro volta, un debito più alto ma anche un più forte attivo nei conti con l’estero.

Ultimo dato da considerare, per avere un quadro sintetico delle contraddizioni di ciascun Paese, il tasso di disoccupazione. Frizionale in Germania, Olanda e Danimarca: una forchetta compresa tra il 4,4 ed il 6,5 per cento. L’Italia e la Spagna sono invece agli estremi con un rapporto che oscilla, fin da ora, rispettivamente tra il 10 ed il 17 per cento.

Che dire, allora, dopo aver messo in fila tutti gli elementi a disposizione? Su quali basi sarà necessario riformare il Patto di stabilità e crescita? Avendo come riferimento la Triade: Germania, Olanda e Danimarca? Oppure guardando all’Italia e alla Spagna: prigioniere, seppur per motivi diversi, di una bassa crescita endemica, che impedisce loro di ridurre debito e disoccupazione. Opzione che potrebbe passare dalla possibile utilizzazione degli spazi finanziari che derivano dal surplus valutario, a loro disposizione. Forse Dombrovskis non sarebbe d’accordo. Ma almeno in Italia bisognerebbe cominciarne a parlare.

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