Economia

Carige, Unicredit e non solo. Ecco come le svendite di Npl incidono sui conti delle banche

di

Unicredit

Il vero macigno per le banche italiane (come Intesa Sanpaolo, Unicredit e Carige), soprattutto negli ultimi due anni, che ha colpito la marginalità delle banche e ne ha indebolito fortemente il capitale? I crediti in sofferenza e la loro dismissione a tappe forzate voluta dalla Vigilanza della Bce con conseguenti affari d’oro per i compratori. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Dopo settimane di bombardamento mediatico tutto centrato sul temuto rialzo dei tassi sui mutui a causa dell’aumento dello spread, pare che, almeno sulla stampa economico-finanziaria, ci siano interessanti segni di risveglio. Infatti, pare che si stia cominciando a fare luce su altre cause, nettamente più rilevanti ed impattanti rispetto allo spread.

Complice il recente scontro televisivo tra l’ex ministro Piercarlo Padoan ed il vice ministro Laura Castelli, il tema è tuttora di grande attualità e richiede ulteriori approfondimenti sui rapporti di causa-effetto che incidono sulla riduzione dei margini e sul conseguente aumento dei tassi attivi delle banche.

Intendiamoci, la relazione positiva tra spread e tassi attivi delle banche esiste. Ma essa, da un lato, è sottoposta a diverse condizioni e, dall’altro, ha tempi di trasmissione molto variabili e, soprattutto, relativamente lunghi. Si tratta di segmenti di mercato diversi, ma correlati. Sono aspetti di primaria importanza che, una volta evidenziati, indeboliscono molto la forza della clava mediatica usata senza scrupoli da larga parte dei media.

Già da alcuni giorno la forza di tale narrazione, tutta incentrata sulla relazione monocausale spread/tassi sui mutui, andava indebolendosi. Ma, da venerdì 30 novembre e per tutto il fine settimana, il Sole 24 Ore ha scoperto la dannosità, per i conti delle banche, della vendita a tappe forzate, imposta dalla Bce, dei crediti in sofferenza. Si tratta di scoperta, invero tardiva, che porta immediatamente a chiedersi ’perché ora?’.

Il canto del cigno di tale spiegazione monocausale lo si è avuto il 28 novembre, quando Unicredit ha annunciato la collocazione di un bond per 3 miliardi di dollari al tasso del 7.20% (ben 420bp al di sopra del tasso swap) e Carige ha confermato che il FITD (Fondo interbancario tutela dei depositi) sottoscriverà un suo bond emesso al tasso del 13% (dico bene: tredici!). La narrazione che fosse tutta colpa dello spread non poteva reggere.

Qualche barlume di luce lo si era già intravisto quando erano usciti i dati Abi sull’andamento dei tassi al 31/10, che mostravano variazioni impercettibili dei tassi e quindi poco funzionali per battere ancora sul punto. Morya Longo, commentando sul Sole 24 Ore il probabile lancio di una terza operazione di finanziamento straordinario delle banche da parte della Bce, che avrebbe probabilmente allentato le tensioni sul fronte della raccolta, descriveva solo come un rischio eventuale il pagamento di tassi crescenti sui bond di prossima emissione da parte delle banche, poiché la Bce avrebbe fornito, via Tltro, nuova abbondante liquidità a buon mercato.

A questo punto, sul Sole 24 Ore di sabato 1 dicembre, sempre Morya Longo ha parlato degli attivi illiquidi delle banche tedesche e francesi (già segnalato tempo fa da Banca d’Italia) e domenica 2 è stato finalmente portato in evidenza il vero macigno che, soprattutto negli ultimi due anni, ha colpito la marginalità delle banche e ne ha indebolito fortemente il capitale: i crediti in sofferenza e la loro dismissione a tappe forzate voluta dalla Vigilanza della Bce con conseguenti affari d’oro per i compratori.

Beninteso, nulla di nuovo. La novità è che se ne parli.  È una sequenza di dati e commenti che vi invito a leggere in dettaglio e che confermano quanto cerco di evidenziare da tempo: l’ordine di grandezza dei problemi derivanti dall’aumento dello spread è nettamente inferiore rispetto a quello dei danni da smaltimento forzato delle sofferenze e da necessità di emettere bond bancari, assoggettabili a bail-in, dopo anni di sostanziale inattività della raccolta.

La Bce ha imbandito la tavola chiedendo, in nome di un’unione bancaria parziale, alle nostre banche di ridurre in fretta i crediti deteriorati, e gli specialisti internazionali del settore sono accorsi numerosi. A nulla sono valse le perplessità di Banca d’Italia. Le banche sono state costrette a vendere in 2 anni crediti in sofferenza per €164 miliardi, a prezzi anche fino al 15% del nominale che consentiranno ai compratori di ottenere un rendimento del 10/12%; anche solo il 10% in più, ragionevolmente ottenibile con un realizzo meno affrettato, avrebbe significato €16,4 miliardi di minori perdite per le banche ma anche minori profitti per chi sta banchettando. Numeri, al cui cospetto, i maggiori tassi sui bond sembrano schiuma sulla battigia.

Ricordando la celebre frase dello zio avvocato di Johnny Stecchino, sostenere che il problema delle banche è lo spread è fondato come sostenere che il problema di Palermo è il traffico.

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