Economia

Ecco perché Unicredit non festeggia troppo per il bond piazzato a Pimco

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Popolare di Bari

Tutti i dettagli e i commenti sull’ultima emissione obbligazionaria di Unicredit e perché rischia di essere un salasso per il gruppo capeggiato da Mustier. L’approfondimento di Michele Arnese e l’analisi del Sole 24 Ore

Unicredit ha annunciato un’emissione obbligazionaria a 5 anni per 3 miliardi di dollari Usa, pagando un tasso in netta crescita (a 420 punti base), rispetto alla precedente emissione comparabile dell’istituto guidato a Jean-Pierre Mustier. Il punto è che a gennaio pagò un tasso d’interesse pari a 70 punti base sopra il tasso europeo swap, mentre ora il “premio” è stato di 420 punti base. Ecco numeri, dettagli e commenti.

ECCO I DETTAGLI SUL BOND A UNICREDIT

Cospicua emissione obbligazionaria per Unicredit, dunque. La banca di piazza Gae Aulenti ha collocato due giorni fa un bond Senior Non-Preferred a 5 anni per un importo pari a 3 miliardi di dollari Usa, nell’ambito del suo US Global MTN Program destinato a un primario investitore istituzionale, il fondo americano Pimco.

QUANTO E’ COSTATO IL BOND A UNICREDIT

Il costo della raccolta è pari a 420 bps sul tasso swap a 5y in euro. Il bond sarà computabile ai fini TLAC e si prevede un impatto positivo di circa 73 bps, in rapporto agli attivi ponderati per il rischio del terzo trimestre 2018.

CHE COSA DICE UNICREDIT SULL’EMISSIONE OBBLIGAZIONARIA

La banca sottolinea come la transazione, parte integrante del Piano di Funding della Banca ai fini TLAC, è il secondo Senior Non-Preferred di Unicredit dopo quella inaugurale a 5 anni per un importo pari a 1,5 miliardi di euro collocata a gennaio ed è la prima transazione Senior Non-Preferred a valere sul programma GMTN e conferma la capacità di UniCcedit di accedere al mercato in qualsiasi condizione.

CHI HA CURATO IL COLLOCAMENTO DEL BOND UNICREDIT

Il collocamento è stato curato da Citibank, Morgan Stanley and Unicredit Bank in qualità di dealers.

IL COMMENTO DA BRUXELLES

Secondo il commissario Ue, Dombrovskis, il salasso per Unicredit “è una conseguenza delle turbolenze nel mercato” dovuta alla manovra italiana che “sta impattando negativamente sull’economia reale italiana in termini di finanziamento alle imprese e alle famiglie”.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

Il gruppo ha emesso un bond «senior non preferred» come aveva fatto lo scorso gennaio. L’aspetto notato da analisti, banchieri e addetti ai lavori è che a gennaio il gruppo capeggiato da Mustier pagò un tasso d’interesse pari a 70 punti base sopra il tasso europeo swap, mentre ora il “premio” è stato di 420 punti base. Questa volta il bond è stato emesso in dollari (i 420 punti base rappresentano però il costo in euro) ed è stato venduto a un unico investitore (il fondo Pimco). “Ma il nodo sta nel costo: la stessa banca per emettere lo stesso tipo di titolo ha dovuto sestuplicare il tasso d’interesse. Non perché UniCcedit sia peggiorata da gennaio, ma perché ora il mercato considera un rischio-Italia maggiore”, ha scritto Morya Longo del Sole 24 Ore.

I COMMENTI DI BANCHIERI E COMMISSARI

Il vicepresidente della Commissione Ue, Dombrovskis, ha detto che questo aumento dei tassi per UniCredit è dovuto «alle turbolenze di mercato». E questo allarma i banchieri italiani: «Noi non possiamo permetterci di fare operazioni con tassi così alti», ha detto ieri il ceo di Banco Bpm Giuseppe Castagna. Il tasso pagato da UniCredit «è impressionante» ha aggiunto il numero uno in Italia di Crédit Agricole, Giampiero Maioli.

LA SITUAZIONE DEL SETTORE BANCARIO

Comunque da Bruxelles, a livello sistemico, arriva un giudizio non negativo sullo stato di salute del settore bancario europeo sul fronte della pulizia dei bilanci: il comparto torna vicina ai livelli pre-crisi, e anche l’Italia mostra una salute di gran lunga migliore rispetto a un anno fa. I crediti deteriorati lordi delle banche europee sono calati al 3,4% nel secondo trimestre del 2018, in flessione di 1,2 punti percentuali su base annua. La Commissione Ue, nel suo terzo rapporto sulla riduzione dei rischi legati agli Npl, scrive che “negli ultimi anni la stabilità finanziaria è stata notevolmente rafforzata e la riduzione dei rischi nel settore bancario dell’Ue continua a un ritmo sostenuto”.

I NUMERI SUI CREDITI DETERIORATI SECONDO ABI

In Italia i crediti deteriorati lordi sono scesi al 10% del totale dei prestiti nel secondo trimestre del 2018, dal 12,2% dello stesso periodo dello scorso anno. Come recentemente evidenziato dall’Abi, nel giro di tre anni le banche italiane hanno più che dimezzato le sofferenze. A settembre le sofferenze nette erano in calo a quota 39,8 miliardi di euro, il 55,2% in meno rispetto al picco di 88,8 miliardi raggiunto a novembre del 2015. L’associazione presieduta da Antonio Patuelli individuava in particolare nelle ‘Gacs’ – il meccanismo di garanzie statali messo a punto dallo scorso governo – l’acceleratore della cessione di Npl.

GLI INVITI DI BRUXELLES

Nel 2017, infatti, le vendite hanno raggiunto la cifra record di 75 miliardi. Bruxelles invita però a non abbassare la guardia. Il volume totale di Npl in tutta l’Unione europea, infatti, è stimato ancora 820 miliardi di euro e gli Npl ratio non sono uniformi, e anzi variano tra lo 0,6% e il 44,9% dei crediti a seconda dei Paesi.

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ECCO UN BREVE ESTRATTO DELL’ARTICOLO DI MORYA LONGO SUL SOLE 24 ORE DI GIOVEDI’ 29 NOVEMBRE

Il problema riguarda l’intero sistema, perché nel 2019 le necessità di raccogliere fondi saranno consistenti. Secondo le stime di Deutsche Bank, le prime 7 banche italiane nel 2019 avranno oltre 45 miliardi di obbligazioni in scadenza da rinnovarle con nuovi bond. Non solo. Perché nel 2020 scadranno anche i finanziamenti Bce che vanno sotto il nome di Tltro, ma già un anno prima (dunque nel giugno 2019) il 50% di questi prestiti non sarà più utilizzabile dalle banche per soddisfare un requisito (non obbligatorio) che si chiama «Net stable funding ratio». Morale: per rimpiazzare anche questi finanziamenti (ammesso che la Bce non decida di concederne di nuovi) le necessità di raccogliere fondi delle 7 banche italiane salirebbero da 45 a 108 miliardi totali. E non finisce qui. Perché per soddisfare anche i requisiti Tlac e Mrel (queste sigle indicano i “cuscinetti” di bond che le banche devono avere per prepararsi a un eventuale bail-in), le emissioni potrebbero ulteriormente salire.
Proprio nell’anno in cui lo spread tra BTp e Bund rende il mercato obbligazionario in salita e costoso, le banche italiane si trovano dunque grosse necessità finanziarie. Bene inteso: i numeri reali potrebbero essere, alla prova dei fatti, più bassi delle stime. Intesa Sanpaolo – contattata – per esempio afferma di essere in grado di soddisfare i requisiti del “cuscinetto” Mrel «anche senza dover rinnovare i bond in scadenza nel 2019». E UniCredit ha già raccolto 2,6 miliardi dei 3-5 richiesti per soddisfare i requisiti del “cuscinetto” Tlac. Ma il fatto che le principali banche abbiano abbastanza ossigeno per poter tenere il respiro, non cambia il dato di fatto: per loro il costo del finanziamento aumenta. Stima Deutsche Bank che – per le 7 banche – potrebbe salire nel 2019 di oltre un miliardo nel complesso. A pagare il conto potrebbero essere famiglie e imprese.

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