Economia

Bcc, perché una controriforma alle banche di credito cooperativo?

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Ecco cosa deciderà il governo, perché M5s e Lega premono e gli effetti dell’intervento secondo l’editorialista Angelo De Mattia, già in Banca d’Italia

È un caso classico di «reformatio in pejus», quella che alcuni emendamenti presentati da forze della maggioranza al decreto fiscale vorrebbero apportare alla riforma del credito cooperativo, sembrerebbe con il parziale avallo del Governo che si sarebbe riservato di operare, poi, una sintesi delle proposte presentate. In queste, si vede il peso delle bcc forti, dal momento che introdurre la volontarietà dell’adesione ai gruppi cooperativi significa in qualche modo favorire queste e trascurare le banche minori più esposte ai rischi di instabilità.

Altro che l’asserita tutela, declamata dai presentatori, della mutualità e della territorialità. A differenza della riforma delle banche popolari, quella delle bcc ha visto una lunga ponderazione e un ampio coinvolgimento della categoria. È stato un modo emblematico di realizzare le riforme con il consenso. In zona Cesarini, dunque, di ciò non si tiene affatto conto e interviene l’ipotesi di una sostanziale revisione.

L’adesione ai gruppi cooperativi non è più obbligatoria, secondo le proposte di modifica. Questa adesione ha lo scopo di creare uno scudo protettivo delle bcc, con la maggiore forza patrimoniale e le capacità di governance del gruppo, proprio per poter fare svolgere con maggiore sicurezza la funzione mutualistica e solidaristica di questi istituti sul territorio. Non è affatto una distorsione delle finalità istituzionali, ma tiene conto del fatto che nell’era della globalizzazione e della enorme crescita della concorrenza, c’è bisogno di avere un forte soggetto centrale, formato dalle stesse bcc, che assicuri interventi «in itinere» e negli eventuali casi di difficoltà, senza affatto ledere le classiche attribuzioni delle banche partecipanti.

Immaginare di sostituire l’obbligatorietà dell’adesione, se non si è in precedenza percossa la strada, in alternativa, della trasformazione in Spa, con la previsione della solidarietà, all’occorrenza, intracategoriale con l’Ips, l’Institutional protection system, che ha dato una prova non certo da copiare in Germania, è assolutamente un azzardo. Del resto, da tempo le bcc hanno fondi di tutela della categoria, che però non possono soddisfare tutti gli scopi importanti che la rivisitazione persegue. Pensare, poi, di eliminare l’obbligo, di fonte europea, di tener conto nei propri bilanci delle variazioni degli spread sui titoli pubblici sarebbe come bloccare il termometro perché non registri più le temperature, per esempio, oltre i 37 gradi.

Non si dimentichi poi che sulle riforme del credito sussiste l’obbligo di un parere preventivo della Bce e che la materia, per altri profili, rientra anche nella competenza della Commissione Ue. La linea più corretta sarebbe quella di non toccare la riforma e stabilire che, dopo due anni dalla sua partenza, si farà il punto esaminando approfonditamente i risultati della prima applicazione per gli eventuali aggiustamenti.

In alternativa, si potrebbe rafforzare la partecipazione delle bcc alle decisioni centrali della holding che è alla testa dei rispettivi gruppi cooperativi e migliorare, sia pure con equilibrio, le condizioni delle loro autonomie. Ma superare l’obbligatorietà dell’adesione significherebbe esporre a condizioni assolutamente difficili almeno 15-20 bcc in non ottimale salute che, invece, l’istituzione dei gruppi potrebbe tutelare, senza che si apra la strada delle misure di rigore fino alla liquidazione che non potrebbe essere «ordinata», ma sarebbe «atomistica», con tutto quel che ne consegue per le economie locali, per i prenditori di crediti e per i risparmiatori.

 

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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