Dopo l’Opa su BF lanciata da Arum e Dompé, c’è una domanda che resta sul tavolo: chi c’è davvero dentro Arum, la cassaforte che fa capo a Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF e presidente di Arum, e che oggi si muove per consolidare la propria influenza sulla principale piattaforma agroindustriale italiana? Per capirlo bisogna entrare nei conti e soprattutto nell’azionariato della holding, dove affiora una rete fitta di società agricole, veicoli territoriali e presenze finanziarie.
UNA CASSAFORTE CON UN SOLO ASSET
I numeri aiutano a sgombrare subito il campo da equivoci. Arum non è una società operativa, ma una holding pura. Il bilancio 2024 mostra un attivo di circa 220 milioni, di cui oltre 217 milioni sono immobilizzazioni finanziarie. Tradotto: quasi tutto è investito in BF.
La partecipazione supera il 23,6% a fine 2024 ed è salita oltre il 24% nel 2025, per un valore contabile di circa 212 milioni. Non ci sono altri asset rilevanti. Arum è, nei fatti, una cassaforte costruita attorno a BF.
Anche il conto economico conferma questa natura. I ricavi sono marginali, poco sopra 1,5 milioni, mentre il vero contributo arriva dai dividendi della partecipata, pari a circa 2,6 milioni. Dopo aver scontato oneri finanziari per oltre 1,6 milioni, l’utile si ferma a 1,57 milioni. Più che produrre reddito, Arum lo intercetta.
GOVERNANCE COMPATTA, RUOLO CHIARO
La struttura di comando è lineare. Federico Vecchioni (nella foto) presiede il consiglio di amministrazione e rappresenta il perno strategico della società. L’amministratore delegato è Raffaele Grandolini, che è anche responsabile finanza di Coldiretti.
Non è una governance pensata per gestire un gruppo industriale complesso, ma per presidiare un investimento strategico.
UNA RETE TERRITORIALE CHE PESA PIÙ DELLE SINGOLE QUOTE
Entrando nella composizione dell’azionariato, il quadro cambia. Dentro Arum non ci sono solo pochi soci rilevanti, ma una lunga serie di società territoriali con denominazioni ricorrenti: “Impresa Verde” seguite da province e regioni, federazioni agricole locali, centri di assistenza. Nomi che, presi singolarmente, valgono spesso poche migliaia o decine di migliaia di azioni – quindi percentuali minime, tra lo 0,02% e lo 0,5% – ma che, sommati, costruiscono un blocco tutt’altro che marginale.
Una parte di questa rete arriva complessivamente a circa 1,6 milioni di azioni, pari a circa l’11% del capitale. È una presenza diffusa, radicata sui territori, chiaramente riferibile alla galassia Coldiretti. Più che un singolo azionista, si tratta di una struttura per aggregazione, in cui il peso emerge solo mettendo insieme i pezzi.
A rafforzare questo perimetro si aggiunge Germina Campus, con circa 93mila azioni (intorno allo 0,6%), che fa parte dell’ecosistema Coldiretti. Il risultato è un blocco allargato che si avvicina al 12% e che, soprattutto, ha una logica più di sistema che di investimento finanziario.
Accanto alla rete diffusa di società territoriali, emergono poi alcuni soci più strutturati, che si collocano su un piano diverso. Tra questi, la Società consortile consorzi agrari (S.C.C.A.) – espressione del sistema dei Consorzi agrari oggi in larga parte confluiti nella filiera CAI – detiene circa il 2,8% del capitale, una quota che la rende uno dei primi azionisti individuali. Nello stesso perimetro si muove anche O.P. Agrinsieme, con una partecipazione intorno allo 0,7–0,8%, espressione del coordinamento tra organizzazioni come Confagricoltura, Cia e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, quindi di un’area agricola distinta rispetto alla galassia Coldiretti.
I SOCI FINANZIARI E IL NODO SEGRE
Accanto alla componente agricola, compaiono anche alcuni nomi della finanza. Tra i soci figura Tosinvest, la holding della famiglia Angelucci, con una quota inferiore all’1%.
C’è poi Mi.Mo.Se., società riconducibile al commercialista torinese Massimo Segre, fino a poco tempo fa consulente di riferimento di Carlo De Benedetti. Un nome che torna anche sul fronte dell’operazione: lo Studio Segre è infatti tra gli advisor strategici dell’Opa su BF.
DEBITO CONTENUTO, MA STRUTTURA IN MOVIMENTO
Dal lato finanziario, Arum appare solida. L’indebitamento è di circa 22 milioni a fronte di un patrimonio netto vicino ai 200 milioni. La leva è contenuta.
Ma la società non è ferma. Il bilancio segnala aumenti di capitale, nuovi finanziamenti bancari e l’emissione di strumenti convertibili. Nel frattempo, Arum ha continuato a fare il suo mestiere: accumulare BF. Nell’ultimo anno ha acquistato alcuni milioni di nuove azioni, salendo a circa il 24,1% del capitale. È una struttura che si muove, raccoglie risorse e le concentra su un unico obiettivo.
PERCHÉ L’OPA (SENZA DELISTING)
In questo quadro, l’Opa lanciata insieme a Dompé non appare come un’operazione tradizionale. I due soci detengono già insieme circa il 50% di BF. Eppure non puntano al delisting.
L’obiettivo dichiarato è “consolidare la propria influenza”. In un capitale frammentato, il 50% non garantisce stabilità. L’offerta serve a rafforzare il controllo, ridurre l’incertezza e costruire una base più coesa. Così Vecchioni e Dompé puntano a far crescere BF all’estero, si legge in un’analisi del Sole 24 ore.
UNA STRUTTURA DI POTERE SENZA UN PADRONE UNICO
In Arum non c’è un socio dominante in senso classico. C’è invece una struttura fatta di una rete agricola diffusa, di una presenza finanziaria mirata e con una governance forte.
In questo quadro, Arum appare meno come una semplice holding e più come il punto in cui si compone un equilibrio tra interessi diversi. Anche per questo l’Opa su BF non ha il sapore di una svolta, ma quello di un consolidamento: la messa a terra di un assetto che, nei fatti, è già in piedi.







