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Urso

Ex Ilva, ecco le bordate di Urso ad ArcelorMittal, Conte e Calenda

Cosa ha detto il ministro Adolfo Urso sulla situazione dell'ex Ilva dopo il fallimento dei negoziati con ArcelorMittal e sulle responsabilità dei governi Gentiloni e Conte. Ecco i passaggi salienti e il testo integrale dell'intervento in Parlamento

Il comportamento di ArcelorMittal su Acciaierie d’Italia “non è accettabile né percorribile, sia nella sostanza che alla luce dei vincoli europei sugli aiuti di stato”. Lo ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso durante la sua informativa, oggi, in Parlamento, sulla situazione dell’azienda siderurgica precedentemente nota come Ilva dopo il fallimento dell’accordo per l’aumento di capitale tra il governo e il gruppo indiano-lussemburghese.

COSA VUOLE E COSA NON VUOLE ARCELORMITTAL

ArcelorMittal, ha proseguito Urso, “si è dichiarata disponibile ad accettare di scendere in minoranza ma non a contribuire finanziariamente in ragione della propria quota, scaricando l’intero onere finanziario sullo Stato ma nel contempo reclamando il privilegio concesso negli originali patti tra gli azionisti […] di condividere in ogni caso la governance, così da condizionare ogni ulteriore decisione”.

In sostanza, ArcelorMittal è favorevole a diventare socio di minoranza di Acciaierie d’Italia (di cui oggi possiede il 62 per cento), che passerebbe sotto il controllo pubblico tramite Invitalia (la società del ministero dell’Economia che porterebbe la sua partecipazione dal 38 al 66 per cento). Non è favorevole, però, a rivedere i patti sulla governance, chiedendo il mantenimento della condizione al 50 per cento.

ArcelorMittal, inoltre, “non ha intenzione di immettere alcuna risorsa persino per l’ipotesi in cui la sua quota, all’esito dell’aumento di capitale sociale da parte della sola Invitalia, dovesse scendere al 34 per cento”.

LE COLPE DEI GOVERNI PRECEDENTI SULL’EX ILVA, SECONDO URSO

A detta di Urso, la situazione dell’ex Ilva è “pregiudicata dalle decisioni assunte dai governi precedenti a cui tutti insieme dobbiamo ora rimediare”. Il ministro fa riferimento non soltanto al governo guidato da Giuseppe Conte (Movimento 5 Stelle), che eliminò il cosiddetto scudo penale ad ArcelorMittal creando le premesse della crisi odierna, secondo l’ex-ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

La polemica di Urso è in parte rivolta anche a Calenda stesso.

Nel suo discorso in Senato, infatti, il ministro delle Imprese ha ricordato come “nel giugno 2017, era nel frattempo sopraggiunto il governo Gentiloni, ministro il senatore Calenda, la multinazionale indiana ArcelorMittal, primo attore globale, vinse la gara pubblica per assumere in affitto la gestione dell’acciaieria in attesa della acquisizione, pur in presenza di un’altra cordata pubblico-privata cui partecipava perfino Cassa depositi e prestiti”.

Dopodiché, “nel luglio 2018 il governo Conte I chiese all’Anac [l’autorità anticorruzione, ndr] di indagare sulle regolarità della procedura di gara”. L’anno successivo lo stesso governo rimosse lo scudo penale: una scelta che, a detta di Urso, “avrebbe giustificato il disimpegno della multinazionale indiana, che peraltro secondo molti aveva fatto quell’investimento non per rilanciare l’impianto ma per evitare che potesse rappresentare una concorrenza di mercato”.

I PATTI “LEONINI” DEL GOVERNO CONTE II CON ARCELORMITTAL

L’ultima stoccata di Urso è al governo Conte II, guidato principalmente dal Movimento 5 Stelle, dal Partito democratico e da Italia Viva. Di fronte alla minaccia [di ArcelorMittal, ndr] di abbandonare il sito e in assenza di alternative, nel marzo 2020 il governo Conte II, ministro Patuanelli, avvia una nuova trattativa con gli investitori franco-indiani da cui nascerà Acciaierie d’Italia con l’ingresso di Invitalia al 38% e con la sigla di patti parasociali fortemente sbilanciati a favore del soggetto privato”.

“Patti che definire leonini è un eufemismo”, secondo il ministro. “Nessuno che abbia cura dell’interesse nazionale avrebbe mai sottoscritto quel tipo di accordo. Nessuno che abbia conoscenze delle dinamiche industriali avrebbe accettato mai quelle condizioni […]. In particolare, all’amministratore delegato, designato da Mittal, è stata riconosciuto il voto decisivo su ben sette materie, di straordinaria importanza, per la vita dell’acciaieria; al presidente, designato da Invitalia, invece il voto decisivo su una sola materia”.

LA REPLICA DI CALENDA A URSO

Su X, Calenda ha risposto alle parole di Urso sulla vittoria di ArcelorMittal alla gara per la gestione dell’ex ILVA; gara supervisionata dallo stesso Calenda, in quanto ministro dello Sviluppo economico, e alla quale partecipava anche Cassa depositi e prestiti.

“La vinse”, ha scritto Calenda, riferendosi ad ArcelorMittal, “perché era una gara (obbligatoria). E la proposta di Jindal (di cui CDP era un socio finanziario) era inferiore di 600 milioni. E i rilanci solo sul prezzo inammissibili. Aggiungo che Jindal non è riuscita a rilanciare Piombino che è un decimo di ILVA. Che fatica”.

Calenda è però d’accordo con Urso nel sottolineare le responsabilità del governo Conte, scrivendo che “i 5S hanno fatto saltare un accordo blindato e vantaggioso (4,2 mld) per entrare in società con Mittal in minoranza e con patti parasociali gravemente penalizzanti”.

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ECCO IL TESTO INTEGRALE DELL’INFORMATIVA DI URSO IN PARLAMENTO SULL’ILVA:

Il Governo intende doverosamente informare il Parlamento circa i recenti sviluppi relativi ad un asset strategico di rilievo nazionale ed internazionale, perché siamo in un momento decisivo, che richiama tutti al massimo senso di responsabilità.

Questa sera la delegazione di governo farà altrettanto nell’incontro con le rappresentanze sindacali con cui ci siamo spesso confrontati in questo anno, sin dall’inizio della legislatura, e che ben conoscono lo stato della situazione e l’urgenza di un intervento drastico, che segni una svolta netta rispetto alle vicende per nulla esaltanti degli ultimi dieci anni.

Gli impianti siderurgici dell’ex ILVA di Taranto, con i suoi stabilimenti anche in Liguria, hanno segnato in oltre 60 anni la storia, potremmo dire davvero l’epopea della siderurgia italiana, con il lavoro e il sacrifico di intere generazioni, purtroppo anche con le conseguenze che ben conoscono gli abitanti del quartiere Tamburri a cui va il nostro pensiero. E il nostro impegno affinché si possa davvero completare il processo di riconversione ambientale dello stabilimento.

L’ex Ilva, primo impianto di acciaio primario in Europa, ha consentito al nostro Paese di realizzare un sistema industriale che ha portato sviluppo e benessere e che ci consegna al secondo posto nella Unione Europea. L’Italia delle autostrade e delle auto, l’Italia della nautica e della cantieristica, l’Italia degli elettrodomestici, della meccanica, delle ferrovie, delle infrastrutture e delle costruzioni esiste in quanto può contare sulla sua importante, significativa filiera siderurgica.

Noi ci crediamo e noi ci impegniamo a ricostruirla competitiva sulla tecnologia green su cui già sono impegnate le acciaierie italiane, prime in Europa.

Tutti voi sapete che l’impianto è in una situazione di grave crisi: nel 2023 la produzione si attesterà a meno di 3 milioni di tonnellate, come nel 2022, ben sotto l’obiettivo minimo che avrebbe dovuto essere nel 2023 di 4 milioni, per poi quest’anno risalire a 5 milioni. Nulla di quello che era stato programmato è stato realizzato. Nessuno degli impegni presi è stato mantenuto in merito ai livelli occupazionali e al rilancio industriale.

In questi anni la produzione si è progressivamente ridotta in spregio agli accordi sottoscritti, persino negli anni in cui la produzione di acciaio era altamente profittevole, come nel 2019: la produzione è stata mantenuta bassa, lasciando campo libero ad altri attori stranieri che hanno aumentato la loro quota di mercato.

Noi intendiamo invertire la rotta cambiando equipaggio e delineando un piano siderurgico nazionale che sia costruito su quattro poli complementari attraverso un progressivo rinnovamento, modernizzazione e specializzazione degli impianti esistenti:

1) in primis Taranto che dovrà riaffermare il ruolo di campione industriale, con una filiera produttiva con l’intero ciclo, dal minerale al prodotto finito;

2) Terni, dove lavoriamo sul solco di quanto fatto dal mio predecessore Giorgetti, per il rafforzamento della produzione di acciai speciali, con un contratto di programma che dovrebbe essere definito entro febbraio;

3) Piombino, con le enormi potenzialità, in particolare sulle rotaie che fin qui ha sottoperformato e che ora registra l’interesse – oltreché del soggetto presente – di potenziali nuovi investitori stranieri con i quali ci apprestiamo a sottoscrivere un memorandum di intesa per il riavvio della produzione di acciaio;

4) da ultimo, ma primo per importanza di produzione, il supporto alle acciaierie, soprattutto nel nord, che stanno portando avanti con successo una svolta green senza precedenti, modello di efficienza sostenibile in Europa a cui dobbiamo dare atto dei grandi sforzi fatti.

Un piano articolato che ovviamente dovrà tenere conto anche del contesto europeo e delle misure competitive messe in campo dagli altri attori globali, Stati Uniti e Cina ma anche India, Brasile, Turchia. Di cui il nuovo regime Cbam [pronuncia SIBAM – Carbon border adjustment mechanism], il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, che consentirà di distinguere sempre più fra acciaio verde e acciaio inquinante, è un elemento di riequilibrio necessario ma non ancora sufficiente. Il Cibam infatti mira a porre oneri economici sui produttori esteri che lavorano in paesi a minor onerosità di utilizzo della CO2 ma da solo non basta a ridare competitività alle imprese europee che infatti hanno ridotto i loro programmi di investimento e alcuni, come appunto Mittal, ci hanno detto con chiarezza che a queste condizioni investiranno negli Stati Uniti e non certo in Europa. Dobbiamo quindi intervenire anche in quella sede e lo faremo per garantire migliori condizioni di produzione e quindi di investimento in Europa anche per salvaguardare l’autonomia strategica del nostro Continente e quindi la sua competitività globale.

Avevo il dovere di chiarire il contesto, perché dobbiamo definire finalmente una politica industriale duratura nel tempo, ma ho anche il dovere di chiarire perché siamo arrivati a questo punto. E cosa abbiamo fatto in questo anno di governo per riprendere in mano la situazione di quello che è un bene di tutti gli italiani e certamente dei lavoratori metalmeccanici e delle loro famiglie che vi hanno dedicato la loro vita e che non vogliamo assolutamente deludere. Il loro lavoro va onorato con il nostro impegno. Noi non siamo condizionabili come non lo sono loro. Perché sappiamo cosa è la fatica del lavoro e perché ricordiamo che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro.

Ricordo come si è giunti a questo, non per recriminare ma per rimediare. Non per accusare ma per superare, spero insieme.

Nel gennaio del 2016, era in carica il governo del collega sen. Renzi, gli allora Commissari della amministrazione straordinaria ritennero di bandire una gara per la vendita dell’asset centrata su alcuni elementi di rilievo ambientale, industriale e – ovviamente – economico.

Nel giugno 2017, era nel frattempo sopraggiunto il Governo Gentiloni, ministro il sen. Calenda, la multinazionale indiana Arcelor Mittal, primo attore globale, vinse la gara pubblica per assumere in affitto la gestione dell’acciaieria in attesa della acquisizione, pur in presenza di un’altra cordata pubblico-privata cui partecipava perfino Cassa Depositi e Prestiti.

Nel luglio 2018 il governo Conte 1 chiese all’Anac di indagare sulle regolarità della procedura di gara.

Nel luglio 2019 (sempre governo Conte 1. Ministro Di Maio), viene tolto lo scudo penale e ArcelorMittal rende nota di conseguenza la propria intenzione di sciogliersi dall’accordo. Ricordo in quella circostanza numerose voci che si levarono dall’opposizione di allora, personalmente fui una di quelle. Mi alzai in questa Aula per affermare, a nome del mio partito, che la rimozione dello scudo penale, in un contesto come quello di Taranto, avrebbe giustificato il disimpegno della multinazionale indiana, che peraltro secondo molti aveva fatto quell’investimento non per rilanciare l’impianto ma per evitare che potesse rappresentare una concorrenza di mercato.

Quella decisione sulla rimozione dello scudo penale pose ArcelorMittal in una posizione di forza nei confronti del governo. Di fronte alla minaccia di abbandonare il sito e in assenza di alternative, nel Marzo 2020 il Governo Conte 2, ministro Patuanelli, avvia una nuova trattativa con gli investitori franco-indiani da cui nascerà Acciaierie d’Italia con l’ingresso di Invitalia al 38% e con la sigla di patti parasociali fortemente sbilanciati a favore del soggetto privato. Patti che definire leonini è un eufemismo. Nessuno che abbia cura dell’interesse nazionale avrebbe mai sottoscritto quel tipo di accordo. Nessuno che abbia conoscenze delle dinamiche industriali avrebbe accettato mai quelle condizioni.

La governance era di fatto rimasta nelle mani del socio privato che nel frattempo però deconsolidava l’asset, a dimostrazione del proprio disimpegno, richiamando anche i propri tecnici e non immettendo più alcuna risorsa nell’azienda.

In particolare all’amministratore delegato, designato da Mittal, è stata riconosciuto il voto decisivo su ben sette materie, di straordinaria importanza, per la vita dell’acciaieria. Al presidente, designato da Invitalia, invece il voto decisivo su una sola materia. Anche nell’ipotesi, prevista inizialmente per il maggio 2022 e poi spostata al maggio 2024 di una salita in maggioranza del socio pubblico, al verificarsi di alcune condizioni, Invitalia comunque non avrebbe potuto designare un amministratore di propria fiducia. Ripeto: anche se fosse diventata maggioranza Invitalia non avrebbe comunque potuto esprimere un amministratore di propria fiducia, come ha recentemente dichiarato proprio il socio privato rivendicando ancora l’altro ieri questa condizione di privilegio garantita da quei patti scellerati.

Non solo. Invitalia neanche ove fosse salita in maggioranza, al 60 per cento, avrebbe potuto cedere le proprie quote a terzi. Unica possibilità concessa era quella di cedere non più del 9% ad un socio finanziario (non operativo sull’acciaio) e comunque con diritto di prelazione in capo a Mittal.

In questa situazione, compromessa da un compromesso, sottoscritto in condizione di minorità, da chi non ha saputo difendere l’interesse nazionale pur rappresentando la Nazione, ci siamo mossi sin dall’inizio nel cercare di recuperare allo Stato margini di azione e nel contempo per tentare di invertire la rotta del declino produttivo. Ed ogni intervento in questo anno è stato in questa direzione.

Con il decreto Ilva del dicembre 2022:

– abbiamo introdotto la non punibilità in caso di asset dichiarati di interesse strategico nazionale – per azioni che discendono dal rispetto delle prescrizioni dettate da provvedimento dirette a tutelare i beni giuridici protetti;

– abbiamo sostenuto il rafforzamento patrimoniale di Acciaierie d’Italia con 680 milioni di euro convertibili in azioni in ogni momento anche prima quindi di quanto precedentemente determinato per il maggio 2024;

– abbiamo messo a disposizione di Invitalia ulteriori 1 miliardo di euro per sostenere eventuali esigenze finanziarie aggiuntive della società che si rendessero necessarie per raggiungere gli obiettivi produttivi per il 2023 (4 milioni di tonnellate di acciaio) come concordato tra i soci nel Term sheet che nel frattempo è stato definito;

– abbiamo inoltre prevista la possibilità che il socio pubblico possa, ove vi fossero le condizioni di insolvenza, attivare le procedure di amministrazione straordinaria ove queste non le attivasse il rappresentante legale. Una sorta di catenaccio per tutelare comunque il bene pubblico.

– Con la finalizzazione del Term sheet (Gennaio 2023), concordato in quella occasione, abbiamo ridefinito parzialmente i precedenti accordi, realizzando migliori condizioni di governance e prevedendo il possibile ingresso di un altro attore industriale anche in partnership, cosa precedentemente espressamente esclusa.

Abbiamo inoltre fatto in modo che entro la fine di febbraio fossero resi disponibili le quote di certificati ETS gratuite spettanti alla società con significativi benefici finanziari (stimabili nell’ordine dei 250 milioni di euro).

Abbiamo sbloccato l’istruttoria dei Contratti di Sviluppo creando le condizioni per gli ulteriori investimenti di decarbonizzazione, oltre a quelli relativi ad investimenti industriali (revamping Altoforno 5; interventi su Altoforno 4, altri interventi) e alla realizzazione del forno elettrico.

Abbiamo da ultimo introdotto con il decreto asset strategici la possibilità di cessione degli impianti pur in vigenza di sequestro, consentendone la continuità operativa anche nel caso in cui l’ultimo grado di giudizio dovesse confermare la confisca degli impianti.

La possibilità di acquisire gli impianti e la conseguente patrimonializzazione può portare ad una pronta bancabilità e quindi alla liquidità per l’azienda indispensabile per assicurare le manutenzioni e gli investimenti, nonché per il riavvio delle produzioni.

Come si vede lo sforzo che le istituzioni (Governo e Parlamento) hanno condotto in questi mesi è stato orientato a creare le condizioni per un maggiore impegno degli azionisti, delineando anche a più riprese quali sono le priorità per ILVA dal punto di vista della produzione e dell’occupazione.

Abbiamo a più riprese chiarito al socio privato come sia necessario un impegno congiunto sui fabbisogni immediati, sulla ricapitalizzazione e sull’acquisto degli asset e sugli investimenti produttivi e ambientali: occorrono interventi straordinari di revamping di alcuni altiforni, il rifacimento degli impianti che servono per trasformare in energia i gas di altoforno (cet 2 e cet 3), l’installazione di un forno elettrico con l’utilizzo del preridotto (Direct Reduced Iron – DRI) a minor impatto ambientale, l’adeguamento e manutenzione straordinaria degli impianti di trasformazione (laminatoi, tubificio e centri di lavorazione) dislocati a Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi ed altri centri minori, il completamento della messa in sicurezza e della bonifica (laddove necessaria) delle aree, anche in funzione di possibili alternativi utilizzi a vantaggio della comunità locale.

Come noto il Governo ha incontrato a più riprese i sindacati facendo il punto sulle principali criticità che interessano gli impianti di produzione ed è stata definita una road map del confronto in corso con l’azienda.

Il socio privato dinanzi alla richiesta di impegno finanziario pro quota ha detto con estrema chiarezza nell’incontro di lunedì scorso a Palazzo Chigi che non ha intenzione di immettere alcuna risorsa persino per l’ipotesi in cui la sua quota, all’esito dell’aumento di capitale sociale da parte della sola Invitalia, dovesse scendere al 34%.

Arcelor Mittal si è dichiarata disponibile ad accettare di scendere in minoranza ma NON a contribuire finanziariamente in ragione della propria quota, scaricando l’intero onere finanziario sullo Stato ma nel contempo reclamando il privilegio concesso negli originali patti tra gli azionisti realizzati quando diedero vita alla società Acciaierie d’Italia di condividere in ogni caso la governance, così da condizionare ogni ulteriore decisione. Cosa che non è accettabile, né percorribile sia nella sostanza che alla luce dei vincoli europei sugli aiuti di Stato.

Abbiamo quindi dato mandato ad Invitalia e al suo team di legali di esplorare ogni possibile conseguente soluzione. Sono ore decisive per garantire, nell’immediato – in assenza di impegno del socio privato – la continuità della produzione, e la salvaguardia dell’occupazione, nel periodo necessario a trovare altri investitori di natura industriale.

Questa è la situazione che abbiamo davanti a noi, pregiudicata dalle decisioni assunte dai governi precedenti a cui tutti insieme dobbiamo ora rimediare con la massima assunzione di responsabilità.

Siamo consapevoli della importanza delle decisioni che dobbiamo assumere e quindi riteniamo importanti le indicazioni che le forze politiche vorranno esprimere anche in questa sede. Sono stato spero chiaro e mi attendo altrettanto chiarezza da parte vostra nell’assoluta rispetto per quel che è il luogo sovrano della rappresenta popolare.

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