Economia

A proposito dell’accusa di usura rivolta ad alcuni banchieri

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Nell’immaginario collettivo gli strozzini sono visti come famelici e spietati figuri, che si muovono negli oscuri bassifondi della criminalità organizzata. Da molto tempo, tuttavia, nel suo mirino sono entrati gli istituti di credito. Le loro malefatte sono state spesso accomunate a quelle dei cosiddetti “cravattari”. Conti delle imprese e bilanci delle famiglie in rosso hanno riportato alla ribalta la questione dell’usura bancaria. Le cronache giudiziarie e politiche più recenti ne danno ampia testimonianza. Due sentenze della Cassazione hanno contestato i mutui concessi a tassi di interesse effettivi superiori a quelli legali. La Legge di stabilità (2014) ha cancellato definitivamente ogni forma di anatocismo (il famigerato calcolo degli interessi sugli interessi). Un pubblico ministero di Trani, noto per le sue interminabili e eclatanti inchieste, accusò addirittura i vertici di Bankitalia di “collusione morale” con i presunti reati di usura commessi da Bnl, Unicredit e Mps. Oggi con la stessa imputazione sono finiti nel mirino della magistratura inquirente di Campobasso Paolo Savona e altri manager ai vertici dell’ex Banca di Roma all’epoca dei fatti contestati. Per altro verso, Papa Bergoglio ha definito l’usura “una piaga purulenta che ferisce la dignità inviolabile della persona umana”. Prima di lui, papa Ratzinger l’aveva fustigata come “un immane flagello sociale, una umiliante schiavitù”.

Eppure secondo Jacques Le Goff l’usura (“La borsa e la vita. Dall’usuraio al banchiere”, Laterza, 2013) è un fenomeno che -con la sua miscela esplosiva di economia e religione- ha accompagnato il parto del capitalismo. Ma, avverte il grande medievista francese, chi lo scrutasse con le lenti del “pawnbroker”, il prestatore a pegno descritto nei romanzi inglesi dell’Ottocento o nei film hollywoodiani (per tutti, “L’uomo del banco dei pegni” di Sidney Lumet), si metterebbe fuori strada. Non sarebbe in grado, cioè, di comprendere fino in fondo questo “Nosferatu della società cristiana”: vampiro terrificante, un succhiatore di denaro spesso paragonato all’ebreo deicida e profanatore dell’ostia. Quel fenomeno infatti ha più facce. In un mondo in cui sullo scudo d’oro coniato da san Luigi (1214-1270) è inciso “Nummus vincit, nummus regnat, nummus imperat” (Il denaro è vincitore, è re, è sovrano); e in cui l’avarizia -ossia la cupidigia, peccato borghese di cui l’usura è figlia- spodesta dal primo posto tra i sette peccati capitali la superbia -ossia l’orgoglio, peccato feudale- l’usuraio diventerà un personaggio corteggiato e detestato, potente e fragile.

Quando la diffusione dell’economia monetaria minaccia gli antichi valori cristiani, si apre una lotta accanita che ha come posta in gioco la legittimazione del profitto lecito, e la sua distinzione dall’interesse illecito. Per altro verso, mentre il nemico da combattere resta Mammona, che nella tarda letteratura rabbinica simboleggia la ricchezza iniqua, la concezione del peccato si spiritualizza e si interiorizza.La sua gravità, cioè, viene ora misurata col metro dell’intenzione del peccatore. Questa morale dell’intenzione viene elaborata da tutte le principali scuole teologiche del Duecento -da quella di Laon a quella di San Vittore di Parigi- e da tutti i teologi di spicco: Abelardo e Gilberto de la Porrée, Pietro Lombardo e Alano di Lilla. Il risultato è un radicale cambiamento nella pratica della confessione. Nella nuova giustizia penitenziale, l’usuraio viene giudicato discrezionalmente dal confessore. Nel contempo, anatemi contro l’usura si inaspriscono. Essa è sempre meno una colpa, e sempre più un peccato. Per Per Tommaso d’Aquino (1225-1274) era un furto che metteva in discussione la virtù regale della giustizia, tanto più in un mercato che cominciava a organizzarsi sulla base dei principi del giusto prezzo e del giusto salario. L’usura, pertanto, era un peccato anche contro il giusto prezzo. “Nummus non parit nummos” (Il denaro non si riproduce), ammoniva il Dottore Angelico.

Un radicato pregiudizio storico lega strettamente l’immagine dell’usuraio a quella dell’ebreo. Le Goff lo smonta in un paio di pagine da far leggere in tutte le scuole italiane. Fino al dodicesimo secolo, il prestito a interesse che non metteva in gioco somme considerevoli era in effetti nelle mani degli ebrei, in quanto non avevano libero accesso alle attività produttive. Non restava loro altro, con l’eccezione di alcune professioni liberali come la medicina, che far rendere il denaro, al quale peraltro il cristianesimo negava ogni fecondità. Come si è accennato, il quadro si modifica quando il progresso degli scambi sollecita un forte sviluppo del credito. Va aggiunto che la condizione degli ebrei era peggiorata già verso l’anno Mille e poi nel periodo delle crociate, ad opera soprattutto delle masse in cerca di capri espiatori delle calamità -guerre, carestie, epidemie- che devastavano il continente europeo. L’esplosione delle rivolte popolari aveva rinfocolato l’ostilità della chiesa all’ebraismo, prestando il fianco a un antisemitismo ante litteram. Gli usurai cristiani erano giudicati dalle “Ufficialità”, tribunali ecclesiastici di solito indulgenti nei loro confronti, che lasciavano a Dio il compito di punirli con la dannazione. Ma ebrei e stranieri dipendevano dalla giustizia laica, assai più dura e intransigente. La repressione parallela dell’ebraismo e dell’usura, pertanto, contribuiva sia ad alimentare spinte antisemite, sia a rendere ancor più tetra l’iconografia dell’usuraio ebreo.

Beninteso, l’usuraio cristiano restava pur sempre un peccatore. L’usura era un furto, dunque l’usuraio era un ladro. Ma era un ladro speciale, perché rubava a Dio. Egli vendeva il tempo che intercorre tra il momento in cui prestava il denaro e il momento in cui veniva rimborsato con l’interesse. Ma il tempo non appartiene che a Dio. Ladro di tempo, l’usuraio era un ladro del patrimonio di Dio. C’è un’altra categoria professionale che subisce un’accusa simile: sono i nuovi docenti universitari che, al di fuori del circuito dei monasteri e delle cattedrali, insegnavano a studenti da cui ricevevano una retribuzione, la “collecta”. San Bernardo (1090-1153) li aveva censurati come “venditori e mercanti di parole”, poiché vendevano quella scienza che -al pari del tempo- non apparteneva che al Creatore. Questi ladri di scienza, tuttavia, saranno presto accettati in quanto lavoratori intellettuali. Nel Duecento, infatti, il lavoro viene posto a fondamento della ricchezza terrena e della salvezza eterna. Ma se l’usuraio voleva sperare nella seconda, doveva rinunciare alla prima. Doveva cioè restituire integralmente il frutto illecito delle sue speculazioni.

Ma una cosa -sottolinea Le Goff- erano le esecrazioni dottrinarie, un’altra la realtà effettuale. Nelle omelie la ripulsa dell’usura era totale. Nella pratica, essa era osteggiata con prudenza e moderazione. Era addirittura tollerata, a patto che il tasso d’interesse richiesto non fosse troppo superiore a quello di mercato. La condanna dell’usura si avvicinava così a quella condanna dell’eccesso che nel diritto canonico si ritrova nell’espressione “laesio enormis”, danno enorme. Questo concetto di moderazione non era che un aspetto particolare dell’ideale di misura a cui si ispiravano i nuovi valori e i nuovi stili di vita della nascente società mercantile. San Luigi praticava e lodava il giusto mezzo nell’abbigliamento, nella tavola, nella devozione, nelle armi. Il suo modello era il “prudhomme”, il prode che sa unire al coraggio la saggezza.

Quanto all’usuraio, si comincia ad ammettere che il rischio sopportato per l’eventuale insolvenza o la malafede del debitore (“periculum sortis”) meritava di essere remunerato. In ogni caso, anche lui può adesso sfuggire al Purgatorio e all’Inferno. Bastava che restituisse il maltolto e si confessasse. Qui interviene il ruolo cruciale rivestito dalla moglie. È lei che deve tentare di convincerlo a lasciare il suo turpe mestiere. Gli “exempla”, racconti brevi narrati dai predicatori dell’epoca per insegnare la retta via ai fedeli, sono pieni delle invocazioni rivolte dalle mogli ai propri mariti. Si tratta spesso di donne commoventi, che ricordano quei personaggi femminili di Balzac che vivono all’ombra di sposi o padri avvoltoi non osando biasimarli apertamente, e che provano a riscattarne l’ignominia al riparo della preghiera.

Con un pentimento sincero l’usuraio poteva salvarsi anche in punto di morte. Del resto, il pentimento senza penitenza conduceva al Purgatorio, in cui le afflizioni non mancavano. Non c’era dunque ragione per dubitare della sua buona fede. In fondo, il Purgatorio non era che uno dei modi in cui la chiesa strizzava l’occhio all’usuraio riconoscendone surrettiziamente la funzione sociale. Ma era il solo che gli assicurava la salvezza. Perchè esso, come afferma l’abate Cesario di Heisterbach (1180-1240) a proposito di una giovane suora che aveva fornicato con un monaco, è “la speranza”. E la speranza del Purgatorio conduce alla speranza del Paradiso.

Per l’usuraio, la speranza era doppia: di avere la borsa piena in vita e di godere della beatitudine eterna dopo la morte. Come una rondine non fa primavera, conclude Le Goff, così un usuraio in Purgatorio non fa il capitalismo. Ma un sistema economico non ne sostituisce un altro se non alla fine di una faticosa corsa ad ostacoli. La storia sono gli uomini, e “gli iniziatori del capitalismo sono gli usurai, mercanti dell’avvenire”. Mercanti di quel bene, il tempo, che nel secolo decimoquinto Leon Battista Alberti chiamerà denaro. Questi uomini erano dei cristiani. Ciò che tratteneva le loro energie non erano le scomuniche papali. Era “la paura, la paura angosciosa dell’Inferno”. In una società in cui ogni forma di coscienza era anzitutto una forma di coscienza religiosa, la speranza di sfuggire all’Inferno grazie al Purgatorio permetterà all’usuraio di essere un protagonista del passaggio dal feudalesimo al capitalismo.

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