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A cosa è servito davvero il Pnrr?

Numeri e domande su crescita e Pnrr. Il corsivo di Liturri

Finalmente comincia ad affiorare anche sulle pagine del Sole 24 Ore qualche dubbio sul reale contributo del Pnrr alla crescita economica del nostro Paese a partire dal 2021.

Ne scriviamo da tempo e, da ultimo, solo qualche giorno fa siamo tornati sull’argomento. Dopo le mirabolanti stime fatte circolare almeno fino al 2024, i nodi stanno venendo al pettine e la crescita aggiuntiva cumulata attribuibile alla spinta del Pnrr si misura davvero col contagocce.

Uno dei motivi che abbiamo individuato è stato quello del flusso lento e asfittico dei fondi Ue ai beneficiari finali, cioè ai soggetti che effettivamente eseguono opere e servizi. E il PIL aumenta solo quando quelle opere e quei servizi sono effettivamente eseguiti, non quando circolano i bonifici tra Bruxelles, Roma e le amministrazioni centrali e locali incaricate come soggetti attuatori.

Una differenza che abbiamo spiegato in dettaglio:

«Il denaro erogato da Bruxelles non conta ai fini del PIL. Infatti rileva il denaro “speso”, cioè pagato ai fornitori di opere e servizi legati al Pnrr. E su questo aspetto siamo molto indietro, poiché al 28 febbraio la spesa reale (cioè quella effettivamente erogata si soggetti attuatori e rendicontata su ReGis) è pari a soli 113,5 miliardi. Ma nemmeno questi rilevano come reale stimolo all’economia, perché a loro volta i soggetti attuatori non li hanno integralmente pagati alle imprese, come detto, momento rilevante per misurare gli effetti sul PIL. La trafila burocratica per ottenere un pagamento dalla PA è comunque molto lunga ed è quindi ragionevole immaginare una cifra significativamente più bassa da tenere in considerazione come reale stimolo di bilancio per l’economia.»

I dati e il commento di Marco Buti e Marcello Messori non lasciano spazio a dubbi e confermano esattamente la nostra ipotesi, a partire dal titolo («I ritardi nella distribuzione dei fondi del Pnrr frenano la crescita del nostro Paese»):

«il governo continua a insistere sul fatto, già richiamato, che il rispetto formale degli obiettivi ha posto l’Italia all’avanguardia nell’incasso delle rate europee: circa 166 miliardi fino a oggi. Purtroppo, però, l’Italia occupa la posizione peggiore quanto a risorse canalizzate all’economia.

Il grafico, qui accluso, illustra il punto costruendo un semplice rapporto per ciascuno dei Paesi beneficiari: i fondi affluiti ai destinatari rispetto all’ammontare dei trasferimenti ricevuti dalla Commissione. Il grafico raggruppa i Paesi in un corridoio definito dalle linee di massimo e di minimo assorbimento. Più un Paese è vicino alla linea minima, maggiore è la sua inefficienza nella distribuzione dei finanziamenti incassati e – a parità di altre circostanze – minore l’impatto del Pnrr sulla sua crescita. Come il grafico mostra, l’Italia è il Paese con la più bassa incidenza di trasferimenti delle risorse europee ai soggetti beneficiari. Tale primato negativo vale anche rispetto ai Paesi che hanno ottenuto un ammontare di risorse europee rispetto al loro Pil maggiore dell’Italia. Si tratta di un problema temporaneo, dovuto a ritardi nell’azione della pubblica amministrazione, o è un limite strutturale che nasconde un’imperdonabile occasione perduta?»

Individuata e condivisa una delle cause (perché ce ne sono anche altre) della modesta crescita, ci permettiamo solo di rispondere alla domanda di Buti e Messori, con un’altra domanda: siamo sicuri che l’obiettivo del Pnrr fosse quello di promuovere la crescita economica dell’Italia e non invece quello di soggiogarla e vincolarla ancora di più alla Ue, mettendole al collo un cappio di durata trentennale?

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