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A che punto è il Pnrr?

Energia

Pnrr fra obiettivi, paletti Ue, rigidità burocratiche, incognite e scenari. L’analisi di Giuseppe Liturri

Il grido di allarme che, inascoltati, avevamo lanciato sull’eccessiva rigidità e sul carico di penalizzanti condizioni del Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza, attuativo del Recovery Fund, ha trovato finalmente eco anche sui giornali che fino a ieri ne magnificavano solo le virtù. All’improvviso abbiamo letto di “corsa per varare 42 riforme da approvare in 100 giorni” (Corriere della Sera di lunedì) o di “allarme dei commissari: Pnrr in stallo le opere non partono. Servono team speciali” (Sole 24 Ore di martedì).

Il mostro burocratico che è stato necessario creare per un’attività normale per un Governo – cioè progettare ed eseguire investimenti finanziati raccogliendo risparmio privato sui mercati – è contenuto in un decreto ministeriale firmato dal ministro dell’Economia Daniele Franco il 6 agosto scorso che, da allora, vaga ramingo tra bollinatura della Ragioneria dello Stato e vaglio della Corte dei Conti (tuttora in corso, secondo le nostre fonti). In Gazzetta Ufficiale al momento nessuna traccia.

Tale decreto è essenziale per comprendere le dimensioni e la rigidità del nodo scorsoio che sta per stringersi al collo del Paese per i prossimi 5 anni, nascosto nel cavallo di Troia degli “aiuti” europei. Esso infatti ha la duplice finalità di assegnare alle 23 amministrazioni (ministeri e dipartimenti presso la Presidenza del consiglio) titolari degli interventi, le risorse finanziarie (192 miliardi tra sussidi e prestiti) previste dalla decisione del Consiglio Ecofin dello scorso 13 luglio. In esso sono elencati anche i 526 traguardi (milestone, con indicatori qualitativi) e obiettivi (target, con indicatori quantitativi) che i ministeri coinvolti devono “puntualmente raggiungere”, per i prossimi dieci semestri, affinché la Commissione proceda al pagamento di ciascuna rata. Per ogni ente coinvolto è specificata, rata per rata, la natura dell’intervento richiesto per il quale deve impegnarsi a una “tempestiva attuazione”. Ciascuna rata comprende una quota per sussidi e una per prestiti e la prossima, esigibile a partire dal 31 dicembre prossimo, è pari a 24,1 miliardi, da cui, come per tutte le rate successive, dovrà essere sottratto l’anticipo del 13% incassato ad agosto.

E qui comincia la corsa affannosa e i dolori. Tra i 526 obiettivi e traguardi, 51 sono da conseguire entro il prossimo dicembre, tra cui spiccano numerose riforme di portata epocale. L’elenco prevede la riforma del processo civile e penale – proprio in questi giorni all’esame delle Camere a colpi di voti di fiducia – e la riforma del quadro in materia di insolvenza, per le quali la Commissione chiede esplicitamente l’“entrata in vigore della legislazione attuativa”. Segue la riforma dell’amministrazione fiscale, per la quale si richiede “l’adozione di una revisione dei possibili interventi per ridurre l’evasione fiscale” e, dopo qualche riga, l’eterno convitato di pietra: la riduzione della spesa pubblica, che viaggia sotto le mentite spoglie della pomposa definizione di “riforma del quadro di revisione della spesa pubblica (“spending review”) e che, entro dicembre 2021, prevede l’”entrata in vigore delle disposizioni legislative per migliorare l’efficacia della revisione della spesa”. Siamo al colmo: per spendere di più (o meglio, ricevere i finanziamenti per farlo), si deve spendere di meno. E non è una nostra interpretazione: il successivo traguardo del 30/6/2022, parla proprio di risparmi e richiede “l’adozione di obiettivi di risparmio per le spending review relative agli anni 2023-2025”. Giusto per ribadire che non si scherza, al 31/12/2022 è prevista una relazione che dia conto dell’effettivo conseguimento degli obiettivi di risparmio prefissati. E così avanti fino a giugno 2026: Proprio giovedì scorso – a dare la misura dell’enorme importanza della rincorsa verso il traguardo di dicembre – è stato presentata in Consiglio dei ministri la prima relazione di monitoraggio sullo stato di attuazione delle misure del PNRR, da cui emerge l’avvenuto conseguimento di 13 su 51 obiettivi/riforme. In particolare, restano da conseguire, anche se le attività risultano già avviate, 19 obiettivi per gli investimenti ed altrettanti per le riforme.

Ma il diavolo è spesso nei dettagli. Il decreto firmato da Franco ad agosto è l’esatto “copia/incolladell’allegato alla proposta di decisione di esecuzione del Consiglio, presentata il 22 giugno – enciclopedico documento di 621 pagine in cui sono illustrati con la massima precisione i 526 traguardi/obiettivi richiesti dalla Commissione – in cui però è riportata anche la frase “gli obiettivi di risparmio devono corrispondere a un livello di ambizione adeguato”, viceversa assente nel decreto ministeriale. Strano, vero? Ma se a Roma avessero vuoti di memoria, ci penserà a breve l’articolo 24 del regolamento Ue n. 241 a colmarli. Quando partirà la richiesta di pagamento, la Commissione farà una valutazione preliminare circa il conseguimento di obiettivi e traguardi predefiniti e, se non li considererà raggiunti, sospenderà i pagamenti. In particolare, potrebbe accadere che se, dopo la valutazione preliminare della Commissione,  il parere del  Comitato economico finanziario non fosse positivo (basterebbe che un solo Stato si metta di traverso), la decisione circa lo sblocco del pagamento dovrebbe essere portata davanti al Consiglio europeo, quindi a livello di capi di governo. E, in questa sede, la decisione dovrebbe avvenire “in linea di principio” entro 3 mesi. E se non ci fosse accordo?

Come se non bastasse, per gestire questa enorme e complessa partita, ormai non si contano più le strutture organizzative di coordinamento.

A livello politico, una Cabina di regia istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri; a livello di dialogo sociale, un organo consultivo che coinvolga i portatori di interessi; a livello tecnico, una segreteria istituita presso la presidenza del Consiglio dei ministri per sostenere i lavori della Cabina di regia e dell’organo consultivo, una struttura di coordinamento centrale e monitoraggio istituita presso il ministero dell’Economia e delle finanze e strutture di coordinamento tecnico individuate al livello delle amministrazioni centrali responsabili delle singole misure. Per non farsi mancare nulla, proprio il 15 settembre scorso, il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha conferito al professor Nicola Lupo l’incarico di Coordinatore della “Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione”, ai fini dell’attuazione del Pnrr.

Quando faremo il conto della effettiva convenienza del Recovery Fund, ci sarà da certamente da inserire il costo di questa elefantiaca macchina burocratica.

Tutta questa fretta di riformare l’Italia, mentre a proposito dell’unica riforma davvero utile che dovrebbe fare la Ue, quella del Patto di Stabilità, in settimana il ministro delle finanze francese, Bruno Le Maire ha parlato di “nessuna fretta. Dobbiamo essere chiari, non ci sarà un accordo sotto la nostra presidenza”.

Nel frattempo, noi dobbiamo rivoluzionare, sotto dettatura, il Paese in 100 giorni, come una repubblica sudamericana sotto la tutela del Fmi.

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