Con una maggioranza risicata e dopo settimane di forti tensioni politiche, il Parlamento europeo ha riaperto un dossier che sembrava ormai chiuso. L’Aula ha approvato la richiesta di procedura d’urgenza per riesaminare la proroga del cosiddetto Chat Control 1.0, la deroga che consente alle piattaforme online di effettuare controlli volontari sulle comunicazioni private per individuare materiale di abuso sessuale sui minori. Una decisione che riporta al centro del confronto il delicato equilibrio tra tutela dell’infanzia, protezione della privacy e rispetto delle procedure parlamentari.
IL VOTO CHE RIAPRE IL DOSSIER
Con 331 voti favorevoli, 304 contrari e 11 astensioni, l’Eurocamera ha approvato la richiesta di procedura d’urgenza per esaminare la proroga della deroga al regolamento ePrivacy, scaduta lo scorso aprile. La misura consentirebbe ai fornitori di servizi di messaggistica e alle piattaforme digitali di continuare a rilevare, segnalare e rimuovere materiale di abuso sessuale sui minori e casi di adescamento online, in attesa dell’approvazione di un quadro normativo permanente.
Il voto nel merito è previsto per giovedì, ultimo giorno della sessione plenaria prima della pausa estiva.
COSA PREVEDE IL “CHAT CONTROL 1.0”
La deroga temporanea autorizza, su base volontaria, operatori come Meta, Google e Microsoft a derogare alle norme europee sulla riservatezza delle comunicazioni elettroniche per analizzare messaggi, immagini e altri contenuti alla ricerca di materiale pedopornografico, il cosiddetto Child Sexual Abuse Material (CSAM). In assenza della proroga, con la scadenza della deroga ad aprile le piattaforme non possono più svolgere queste attività di rilevamento, salvo nei casi consentiti dalla normativa ordinaria.
Parallelamente sono in corso i negoziati su un regolamento destinato a sostituire definitivamente il sistema transitorio con un quadro stabile per il contrasto agli abusi sessuali sui minori online.
L’ESCAMOTAGE DI METSOLA
Tuttavia, la riapertura del fascicolo è al centro delle contestazioni. Come ricorda Euronews, a marzo il Parlamento europeo aveva respinto la proposta di proroga avanzata dalla Commissione europea e aveva lasciato decadere la deroga.
“Per risolvere il problema – scrive Il Mattinale europeo -, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola aveva incaricato i suoi consulenti di esaminare attentamente il regolamento interno. E hanno trovato un escamotage: se la proposta rigettata viene rimessa in discussione in seconda lettura, solo una maggioranza assoluta (360 voti) può bloccarla. È questo che sarà in gioco giovedì a mezzogiorno in plenaria. La speranza implicita di Metsola è che, con l’avvicinarsi delle vacanze estive, i banchi del Parlamento siano ancora più deserti del solito nei normali giovedì delle settimane di plenaria. Gli oppositori a una proroga del Chat Control fino al 2028 avranno dunque più difficoltà a raccogliere 360 voti”.
LE RAGIONI DI CHI SOSTIENE LA PROROGA
A promuovere l’accelerazione è stato soprattutto il Partito Popolare Europeo (Ppe), favorevole a prorogare senza modifiche il regime temporaneo fino all’entrata in vigore della normativa definitiva. Anche il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) ha deciso di sostenere la procedura d’urgenza, pur registrando al proprio interno diverse defezioni, tra cui quella della relatrice del provvedimento Birgit Sippel e di alcuni eurodeputati italiani del Pd.
“L’abuso sessuale sui minori è uno dei crimini più gravi che si possano immaginare. Il gruppo S&D sosterrà sempre pienamente la lotta contro questo crimine. È evidente che l’Europa necessita di leggi migliori per proteggere i bambini e che tale lavoro è in corso”, ha spiegato un portavoce del gruppo socialista.
Anche quattro commissari europei, secondo quanto riportato da EuPerspectives, hanno invitato gli eurodeputati ad approvare la proroga, sostenendo che “interrompere il rilevamento indebolisce seriamente la nostra capacità collettiva di individuare gli abusi, sostenere le vittime e fermare gli autori dei reati”.
LE CRITICHE SULLA PRIVACY E SUL METODO
Le principali obiezioni, riferisce Ansa, arrivano dai Verdi, da Renew e da numerosi esponenti impegnati nella tutela dei diritti digitali. Secondo i critici, la proroga rischia di compromettere i negoziati sul regolamento permanente e di consolidare un sistema fondato sulla scansione indiscriminata delle comunicazioni private.
L’eurodeputata dei Verdi Markéta Gregorová ha denunciato il ricorso alla procedura d’urgenza sostenendo che “questo non riguarda più soltanto la protezione della privacy, ma la protezione della nostra democrazia”, accusando il Ppe di riportare in Aula “una proposta che il Parlamento aveva già respinto”.
Sulla stessa linea Patrick Breyer, ex eurodeputato e attivista per i diritti digitali, secondo il quale il Parlamento, nei negoziati sul regolamento permanente, aveva invece proposto un modello basato su ordini di rilevamento rivolti a soggetti sospettati, anziché su controlli generalizzati effettuati dalle piattaforme.
Anche Ignazio Marino, eurodeputato dei Verdi/ALE, ha definito la misura una forma di “sorveglianza di massa”, affermando che “i bambini sono protetti da un’applicazione intelligente della legge, non dalla scansione dei messaggi privati di milioni di persone innocenti”.
LA SOTTILE LINEA TRA TUTELA E MINACCIA DELLA PRIVACY
Nel dibattito sono intervenuti anche esponenti della comunità scientifica. I ricercatori Carmela Troncoso e Bart Preneel hanno invitato gli eurodeputati a respingere la procedura d’urgenza, richiamando precedenti appelli sottoscritti da oltre 800 studiosi. A loro giudizio le tecnologie attualmente disponibili presentano ancora margini di errore elevati, pongono problemi di proporzionalità nella scansione delle comunicazioni e potrebbero essere sostituite da strumenti più mirati.
Come scrive anche Daniela Mainenti, professore straordinario in Diritto processuale penale comparato, sul Fatto Quotidiano, il sistema di rilevamento dei contenuti illeciti obbligherebbe le piattaforme a controllare preventivamente immagini, messaggi e metadati degli utenti, analizzando anche comunicazioni private lecite per individuare una quantità limitata di contenuti criminali. Inoltre, ciò comporterebbe un’interferenza con la privacy e la protezione dei dati, paragonabile alle intercettazioni ma senza gli stessi limiti giudiziari. Ma soprattutto, secondo Mainenti: “Il risultato è un trasferimento silenzioso di potere. Non dallo Stato ai cittadini. Ma dallo Stato alle grandi imprese tecnologiche”.




