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Come e perché Conad, Coop e altri digeriscono (improvvisamente) i buoni pasto

Buoni Spesa Buoni Pasto

Conad, Coop, Federdistribuzione, Fiepet Confesercenti, Fida e Fipe Confcommercio festeggiano il taglio al 5% delle commissioni sui buoni pasto. Ma a pagare sarà lo Stato. Ecco cosa succede (e le critiche di Anseb, l’associazione che riunisce le aziende del settore)

 

I buoni pasto diventano, improvvisamente, digeribili da piccoli esercenti e grande distribuzione.

È bastata una piccola nota a margine della disciplina della gara pubblica del settore, ConsipBP10, che porta le commissioni al 5%, a fermare scioperi e proteste di Conad, Coop, Federdistribuzione, Fiepet Confesercenti, Fida e Fipe Confcommercio.

La piccola nota, però, ha un grande peso per lo Stato, cui spetta pagare la percentuale di commissione tagliata.

Proviamo a fare chiarezza.

LO SCIOPERO DELLE SIGLE ASSOCIATIVE

Partiamo dall’ultima protesta. Il 15 giugno scorso bar, ristoranti, alimentari, supermercati e ipermercati aderenti alle principali associazioni di categoria della distribuzione e del commercio, tra cui Ancd Conad, ANCC Coop, Federdistribuzione, FIEPeT-Confesercenti, Fida e Fipe-Confcommercio, non hanno accettato i buoni pasto quale forma di pagamento.

Lo sciopero aveva l’obiettivo di invocare una urgente riforma del sistema dei ticket (che accettano come forma di pagamento dopo una libera trattativa commerciale).

LA RIDUZIONE DELLE COMMISSIONI

A provare a sbloccare la situazione ci ha pensato il viceministro all’Economia, Laura Castelli (ex M5s, ora in Insieme per il futuro, il gruppo fondato da Luigi Di Maio). Come? Promettendo una nuova normativa del settore, che consentirà di mettere un tetto del 5% sulle commissioni, prima al 17%.

Secondo gli analisti del comparto, un ottimo risultato per la GDO, che ha visto crescere i suoi guadagni anche in tempi di Covid, per bar e per ristoranti: di fatto potranno incassare una cifra superiore. Un pessimo risultato per lo Stato, chiamato a colmare il gap della commissione. E così, se con le vecchie gare l’amministrazione centrale risparmiava circa 200 milioni di euro, ora con ConsipBP10, lo sconto si aggirerà attorno ai 120 milioni, secondo gli schemi del MEF.

Lo sconto alla Pubblica amministrazione, sul valore nominale del buono pasto, in questa gara Consip, potrebbe verosimilmente attestarsi tra valori ricompresi fra 10% e 12%, contro il 16,5% della scorsa gara. Allo Stato andrebbe un onere aggiuntivo tra 82 milioni e 57 milioni di euro. Non poco.

LE CONSEGUENZE PER LE SOCIETA’ CHE EMETTONO BUONI PASTO

Lo sbroglio della matassa proposto dalla Castelli, poi, non piace alle società che emettono i buoni pasto. A farne le spese, senza dubbio, saranno anche le big di settore, quali Edenred, Sodexo e Day, e le medio-piccole società, tra cui Repas, YesTicket e Pellegrini: le promesse di commissioni al ribasso si ripercuoteranno sulle aziende di settore, che dovranno sicuro lasciare sul piatto qualcosa.

L’associazione che le rappresenta, Anseb, denuncia di non aver visionato il testo della riforma del settore promesso dal governo. Riforma, questa, ritenuta parziale ed anti-concorrenziale.

UN COLPO AL MERCATO (E AL WELFARE AZIENDALE)

La nuova norma, secondo Anseb, rappresenta un duro colpo al settore e alla concorrenza dello stesso, scoraggiando, per esempio, l’ingresso sul mercato di nuove startup, che invece vanno fortissimo in Francia e in Portogallo.

Eppure la platea di coloro che potenzialmente potrebbero godere dei buoni pasto, che ricordiamo essere il benefit più amato dai lavoratori, è ben più ampia di quella che realmente usufruisce del beneficio: 18 milioni di dipendenti potenziali contro 3 milioni serviti. Il mercato è ancora ampio, dunque, nonostante i famosi ticket siano lo strumento per introdurre più rapidamente e semplicemente il welfare in azienda (cosa su cui si dovrebbe lavorare maggiormente).

Numeri a parte, i risultati della nuova normativa saranno visibili solo nei prossimi mesi. Certo è che lo Stato spenderà di più. Esercenti ed aziende emettitrici? Paradossalmente potrebbero trovare un nuovo loro equilibrio, favorendo così la voglia delle imprese italiane di ridare un po’ di potere di acquisto ai propri dipendenti.

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