Circular economy

End of Waste, ecco cosa fare. Gli auspici di Assocarta

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Il presidente Marchi in commissione Ambiente: “L’articolo 6 prevede un’armonizzazione a tre livelli, europea, nazionale e nel caso del nostro paese regionale. Se non si completano queste caselle rischiamo di paralizzare il settore”

“Al momento siamo in difficoltà perché non riusciamo a portare avanti quei processi produttivi e quelle innovazioni necessarie per recuperare al meglio la carta. Dobbiamo quindi trovare una soluzione legislativa e regolamentare che ci aiuti. In questo senso, c’è una direttiva europea da recepire che ci indica la direzione. Ma abbiamo bisogno che anche la legislazione interna si muova nella stessa direzione. L’articolo 6 prevede un’armonizzazione a tre livelli, europea, nazionale e nel caso del nostro paese, regionale. Se non si completano queste caselle rischiamo di paralizzare il settore”. È la posizione espressa dal presidente di Assocarta Girolamo Marchi nel corso dell’audizione in commissione Ambiente alla Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla normativa che regola la cessazione della qualifica di rifiuto.

UN SETTORE IMPEGNATO NELL’ECONOMIA CIRCOLARE

Il settore della carta è particolarmente impegnato nell’economia circolare ed è costituito da 120 imprese, 20mila addetti, un fatturato di 8 miliardi di euro e una produzione di 9 milioni di tonnellate di cui 5 milioni proveniente dal riciclo che rappresenta il 51% del totale, con il 34% proveniente da fibra vergine. “Attraverso la raccolta differenziata riusciamo a riciclare parte del materiale e ciò è fondamentale per l’industria nazionale che non avendo foreste si è data l’obiettivo di eccellere proprio nel riciclo”, ha evidenziato Marchi. Per quanto riguarda l’end of waste “la rapidità di adeguamento del sistema legislativo e regolamentare di tenere il passo con i nuovi sviluppi della tecnologia e con i nuovi processi e la rapidità dell’adeguamento all’innovazione è fondamentale affinché l’industria possa progredire – ha aggiunto -. È indubbio che l’amichevolezza con l’ambiente sia un fattore fondamentale di successo. L’industria cartaria è protagonista e sta investendo nel settore del riciclo. Indubbiamente per fare meglio occorre però sviluppare nuove tecnologie, per esempio nel riciclo dei materiali compositi. Applicando nuove tecnologie noi riusciamo e siamo in grado di recuperare di più e quindi di portare meno materiali in discarica”.

NON SI TIENE CONTO DELLE EVOLUZIONI TECNOLOGICHE DI SETTORE

Il problema legislativo del settore, ha ribadito Marchi, sulla scia di quanto affermato da altre associazioni in precedenti audizioni, parte dal decreto del 1998 “che ha disciplinato la materia” ma che nel frattempo è stato superato. “A questo si sovrappone il Consiglio di Stato che ne ha fatto una standard nazionale: si tratta quindi di un problema che non tiene conto delle evoluzioni tecnologiche e sta bloccando i processi innovativi che il nostro settore sta sviluppando”, ha ammesso Marchi.

MEDUGNO: ASPICHIAMO UN INTERVENTO AL PIU’ PRESTO

“Lavoriamo sulla carta di riciclare grazie alla norma del ’98 che tuttavia è da modificare perché sono cambiati gli standard tecnologici e merceologici. Probabilmente anche il sistema di normare dovrebbe cambiare: dovemmo avere norme precise nei contenuti mentre la parte tecnica dovrebbe essere adattata e gestita con un sistema diverso perché non può essere fatto con i tempi del decreto ministeriale”, ha evidenziato il direttore di Assocarta Massimo Medugno nel suo intervento. “A fronte e accanto a end of waste settoriali dobbiamo avere una normativa a complemento. Se pensiamo di poter normare non arriveremo mai a conclusione. Ora arriva questa opportunità, concretizzata in una direttiva europea, che ci dà la possibilità di dare autorizzazioni caso per caso. Quello che auspichiamo è che venga fatto subito – ha chiesto il direttore di Assocarta -. Perché? Se si parla di green new deal non avere un sistema di autorizzazione dei rifiuti è un controsenso. Ma significa anche normalizzare il paese. Andremmo poi ad anticipare una direttiva che comunque sarà obbligatoria il prossimo anno e, si darebbe fiducia e prospettiva al mercato”. Non solo. “Sbloccheremmo gli investimenti, riducendo il trasporto dei rifiuti. Si darebbe sostanza e contenuto al green procurement”, ha precisato Medugno aggiungendo che si rilancerebbe “una competenza tutta italiana che è quella di un paese manifatturiero senza risorse, aggiornando la normative del ’98 che ora dopo vent’anni ci incatena. In ultimo – ha concluso – se il paese intende puntare sugli investimenti verdi non può non avere norma sull’end of waste”.

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