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Vi racconto le poliedriche forme di populismo (non solo di M5S e Lega)

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Il Bloc Notes di Michele Magno 

Curiosamente, la parola populismo è tanto più inflazionata quanto più è lontana dalla sua origine storica. Origine che è doppia: il populismo russo da un lato e quello americano dall’altro.In Russia l’etichetta fu inventata a metà Ottocento per indicare un movimento di intellettuali che, in opposizione all’autocrazia zarista, riscoprì il popolo, in particolare i contadini. Movimento che vagheggiava un socialismo romantico, agrario, tradizionalista, volto a ripristinare una mitica comunità incontaminata, in grado di resistere alle spinte modernizzanti provenienti dall’Occidente. Del tutto indipendentemente, a quel primo populismo ne corrispose verso fine secolo un secondo sull’opposta sponda dell’Atlantico, dove nel 1892 lo U.S. People’s Party indirizzò il malessere dei piccoli farmer proprietari del Midwest e del Sud contro grandi imprese, alta finanza e ambienti corrotti di Washington.

Come ha osservato Alfio Mastropaolo in un saggio di cui consiglio la lettura (“Democrazia e populismo”, in “La democrazia in nove lezioni”, Laterza,2010), nel populismo vive un orientamento politico-ideologico iscritto nella tradizione politica americana fin dai suoi esordi. In esso convergono i temi del “self made man”, dell’autonoma responsabiltà degli individui, del decentramento, dell’autogoverno locale e delle sane virtù della “middle class”, alternative ai vizi e ai privilegi delle élite. Ma il termine ben presto divenne così elastico da risultare fuoviante, oppure inutile. Roosevelt e Reagan, Bush e Obama (fino a Trump): non c’é presidente degli Usa che sia sfuggito all’appellativo di populista. Il suo abuso che si è fatto e si fa tuttora oltreoceano, quindi, dovrebbe già costituire un monito alla prudenza.

Il lemma populismo tornerà in auge per classificare i regimi nati in America Latina negli anni Venti del secolo scorso. Getulio Vargas in Brasile e Juan Domingo Perón in Argentina sono forse i due casi più noti. Entrambi attratti dai fascismi europei e dalle loro tecniche di mobilitazione del consenso, riuscirono a integrare ceti sociali prima condannati all’esclusione mediante una singolare miscela di manifestazioni di piazza, leadership carismatica e generosi provvedimenti paternalistico-redistributivi. Il populismo sudamericano, tuttavia, non ebbe mai la dignità di un’ideologia. Fu capace di sfruttare abilmente la retorica del popolo umile e sofferente, rapinato dalle oligarchie latifondiste e dalla borghesia “compradora”.

Ridefinito in questo modo, il concetto di populismo era pronto a fare il giro del mondo. Nella seconda metà del Novecento viene infatti impiegato per designare i movimenti nazionalisti e antimperialisti proliferati in Africa e in Asia. Questa svolta semantica trova il suo imprimatur nel primo testo scientifico dedicato all’argomento, una volta abbandonato il teatro americano. Si tratta di un libro pubblicato nel 1969 a cura di Ernest Gellner e Ghita Ionescu (“Populism: Its Meanings and National Characteristics”) in cui il populismo diventa ufficialmente un contenitore dove si potevano far rientrare comodamente, per citare qualche nome, i cartisti inglesi, il bonapartismo, Gandhi, Sukarno, Nyerere. Bastava a definirli una concezione organicistica, secondo cui l’antica armonia, saggezza e moralità del popolo sarebbero state turbate da classi dominanti rapaci e dissolute.

Il populismo terzomondista era, in verità, una categoria prevalentemente accademica. La novità di fine anni Ottanta è che trasmuta in una categoria mediatica e politica che però aveva bisogno di antenati. In Francia vengono trovati nel sanguigno movimento creato nei primi anni Cinquanta dal bottegaio di provincia Pierre Poujade, intriso di nazionalismo antiarabo, antisemitismo, rivolta fiscale, suggestioni antiparlamentari. In Italia sarà il “Fronte dell’Uomo Qualunque” fondato da Guglielmo Giannini nel 1946 ad essere riconosciuto come il suo avo più genuino.

Uno dei più autorevoli studiosi italiani del fenomeno, Marco Tarchi, gli ha poi affiancato la retorica dell’antifascismo e della maggioranza silenziosa, il Pci e la Dc, Pasolini e Pannella, Cossiga e Mario Segni, Bossi e Berlusconi, Di Pietro e i “girotondini” (“L’Italia populista”, il Mulino, 2003). Questo per dire che un po’ di populismo, senza neanche cercarlo troppo, si può scovarlo dappertutto e che quindi un minimo di cautela sarebbe necessario. Forse fino al punto da gettare alle ortiche la parola. Il paradosso è che mentre oggi Salvini non la disdegna, la sinistra e gli ambienti culturali che le sono vicini continuano ad attribuire un significato vistosamente spregiativo al termine. Insomma: alla sinistra non più popolare (e a taluni milieu intellettuali) quanto sa di popolo appare imbarazzante, sicché gli preferiscono l’espressione non meno polisemica “società civile” -e spesso proprio un  termine sommamente qualunquistico come “gente”.

Da ultimo, l’accusa di populismo si è riversata sul M5s. Qui è opportuno aprire una breve parentesi. Al di là del rituale appello diretto al popolo sovrano, infatti, il populismo si è caratterizzato anzitutto come una rivolta contro la modernità. Il popolo dei movimenti populisti del terzo millennio è quello dei disoccupati, della borghesia minuta, dei disorientati, degli impauriti dalla globalizzazione. Ma con il M5s ci troviamo su un pianeta completamente diverso: il popolo al quale si rivolge Beppe Grillo non è il popolo “semplice e umile”, ma è il popolo sofisticato del web; non nasce dallo spaesamento di fronte alla modernità, ma dalla modernità stessa. Si tratta di un elemento determinante del suo profilo politico e culturale.

Tanto più, pertanto, occorrerebbe restituirgli la sua originaria funzione descrittiva. Il politologo inglese Paul Taggart lo ha definito “servitore di molti padroni”, perché “il populismo è stato uno strumento dei progressisti, dei reazionari, degli autocrati, della sinistra e della destra”. E gli attribuisce “un’essenziale capacità camaleontica, nel senso che acquisisce sempre il colore dell’ambiente in cui si manifesta” (“Il populismo, Città aperta, 2002). In estrema sintesi, il populismo è al massimo una “ideologia debole”, nelle cui manifestazioni storiche sono tuttavia ricorrenti alcuni elementi distintivi: primo tra tutti l’appello diretto al popolo, senza mediazioni istituzionali, contro l’establishment.

Ora, condannare l’intolleranza verso ogni sorta di diversità, le ossessioni securitarie, le smodate passioni identitarie, i toni rissosi e triviali, il folklore demagogico che infestano la politica nazionale è perfino un dovere etico. Ma qualificare con snobistico disprezzo ogni manifestazione di disagio popolare come protesta sterile e baccano da ignorare è, come disse Joseph Fouché a proposito della fucilazione del duca di Enghien (1804), peggio di un delitto: è un errore politico. È solo un modo miope per cavarsi dai guai e ridimensionare un problema molto serio: il distacco dei cittadini dalla politica, minaccioso preludio di un più grave distacco dal sistema democratico.

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