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Leopoldo Fregoli, il trasformista

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Il 9 marzo 1910 Pierre de Quirielle, firma autorevole del prestigioso “Journal de Débats”, scriveva: “L’Italia ha oggi quattro grandi glorie,di cui può andare giustamente orgogliosa: il poeta Gabriele D’Annunzio, l’inventore Guglielmo Marconi, il tenore Enrico Caruso e il trasformista Leopoldo Fregoli. E di questi quattro creatori, Fregoli, che incarna istantaneamente le personalità più diverse, è il più originale. La sua meravigliosa mobilità, al servizio di un’intelligenza vivissima, ci mostra una delle tante facce del genio di questo popolo latino”.

Nelle parole del critico teatrale francese si avvertiva l’eco dell’entusiasmo suscitato dal debutto di Fregoli al teatro Olympia di Parigi. La sua fama allora era alle stelle, e in larga misura a lei si deve la fortuna e lo stesso slittamento semantico del termine trasformismo, ossia l’abitudine a cambiare casacca di partito con fulminea disinvoltura. Storicamente, il vocabolo entra nel linguaggio politico italiano negli ultimi decenni dell’Ottocento. In un discorso tenuto a Stradella alla vigilia delle prime elezioni a suffragio allargato (8 ottobre 1882), il capo della sinistra parlamentare Agostino Depretis giustificava così gli accordi stipulati con la destra moderata di Marco Minghetti: “Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”.

Ciononostante, il termine trasformismo divenne immediatamente sinonimo di mancanza di principi, di amoralità, di corruttela. Già nel gennaio 1883, in un articolo apparso sul periodico bolognese “Don Chisciotte”, Giosuè Carducci ne anticipava una condanna che sarà senza appello: “Brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco de’ ladri, non essere più uomini e non essere più ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi nei quali le due immagini si perdono, e che invece di parlare ragionando sputano mal digerendo”. In seguito la “brutta parola” fu utilizzata per designare addirittura un topos del carattere nazionale, vale a dite l’inclinazione -figlia dell’atavica arte di arrangiarsi italica- a non prendere troppo sul serio le fedi e le ideologie.

Non le prendeva troppo sul serio nemmeno Fregoli. Come traspare dalla biografia di Alex Rusconi (Nuovi Equilibri, 2011), l’unico credo della sua vita è stato l’arte del travestimento. Il futuro mago del trasformismo nasce il 2 luglio 1867 a Roma. Il padre era il maggiordomo dei conti Pianciani. La madre apparteneva a una famiglia di apprezzati musicisti. Di indole ribelle, manifesta subito una forte avversione per lo studio e la scuola. Chierichetto poco religioso e apprendista orologiaio svogliato, si avvicina ancora adolescente al mondo dei giochi di prestigio. Il colpo di fulmine scatta dopo aver assistito a uno spettacolo del grande illusionista Herrmann al teatro Argentina. Insieme all’inseparabile compagno Virgilio Crescenzi, comincia a esibirsi nelle sale parrocchiali, dove si fa notare per le sue non comuni doti di attore e di cantante. Una gavetta che si interrompe nel 1887, quando è di stanza a Bologna per il servizio militare.

Nel 1889 viene trasferito a Massaua. Nel centro eritreo il suo talento esplode. Il generale Antonio Baldissera, comandante delle truppe di occupazione, lo incarica di organizzare dei piccoli spettacoli per tenere alto il morale dei soldati italiani e dei ras abissini in conflitto col negus Menelik. In un batter d’occhio allestisce una farsa, un numero di illusionismo e uno di salti mortali degno di un circo equestre. “Alla fine dello spettacolo, dopo una tempesta di applausi che non finivano più -ricorda Fregoli- vidi quelle migliaia di persone, che si allontanavano lentamente e a malincuore,volgere di tanto in tanto la testa verso il palcoscenico, come attratte da una forza misteriosa”. Sarà un’esperienza cruciale per la sua carriera artistica. Serata dopo serata, annotava su un diario le idee e le trovate che avevano avuto più effetto sugli spettatori. Perfeziona la sua destrezza nel cambiarsi d’abito in un battibaleno. Si impossessa dei segreti della prestidigitazione. La “forza misteriosa” era ormai pronta a spiccare il volo verso altri lidi.

La Roma che nel 1890 trova al suo rientro “era la capitale non dell’impero, né del cattolicesimo, bensì del nuovo, borghese regno d’Italia; una Roma tendente al quieto vivere, senza più grandi odi, né grandi vizi, né grandi virtù. […] La Roma del tempo di Fregoli era Aragno, il Parlamento, la Banca Romana, la caccia alla volpe, le conferenze all’Associazione della Stampa, i balli degli artisti mattacchioni al Circolo di Via Margutta […]” (Silvio D’Amico, Storia del Teatro). È in questa città sonnacchiosa che il nome di Fregoli comincia a destare una crescente curiosità. Le sue rappresentazioni al più rinomato caffè-concerto dell’epoca, l’Esedra, mandano in visibilio il pubblico. Sebbene gli vengano offerti ingaggi sempre più vantaggiosi, decide comunque di varcare i confini dell’Urbe. Nel 1892 è a Milano, poi a Torino, Firenze, Palermo. È allora che mette in scena una delle sue parodie più acclamate, “Maestri d’operetta”: truccato volta a volta da Gounod, Mozart, Bellini, Rossini, Mascagni, dopo un colpo sul leggìo si levavano dall’orchestra le note delle loro arie più famose. Il gran finale toccava di diritto a Giuseppe Verdi. Il “cigno di Busseto”, un cigno con capigliatura, barba e mustacchi sconvolti dala furia sinfonica, dirigeva da par suo la “Marcia trionfale” della “Aida”. Nel 1894 sono i confini della penisola ad essere varcati: dopo un doloroso fiasco in un teatro di infimo ordine di Barcellona, conquista Madrid. I giornali della capitale spagnola gli dedicano recensioni calorose: “Nelle sue interpretazioni -osserva un inviato del New York Times- può apparire come l’ideale di bellezza femminile, e pochi secondi dopo si presenta sul palco come un barcollante ubriacone […]. Il suo make-up è davvero meraviglioso”.

Nel 1895 -con ventitré figuranti e un guardaroba di quindici tonnellate al seguito- è a Buenos Aires, prima tappa di una faticosissima tournée nel continente sudamericano. Lì sfoggia il suo inesauribile repertorio macchiettistico, che non risparmia nessuno: i suoi imitatori, cantanti, divette, uomini politici. Come sostiene Mario Verdone in “Feste e spettacoli”, “la sua satira bonaria fece scuola anche presso altri attori e mimi a lui successivi, magari più dotati di talento corrosivo, come Petrolini”. Su invito dell’impresario Oscar Hammerstein, nel 1896 si esibisce al Columbia Theatre di Brooklin. Un suo illustre ammiratore, Thomas Edison, dirà che “Fregoli aveva accelerato la velocità del pensiero umano”. Dopo nove settimane di repliche nella Grande Mela, è il turno di Philadelphia, Cincinnati, New Orleans, Chicago (dove subisce un tentativo di estorsione da parte della mafia locale). Si reca infine a Città del Messico, dove il presidente della Repubblica Porfirio Diaz si dichiara letteralmente rapito dalle sue performance.

Rientrato in Europa, dopo un breve soggiorno a Londra in cui incanta la nobiltà inglese con la sua camaleontica versatilità, verso la fine del 1897 al teatro Des Célestins di Lione avviene uno degli incontri più importanti della sua vita. In platea c’è Louis Lumière che, con il fratello August, ha legato indissolubilmente il suo nome all’invenzione del cinematografo. Fregoli chiede di visitare il suo laboratorio. È accontentato. Acquista un proiettore e si assicura l’esclusiva su un un gruppo di brevi filmati da proporre nei suoi spettacoli. Chiama l’apparecchio “Fregoligraph”, ma non lo brevetta. Dopo i primi esperimenti a Berlino e a Mosca, la proiezione delle pellicole su uno schermo incorniciato da lampadine colorate diventa un’attrazione irresistibile dei suoi spettacoli.Comincia anche a “far parlare” i suoi film, prestando la propria voce agli attori nascosto dietro le quinte. Diviene così il primo doppiatore della storia del cinema, ben venticinque anni prima dell’avvento del sonoro.

È proprio il suo pionierismo cinematografico ad attirare l’attenzione di Filippo Tommaso Marinetti. Già il “Manifesto del futurismo” (1909) aveva celebrato i fasti della modernità, distruggendo il teatro borghese e esaltando la “voluttà di essere fischiati”. Quattro anni dopo, Fregoli viene citato nel “Manifesto del teatro di Varietà” come modello di straordinario vitalismo scenico. “Abbiamo un profondo schifo -recita l’incipit- del teatro contempraneo (versi, prosa e musica) perché ondeggia stupidamente tra la ricostruzione storica (zibaldone o plagio) e la riproduzione fotografica della nostra vita quotidiana; teatro minuzioso, lento, analitico e diluito, degno tutt’al più dell’età della lampada a petrolio”. Il Manifesto individua invece nel music-hall la forma di spettacolo più rispondente al dinamismo dell’era della tecnica, perché frammentario e imprevedibile, eccentrico e anti-intellettuale. Si trattava insomma di quel teatro d’avanguardia, capace di mescolare sapientemente il comico e il grottesco, che vedeva nel “trasformiste italien” uno dei suoi esponenti più estrosi.

Terminata la Grande Guerra, Fregoli è tentato di abbandonare le scene. È stanco e malato, ma ancora non si rassegna a chiudere con un passato ricco di successi e di soddisfazioni economiche. Nella primavera del 1919 è al Politeama Giacosa di Napoli. Nel suo camerino viene omaggiato da Petrolini e dal sedicenne Peppino De Filippo. Più tardi, dopo averlo ammirato in un teatro piemontese, sarà Cesare Zavattini a tesserne le lodi di mimo insuperabile. A corto di denaro per l’imperizia finanziaria del suo amministratore, nel 1924 è costretto a una seconda ed estenuante tournée in Argentina e in Brasile. Gli incassi dei suoi spettacoli si dimostrano superiori a ogni più rosea aspettativa. Saranno gli ultimi della sua sfolgorante carriera. Rientrato in Italia, nel 1927 si ritira a Viareggio, dove aveva comprato una villetta sul lungomare. Molte passeggiate, spesso in compagnia di Ermete Zacconi, molte ore dedicate ai suoi hobby preferiti -la fotografia e la radio- e tante conversazioni con gli amici che andavano a trovarlo: da Eduardo De Filippo a un giovanissimo viareggino che sognava di diventare regista, Mario Monicelli. Nel trattempo, il suo nome era entrato nei dizionari medici sotto la voce “sindrome di Fregoli”,un disturbo psichico causato da una ricorrente allucinazione: quella di essere perseguitati sempre da una sola persona, ma in grado di assumere l’aspetto di chiunque.

Come era accaduto dieci anni prima con i futuristi, sono adesso i fascisti a sfruttare la sua immagine come simbolo del cambiamento realizzato dal mussolinismo. Nel 1925 uno dei teorici del regime, Carlo Alberto Alemagna (alias generale Filareti), aveva dato alle stampe un saggio, “In margine del Fascismo”, che in realtà era un lugubre necrologio della democrazia. In un capitolo, dopo aver sottolineato la facilità con cui la folla cambia opinione ad ogni alito di vento, l’autore chiama questa tendenza “fregolismo” (o “girandolismo”), attribuendole la stessa prorompente energia positiva che sprigionava dal “più grande artista dei nostri tempi”. Fregoli è ovviamente lusingato da queste attestazioni di stima, ma già aveva aderito apertamente alla dittatura fascista. Nella pagina finale della sue memorie scrive: “Ogni anno, nei mesi invernali, torno a fare una breve visita alla mia Roma, che trovo sempre più bella, sempre più trasformata per volere del nostro Duce; e dinanzi ad una tale miracolosa trasformazione mi sento piccino piccino, ma sempre più orgoglioso di essere romano”.

La sera del 26 novembre 1936 viene trovato immobile, seduto sulla poltrona da cui era solito scrutare il mare fumando una delle sue amate pipe (ne aveva una sterminata collezione). Il corpo viene tumulato nel cimitero di Viareggio e, come aveva disposto, sulla tomba viene incisa l’epigrafe “Qui Leopoldo Fregoli compì la sua ultima trasformazione”, quasi volesse ingannare la morte con una di quelle battute micidiali che lo avevano reso celebre. I versi iniziali di un capolavoro di Eugenio Montale, la poesia “All’amico Pea”, sembrano confermarlo: “Quando Leopoldo Fregoli udì il passo della morte/indossò la marsina, si mise un fiore all’occhiello/e ordinò al cameriere servite il pranzo./Così mi disse Pea della fine di un uomo che molto ammirava”.

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