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Lavoro, la fotografia dell’occupazione in Italia nel 2020

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Il post Alessandra Servidori

 

Finalmente il ministero del Lavoro ha attivato una collaborazione virtuosa con la Banca d’Italia per monitorare gli andamenti del mercato del lavoro e la fotografia del 1° numero del Rapporto di gennaio ci consegna una situazione più che allarmante, sicuramente dovuta alla pandemia ma per chi scrive anche per una inerzia nel aver attivato troppo lentamente politiche attive. Dal rapporto di analisi della situazione creatasi nel 2020 si evidenzia che nell’anno appena passato il numero dei contratti di lavoro cessati nel settore privato non agricolo ha di poco superato quello dei contratti attivati (42.000 unità) ed è il risultato di un calo delle assunzioni e delle cessazioni (le prime, pari a 4,78 milioni, sono diminuite di circa 1,9 milioni, le seconde di oltre 1,5).

Alla fine di febbraio, il mercato del lavoro ha subito invece un rapido deterioramento e il saldo tra attivazioni e cessazioni è diventato negativo, poi si è registrato un tenue recupero interrotto in novembre, in concomitanza con il nuovo aumento dei contagi e con l’adozione delle necessarie misure restrittive.

I contratti di lavoro a tempo determinato hanno assorbito gran parte della contrazione della domanda di lavoro in maniera altalenante ampliandosi nell’ultimo mese dell’anno: alla fine di dicembre il saldo era negativo per circa 250.000 unità, 157.000 posizioni perse in più rispetto all’anno precedente. Le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono state quasi sempre inferiori rispetto all’anno prima e da marzo i flussi netti sono stati sostenuti dal calo delle cessazioni, dovuto sia al blocco dei licenziamenti sia al minor numero di lavoratori che hanno scelto di dimettersi, anche per le ridotte possibilità di cambiare impiego.

Le stabilizzazioni di contratti temporanei sono state quasi 427.000 di cui circa 80.000 in dicembre, verosimilmente per effetto degli sgravi contributivi in scadenza introdotti dal decreto “agosto” (DL 104/2020). Nel 2020 la perdita occupazionale si è concentrata nelle regioni del Nord: in particolare Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e le province autonome di Trento e Bolzano hanno registrato circa 200.000 attivazioni nette in meno rispetto all’anno precedente, contribuendo per quasi due terzi ai minori flussi rilevati a livello nazionale. Anche a livello provinciale si evidenziano rilevanti eterogeneità.

Nei primi mesi dell’emergenza sanitaria, a fronte della generale sospensione di molte attività produttive, tutte le province hanno segnato una riduzione marcata delle attivazioni nette rispetto all’anno precedente. Dalla metà dell’autunno la pandemia ha penalizzato la domanda di lavoro nei servizi turistici in molte parti del Paese e in particolare in alcune aree montane, nelle quali la dinamica complessiva annuale è risultata fortemente negativa e come al solito la flessione delle attivazioni nette è stata più accentuata per l’occupazione femminile, maggiormente diffusa nei settori con andamenti meno favorevoli, come i servizi turistici; viceversa, dopo la fase di contrazione durante il lockdown, la componente maschile ha beneficiato della più rapida ripresa dell’industria e in particolare delle costruzioni, in cui oltre il 90 per cento dei lavoratori sono uomini.

Negli ultimi due mesi dell’anno, la nuova flessione dei servizi ha ulteriormente ampliato il divario di genere. L’emergenza sanitaria ha colpito in misura marcatamente eterogenea i diversi gruppi anagrafici: la fascia di età compresa tra i 15 e i 34 anni, che rappresenta solo un quarto dell’occupazione alle dipendenze nel settore privato non agricolo, ha contribuito per oltre la metà al calo complessivo dei posti di lavoro creati.

La dinamica occupazionale dei più giovani ha risentito non solo dell’elevata incidenza di impieghi nel turismo, ma anche della maggiore diffusione dei contratti a tempo determinato che hanno assorbito la caduta della domanda di lavoro nella prima e nella seconda ondata di contagi.

Sarebbe utile che la collaborazione tra ministero e Banca d’Italia si ampliasse per i provvedimenti per il contrasto della povertà e alla disoccupazione adottati in Italia che si discostano radicalmente dalle pratiche europee su due versanti: la pretesa di assegnare al Reddito di Cittadinanza il compito di supplire alle carenze del sistema del welfare, in particolare per gli interventi per il sostegno alle famiglie e delle politiche attive del lavoro e quindi di caratterizzarlo essenzialmente sull’espansione dei sussidi finanziari erogati. L’intervento si è ampiamente dimostrato inadeguato soprattutto per contrastare i livelli di povertà delle famiglie numerose e che hanno in carico le persone non autosufficienti il cui carico del lavoro di cura è sempre e rimane sulle donne. L’aumento degli importi dei sussidi, oltre che essere controproducente per alcune forme di disagio sociale finisce per sollecitare i comportamenti opportunistici verso l’accesso ai benefici e la possibilità di mantenerli per un tempo prolungato.

L’attuale impianto del reddito di cittadinanza è sostanzialmente irriformabile se non attraverso un radicale ripensamento degli attuali pilastri costitutivi e una riforma degli ammortizzatori sociali. Un’evoluzione possibile nel quadro di un potenziamento dei sostegni alle famiglie e alla natalità, ripristinando la finalità delle politiche attive verso la programmazione del complesso degli interventi rivolti a favorire l’incontro della domanda e offerta di lavoro e ridimensionando l’entità dei sussidi a favore dell’incremento della qualità dei servizi volti a contrastare l’abbandono scolastico, il disagio familiare e le varie forme di dipendenza che caratterizzano il disagio sociale e la mancanza non solo di incontro tra domanda e offerta di lavoro ma di formazione professionale adeguata alla richiesta che le aziende denunciano non esserci a disposizione.

In questa situazione così grave l’intervento sulle politiche attive deve andare anche oltre la crisi dovuta alla pandemia e porsi l’obiettivo anche attraverso il FSE di intercettare le risorse per una riforma complessiva del sistema del mercato del lavoro.

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