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Che cosa faranno Italia e Ue per risollevarsi dal coronavirus

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Cosa deve fare l’Italia per recuperare dopo la crisi. Il post di Alessandra Servidori

Se più debito sarà — ricordiamo che ora è di 2400 miliardi cioè 136% del Pil e si vocifera possa arrivare al 160% — allora per poi recuperare, l’imperativo è ora sostenere le imprese le lavoratrici e i lavoratori. Le analisi di Confindustria sulla nostra attuale situazione e in prospettiva sono identiche a quelle di altri autorevoli osservatori: panorami che richiederanno coraggio, trasformazioni sia in economia che nel nostro popolo.

I primi due trimestri dell’anno avremo sicuramente una riduzione del Pil superiore al 10% rispetto alla situazione pre-crisi, con differenze settoriali molto ampie: dal -10% della manifattura al -27% dei servizi legati al turismo, fino al -16% dei servizi di trasporto e delle attività legate all’intrattenimento. Secondo l’analisi, il recupero per l’Italia sarebbe molto graduale, con un rimbalzo solo e forse verso l’autunno, portando al +3,3% nel 2021 e al +1,2% nel 2022.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, in cui l’Italia ha lasciato sul terreno, per non recuperarlo mai del tutto, un pezzo importante della crescita, anche in questa crisi il nostro Paese perderà una parte rilevante della propria crescita. Insomma, negli anni che verranno, l’Italia recupererà solo parzialmente quanto perso nel 2020. E per ottenere almeno questo obiettivo non ci possiamo permettere dispersione di risorse come gli 80 euro, quota 100, reddito di cittadinanza, ma dobbiamo subito costruire una strategia di pronto intervento e di medio termine con un finanziamento mirato alla riorganizzazione dei processi produttivi sulla base di input che innovazione e ricerca scientifica avanzavano anche prima del corona virus che ci ha tagliato le gambe.

Proprio la sistematicità con cui dobbiamo puntare sulla ricerca nei vari settori e comparti deve essere oggetto di finanziamento da parte degli imprenditori che —sostenuti da un budget straordinario con fondi Ue — affrontino la crisi. Allo stesso tempo è necessario non soltanto introdurre innovazione nelle aziende ma anche cambiare mentalità con i quali erano organizzati i processi interni, riprogettando prodotto e organizzazione in maniera strutturale e non estemporanea.

È evidente che anche il nostro sistema scolastico e formativo dovrà cambiare e molto per riadattarsi e offrire la competenza richiesta dal nuovo scenario lavorativo e dovrà accompagnarsi ad un sistema economico che deve generare una quantità di occupazione con salari adeguati sia per chi si immette per la prima volta nel mercato del lavoro sia per quelli che faticosamente stanno già cercando di riqualificarsi per potersi ricollocare.

Sapendo che ci sarà necessariamente una erosione dell’efficacia e delle risorse protettive tradizionali del lavoro quindi accelerando subito il sistema di protezione alla ricerca di nuove opportunità di occupazione e cioè politiche attive e passive che siano capaci di rispondere all’innovazione adattando la vita dell’impresa e delle perone ai cambiamenti, sostenendo l’ingegno umano nella creazione di prodotti nuovi e nuovi posti di lavoro.

Le risorse comunitarie pare non manchino perché dopo il doppio scivolone nella solitudine che ci ha frastornati, le due nuove Presidenti europee hanno l’una presentato un programma vasto di acquisti di titoli di Stato e l’altra un piano straordinario per il sostegno al lavoro “Sure”, per consentire sia alle aziende di sopravvivere a fronte del calo della domanda sia ai lavoratori di non perdere la propria occupazione.

Un fondo europeo mobiliterà risorse fino a cento miliardi di euro, garantite da tutti gli stati membri, sotto forma di prestiti per finanziare iniziative destinate a favorire la reintegrazione occupazionale di lavoratori in cassa integrazione attraverso la riduzione degli orari di lavoro – short-time work – e programmi di formazione. E ancora la Bei (Banca Europea per gli investimenti) è pronta a intervenire per consentirci dopo la pandemia una stagione per sviluppare investimenti e riavviare la costruzione economica.

Allora ecco la necessità di una visione strategica e programmatica per rafforzare le nostre scarcassate infrastrutture, i nostri fragili sistemi socio-sanitari, i nostri bloccati sistemi produttivi per aiutare le imprese, l’occupazione, i redditi e far fronte ai mercati finanziari che come già evidente si stanno muovendo con un forte aumento degli interessi sui nostri titoli di stato.

Serve dunque una garanzia dello Stato e favorire l’erogazione del credito da parte delle banche che faccia arrivare la liquidità alle imprese e non le blocchi con burocrazie estenuanti grazie all’allentamento delle norme europee sugli aiuti di Stato. Prima di tutto dunque il lavoro e far muovere “i nostri gioielli di famiglia” e cioè il manifatturiero, l’agroalimentare, i cantieri, che forniscono prodotti alle imprese straniere: devono ripartire al più presto perché se rimaniamo bloccati l’export integrato si rivolgerà ad altri e ci sostituiranno.

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