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Il Taccuino di Galbusera sulle “patenti”

Il Taccuino di Walter Galbusera

Al corteo del 25 aprile di Milano si sono ripetute le tradizionali manifestazione di intolleranza contro la Brigata Ebraica che sfilava nel corteo, seguita dal PD che non è stato risparmiato dalle contestazioni. Si è trattato comunque di vicende di preoccupante valore simbolico, ma circoscritte. La manifestazione è stata, come sempre, imponente e per circa la metà composta di aderenti alla sinistra più radicale con un’alta presenza di giovani . I “5 Stelle si sono posizionati nel corteo fra il redivivo Partito Comunista e i movimenti filo palestinesi che innalzavano uno striscione richiedendo di attribuire una medaglia d’oro per la resistenza al popolo palestinese. E’ apparso per la prima volta un manifesto a favore di Assad e dell’Iran mentre, curiosamente, l’interminabile corteo era chiuso da un gruppo di giovani di un collettivo che reggevano un telo su cui era scritto perentoriamente: “ Euro di m…..riliberiamo l’Italia”. A seguire il cordone delle forze dell’ordine. Fin qui la breve cronaca.

Sarebbe invece opportuno aprire una pacata riflessione su una delibera del consiglio comunale di Milano che ha introdotto nelle procedure burocratiche per chiedere la concessione di suolo pubblico, sale e spazi per lo svolgimento di manifestazioni e iniziative, patrocini, contributi diretti o indiretti, la sottoscrizione di una dichiarazione in cui si afferma “di riconoscere e rispettare i principi, le norme e i valori della Costituzione Italiana, repubblicana e antifascista che vieta ogni forma di discriminazione basata su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.” Per la verità, il richiamo alla Costituzione, frutto di “un taglia e cuci” poco elegante del testo della Suprema Carta, nell’intenzione di combattere le discriminazioni rischia di introdurne di nuove senza ottenere alcun risultato. Questo tipo di “patente” è però stata introdotta anche a Torino, Padova, Vicenza e in tutte le occasioni è stata votata anche dai consiglieri 5 Stelle. Per combattere sul piano della repressione i sintomi di una (improbabile) minaccia fascista bastano le leggi in vigore che debbono essere applicate dalla Magistratura. Per farlo in termini preventivi sul piano politico e culturale, è necessario tenere viva la memoria storica delle cause che portarono i fascisti al potere, della ventennale dittatura, della guerra e della Resistenza che è patrimonio di un vasto schieramento di forze politiche di orientamenti diversi che si unirono sull’unico obiettivo comune, quello di sconfiggere il fascismo.

Qualche effetto paradossale si è già visto a Padova, dove la commemorazione di una studentessa infoibata dai titini è stata prima vietata ma successivamente, trovato un prestanome, il permesso è stato concesso. Ma vi sono altri interrogativi. Quali sarebbero le sanzioni se un firmatario della “Dichiarazione” mentisse? Più ancora chi sarebbe in grado di provare quello che si verrebbe a configurare un falso in atto pubblico? Più che costruire nuovi e inutili strumenti burocratici, che paradossalmente tolgono credibilità alla causa che vorrebbero servire e sulla cui legittimità si potrebbe discutere a lungo, non sarebbe meglio impegnarsi per garantire effettivamente il rispetto delle norme in vigore sul territorio della repubblica?

Il punto è che non esistono reati di opinione perseguibili in quanto tali . Dichiararsi fascisti può suscitare una legittima indignazione ma l’unica sanzione applicabile è una condanna politica e morale. Un brillante articolo nelle pagine locali di un importante quotidiano nazionale sottolinea che, mentre “ nel ventennio si obbligavano i Professori universitari a giurare fedeltà al regime e chi non lo faceva era escluso dalla cattedra, a Vicenza e Padova cambia l’ordine degli addendi (il plateatico al posto della cattedra e l’antifascismo al posto del fascismo).

Anziché dar vita a una parodia della “tessera del pane”, forse i Sindaci avrebbero fatto meglio a concentrare i propri sforzi sul controllo degli appalti che adottano il meccanismo del massimo ribasso e non garantiscono la clausola sociale a difesa dei lavoratori dipendenti dalle aziende appaltatrici che perdono il contratto.

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