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Il gioco democratico non è la ruota della fortuna

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Il Bloc Notes di Michele Magno

Con l’eclissi di Matteo Renzi, sembrano sulla via del tramonto anche le espressioni che avevano caratterizzato la sua stagione politica: “Uomo solo al comando”, “partito padronale”, “dispotismo mite”. Eppure non si può certo dire che Matteo Salvini sia un semplice “primus inter pares” nella Lega. Non ne è solo il capo, ne è anche il capo assoluto.

Storicamente, la personalizzazione del potere si sdoppia in due forme distinte: quella basata sul denaro o sulla prevalenza degli interessi particolari e quella basata sul carisma, concetto ripreso dal cristianesimo e introdotto nelle scienze sociali da Max Weber. Cogliendo una costante delle organizzazioni complesse dall’antichità fino all’età contemporanea, il sociologo tedesco individua la forza del carisma nell’ascendenza divina che -si tratti di re o profeti- viene solitamente associata al capo, e nella natura messianica del suo messaggio. Il carisma nasce da uno stato di grazia unito, quasi sempre, a una disponibilità al sacrificio come occasione palingenetica. Il capo carismatico promette per sua natura un nuovo inizio, e in questa promessa sta la sua capacità di trascinare le folle.

Platone è stato forse il primo ad affermare il principio della leadership. Nelle “Leggi”, il filosofo greco afferma che vi è chi -essendo nato e educato per questa funzione- deve “comandare, guidare e governare” gli altri perseguendo il bene della polis. Nella cultura ellenica e latina l’interesse per i grandi leader politici e militari è costante. Ma solo nel 69 d.C. la “Lex de imperio Vespasiani” legittima il potere personale assoluto dell’imperatore romano, da cui trae origine la categoria politica del cesarismo.

Se cavalieri e re rappresentano i leader più rilevanti del Medioevo, la “Great Rebellion” inglese del Seicento apre la via al primo episodio cesaristico moderno, la dittatura personale di Oliviero Cromwell. Con la “Glorius Revolution” di fine secolo comincia invece l’era della monarchia costituzionale, che culminerà nella creazione del Gabinetto di governo e dell’istituto del premier. Per altro verso, dalla Rivoluzione americana e dalla Convenzione che ne sancisce la vittoria (1787) nasce la repubblica presidenziale. Le due democrazie anglosassoni si sono così assicurate una leadership personale forte attraverso la sua progressiva istituzionalizzazione.

I principali Stati europei svilupperanno invece il modello della democrazia parlamentare, ma la Francia ha vissuto con i due Bonaparte esperienze illiberali, che hanno ispirato una nuova categoria della politica: il bonapartismo (in verità coincidente con il cesarismo per l’essenziale, ossia il potere personale appoggiato dall’esercito e dal popolo tramite l’istituto del plebiscito). Da ultimo, in pieno ventesimo secolo Italia, Germania e Russia sono state soggette a regimi totalitari. Nella “Führerprinzip” teorizzata da Hitler in “Mein Kampf” (1925-1927), il leader espresso dalla lotta rivoluzionaria, e perciò “selezionato dalla Natura”, nomina i capi di tutte le istanze dello Stato e del partito unico, costruendo dal vertice la piramide del potere.

La riflessione scientifica sulla leadership matura tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo scorso, con i contributi (il già citato Weber a parte) di Gaetano Mosca sulla classe politica e di Vilfredo Pareto sulle élite, di Roberto Michels sui partiti e sui sindacati operai e poi sul fascismo. Mentre il confronto tra totalitarismo e democrazia ha ispirato, negli anni Trenta e Quaranta, le ricerche di Theodor W. Adorno e Mark Horkeimer sulla celebre e controversa “personalità autoritaria”. In questo secolare dibattito non sono però mancate impostazioni poco precise e partigiane, in particolare del rapporto tra leader e società. Secondo gli studiosi più avvertiti “si tratta di un rapporto di interazione, che va esaminato nel suo concreto equilibrio in ciascun caso storico” (Luciano Cavalli, “Il leader e il dittatore”, Ideazione, 2003). Cogliendo questo aspetto del problema, Machiavelli scrive nel “Principe” che per conoscere la “virtù” di Mosè, la “grandezza d’animo” di Ciro e la “eccellenzia” di Teseo erano necessarie le condizioni -rispettivamente- di schiavitù, oppressione e dispersione dei loro popoli; e che quelle tre condizioni si trovavano unitamente presenti nella nostra penisola, ma esasperate, forse proprio per mettere alla prova “la virtù di uno spirito italico”.

Quale che sia il giudizio sulle qualità della leadership, l’evidenza empirica dimostra che essa ha giocato un ruolo cruciale soprattutto nelle situazioni straordinarie, ossia di fondazione o trasformazione di uno Stato. Si è appena detto di Machiavelli, scienziato assai pragmatico della politica. Ma nella concezione della storia di Hegel l’individuo “cosmico-storico” è pur sempre il protagonista delle grandi crisi di transizione, colui che “squarcia l’involucro soffocante del vecchio ordine per farne nascere uno nuovo” . Solo che per il grande fiorentino il leader solca un mare dalle rotte sempre ignote, mentre per il filosofo tedesco (e per Marx) il porto in cui approderà è comunque prestabilito.

In Europa, solo dopo il Secondo conflitto mondiale democrazia e oligarchia riescono a ri- conciliarsi. Solo dopo il 1945 i popoli occidentali, compresi i settori più radicali del movimento operaio, accettano di “usare le proprie élite (le proprie ‘oligarchie democratiche’) per tradurre al livello dello Stato le proprie istanze” (Marco Revelli, “Finale di partito”, Einaudi, 2013). E accettano, anche, un’idea di democrazia vicina a quella elaborata da Joseph Schumpeter. Per l’economista austriaco, il metodo democratico è “lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare” (“Capitalismo, socialismo, democrazia”,Etas, 2001).

Nel passaggio di secolo, in forma prima silenziosa, poi via via più rumorosa e eclatante, la sfiducia nei partiti (pressoché esclusivi interpreti di quel modello di democrazia) esplode clamorosamente. Almeno da noi, la risposta che ha ricevuto più credito è anche la più semplice: la “casta” è diventata insopportabile perché i leader sono peggiorati. Come si suol dire, “non ci sono più i capi di una volta”. Nell’analisi di Roberto Michels era scontato che i capi fossero migliori della massa. Soprattutto “nei partiti del proletariato -scriveva nel 1911- in fatto di cultura, i duci sono di gran lunga superiori all’esercito”. Come si legge nella “Sociologia del partito politico”, “la gratitudine delle masse verso personalità che in nome loro parlano e scrivono, che si sono create la fama di difensori e consiglieri del popolo, […] è naturale e spesso trascende in vera e propria tendenza delle masse alla venerazione dei capi”.

In un quadro istituzionale tendenzialmente delegittimato, in cui si sgretolano le basi materiali della fiducia sociale, non deve allora sorprendere che in Italia si siano rapidamente affermate nuove figure di consiglieri o “capitani” del popolo; e, più in generale, sia riemersa una “tentazione populista” anche nelle forme del tutto inedite della “democrazia digitale”. Al di fuori delle retoriche pantecnologiche, è infatti evidente che le procedure della decisione telematica tendono a cancellare la fase necessariamente problematica e riflessiva della discussione e dell’analisi dei problemi, per promuovere invece i fattori emotivi, le sensazioni immediate, le pulsioni istintive. E anche questo è un paradosso del nostro tempo: che a una sicuramente più vasta acculturazione e conoscenza finisca per corrispondere una contestuale contrazione del momento dell’esame e della deliberazione argomentata, compresso fino alla dimensione puntiforme del fatidico clic, magari integrata da parlamentari estratti a sorte.

Concludo con una nota di pessimismo. Il teatro, la democrazia e le Olimpiadi sono coetanei. Nacquero circa due millenni e mezzo fa in Grecia. All’ombra dell’Acropoli, “si intrecciarono rappresentazione, rappresentanza e competizione: così nacque la politica” (Oliviero Ponte di Pino, “Comico & Politico”, Cortina, 2014). In questo processo il teatro ha avuto un ruolo centrale, perchè fare parte di un pubblico non era soltanto un aspetto della vita sociale della città: era anche un gesto politico fondamentale. Infatti, sedersi come spettatore che valuta e giudica significava partecipare come cittadino, come soggetto politico. Ed è stata in particolare la tragedia a offrire lo strumento cardinale per questa trasformazione, a costituire la specifica forma estetica su cui poggiava la democrazia ateniese. Ebbene, il pericolo che la democrazia italiana (che per Beppe Grillo è ormai un ferro vecchio) divenga il teatro di un’altra forma estetica, quella della commedia dell’arte di Arlecchino e Pulcinella (portentosa messa in scena del nostro atavico istrionismo), c’è e non è da sottovalutare.

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