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I guardiani del potere

Il Bloc Notes di Michele Magno

Contrariamente a quanto si può pensare, gli eunuchi non sono un fenomeno in via di estinzione. Ce lo ricorda Fabio Mini in un bel saggio (“I guardiani del potere”, il Mulino, 2014). I documentari di Stephen White (“Modern day eunuchs”, 2000), di Gian Claudio Guiducci e Franco Sacchi (“American eunuchs”, 2003), di Channel Four (“Eunuchs”, 2007), hanno messo a nudo una tendenza patologica e non circoscritta a presunti spostati. Ci sono siti web come “Born Eunuchs” e “The eunuch archive” che forniscono informazioni e consigli sulla castrazione, e che fanno dell’eunuchismo una specie di ideologia. Qui gli utenti non sono i diseredati del Terzo mondo, ma evoluti cittadini europei e anglosassoni.

Il moderno fascino della castrazione ha componenti molteplici: morbosa curiosità, desiderio di continenza assoluta, mezzo per agghiaccianti esperienze sessuali, tappa del percorso transgender. Talvolta è considerato un modo per rimanere innocenti di fronte alla dilagante corruzione dei costumi. Queste motivazioni, vere o false, plausibili o incredibili, razionali o assurde, cercano di sostituire lo stereotipo dell’eunuco con il mito dell’eunuco, con l’apologia della castrazione come nascita di una persona migliore. Anche per smontare queste castronerie (da castrone: cavallo castrato), non guasta dare un’occhiata alla storia dell’eunuchismo come ha fatto Mini nel suo libro.

Cominciamo da noi, dal Belpaese. La castrazione “euphonica”, cioè per fini musicali, nel corso del Settecento è stata una pratica quasi esclusivamente italiana. Decine di migliaia di giovinetti in età prepuberale -spesso orfani o di umile lignaggio- erano privati dei loro testicoli, recisi clandestinamente da norcini e barbieri. All’epoca non esisteva ancora l’anestesia; al più venivano storditi con una dose di laudano. Consapevoli quindi di rischiare la morte, ma spinti dalla speranza di salire nella scala sociale. Con la diffusione del melodramma, le “voci bianche” di Baldassarre Ferri, Matteo Sassano, Nicolò Grimaldi, Giovanni Battista Velluti erano adorate -e ben retribuite- dal pubblico che gremiva i teatri di tutta Europa. Friedrich Händel ne era entusiasta.

Carlo Broschi (in arte Farinelli), la più famosa ugola d’oro dell’epoca, invitato da Elisabetta Farnese alla corte di Spagna, vi resterà per ventidue anni come direttore degli spettacoli reali. Simbolo dell’opera lirica metastasiana, la sua stella si spegnerà -con disappunto di Gioacchino Rossini- nel nuovo firmamento dei tenori col “do di petto”, dalla virilità innegabile, perfetta per il gusto del Romanticismo. Dopo un’ultima esibizione alla Fenice di Venezia nel “Crociato in Egitto” di Giacomo Meyerbeer (1824), i cantori evirati continueranno ad esibirsi nei cori ecclesiastici. Nel 1878 Leone XIII ne proibisce l’ingaggio, ma solo nel 1903 un motu proprio di Pio X sulla musica sacra porrà fine alle loro prestazioni: “Se dunque si vogliono adoperare le voci acute dei soprani e dei contralti, queste dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa”.

Le origini della castrazione umana, dal latino “castrare”, lemma imparentato con il sanscrito “çastrám” (coltello), risalgono probabilmente agli antichi Sumeri. La mutilazione degli organi genitali maschili è stata adottata nelle guerre primordiali per togliere ai nemici qualcosa di più della stessa vita: la possibilità di trasmetterla. In questo senso, gli eunuchi -grazie alla loro impotenza- saranno più tardi investiti della difesa del bene supremo del potere: la discendenza. I primi grandi imperi – mesopotamici e egiziani, indiani e cinesi- hanno tutti conosciuto la violenza contro gli attributi sessuali come sanzione penale, e hanno diffuso l’eunuchismo tra i popoli sottomessi o satelliti.

Tuttavia, il ricorso agli eunuchi come custodi dei ginecei nasce quando la linea di sangue comincia a delimitare l’accesso al potere, e quando le funzioni regali superano le capacità di controllo diretto del sovrano. I sovrani dei piccoli regni potevano dominare con una famiglia relativamente ristretta e senza allontanarsi quasi mai dalla loro dimora, salvo le battute di caccia, le assenze adulterine e le spedizioni armate. La sicurezza della famiglia reale era allora affidata ai suoi stessi componenti. Solo quando fiducia, onore e virtù iniziano a decadere, diventerà necessaria qualche precauzione come la cintura di castità. Con l’affermazione del modello imperiale, la linea del sangue e la sua integrità dovevano essere assolutamente salvaguardate. L’intera amministrazione del potere aveva bisogno di funzionari senza prole, senza clan e -quindi- senza ambizioni pericolose. Sia come “guardiano di letto” (è questo il significato del termine greco “eunukos”), sia come ambasciatore, generale o spia, l’eunuco ha corrisposto a queste esigenze di carattere politico più che alla gelosia dei regnanti.

I romani non hanno avuto dimestichezza con la sua figura fino all’importazione del culto di Iside dall’Egitto e del culto di Cibele dall’Asia minore, durante la seconda guerra punica (218-202 a.C.). Successivamente la “lussuria asiatica”,come l’aveva definita sant’Agostino, si diffonderà a ritmi vertiginosi. Nel mondo latino gli eunuchi non avevano però compiti di sorveglianti di alcove, quanto di compagni di alcova. Singolarmente, essi occuperanno posizioni di rilievo quando l’impero augusteo diventa cristiano. L’eunuco Eusebio, “praepositus sacri cubicoli” (responsabile della sacra camera da letto) sotto Costantino nel 336 e poi sotto il figlio Costanzo, aveva accumulato ingenti ricchezze confiscando agli oppositori eliminati i loro beni, vendendo cariche e onorificenze, esigendo tangenti sulle forniture imperiali.

È a partire da questo periodo che i rampolli delle dinastie patrizie intravedono nella castrazione un veicolo per carriere luminose. Eusebio era un adepto della dottrina ariana ed il capo di una nutrita comunità di “soci di sventura”, che gli dovevano cieca obbedienza. Aveva convertito al cristianesimo tutti i suoi servi, molti impiegati di corte e la stessa moglie dell’imperatore. Dopo la morte di Costanzo II (361), sarà processato e condannato alla pena capitale da Giuliano l’Apostata, seguace del mitraismo e discepolo del filosofo scita Mardonio, anch’egli eunuco.

Sotto Teodosio (347-395), che pure -insieme a Graziano e Valentiniano- aveva dichiarato nel 380 il cattolicesimo religione di stato, il potere degli eunuchi sarà immenso, ma a quelli eretici verrà tolto il privilegio di redigere testamenti e di ereditare. Un secolo e mezzo più tardi, Giustiniano (527-565) sarà costretto a imporre la legge del taglione ai castratori, per le stragi di cui si macchiavano e per ragioni di morale pubblica. Infatti, sopravvivevano all’evirazione non più di “tre individui su novanta operati”. Inoltre, spose e figli di un evirato o di un vizioso dedito alla frequentazione di eunuchi diventavano facile preda degli sfruttatori della prostituzione femminile e minorile. Ciononostante, l’ideatore del “Corpus iuris civilis” non sarà mai apertamente ostile agli eunuchi: erano troppi e troppo influenti.

Se nelle civiltà mesopotamiche si era affermato il paradigma dell’eunuco sacerdote, a Roma quello di paraninfo, a Bisanzio quello di gestore del potere, l’Islam -pur riservandogli ruoli analoghi- lo specializza nel governo dell’harem, esaltandone nel contempo il valore militare, la fedeltà, la munificenza. Nel nono secolo Kāfur, un eunuco di colore, aveva regnato per un ventennio nella terra dei faraoni proteggendo musici e letterati. Abul Hasan Mu’nis (846-934), un eunuco schiavo, era diventato comandante dell’esercito abbaside e della polizia del califfo. Nella Persia del Cinquecento, l’eunuco Sarou-Taki Khan Mirza era divenuto primo ministro, paragonato a Richelieu quanto ad astuzia e cinismo politico. La sua folgorante ascesa ai vertici del regno safavida è leggendaria. Soldato, aveva abusato di un ragazzo. Poiché i genitori della vittima potevano vendicarsi castrando il colpevole, Sarou-Taki sceglie di autoevirarsi e offre allo shah Abbas su un piatto d’oro il suo scroto in segno di pentimento. A quel punto, lo shah -colpito dal gesto- lo fa curare e lo prende al suo servizio.

È però nell’impero ottomano che le diverse tradizioni dell’eunuchismo si compendiano in un peculiare modello di potere, ostentato come sfida culturale all’occidente. Quattro tra le massime cariche erano riservate agli eunuchi: il gran ciambellano, l’intendente al tesoro della corona, il gran coppiere e l’intendente generale del palazzo. Erano burocrati assai privilegiati e facoltosi. Eunuchi, inoltre, erano i responsabili dei “serragli” delle concubine del sovrano. Quelli di pelle nera erano castrati integrali e potevano circolare liberamente nei quartieri femminili. Quelli di pelle bianca erano “spadoni”, cioè solo senza gonadi, e svolgevano servizi accessori nelle aree esterne all’harem. Gli intrighi delle concubine per infilarsi sotto le lenzuola del sovrano erano spietati, e la complicità degli eunuchi era essenziale. I turchi, ottimi allevatori di cavalli, si erano tuttavia resi conto che la castrazione parziale non era garanzia di fedeltà assoluta e soprattutto d’impotenza totale. Si narra che il sultano Murad III (1546-1595), dopo aver osservato nelle sue scuderie un vigoroso castrone montare con impeto una giumenta, abbia deciso di procedere alla penectomia di tutti gli eunuchi di corte. I sovrani ottomani continueranno comunque a usarli come sentinelle dell’onestà coniugale, sebbene l’alto numero di schiave e di favorite nei ginecei rendesse più che problematico l’accertamento della maternità della prole.

Il termine cinese che designa l’eunuco è “huanguan”, ed è stato rintracciato nelle incisioni su ossa oracolari risalenti al periodo della dinastia Shang (1660-1046 a.C.). Il primo “huanguan” registrato alla corte Zhou si chiamava Ch’in-yen, in servizio nel 720 a.C. Di solito l’evirazione veniva eseguita dagli stessi familiari, ma chi si affidava ai castratori di professione accreditati presso il palazzo imperiale aveva un trattamento più sicuro e vantaggioso: avrebbe potuto pagare in comode rate dopo l’assunzione. L’intervento chirurgico era preceduto da un bagno caldo e dalla somministrazione di una droga come anestetico. Il paziente veniva legato su un tavolo inclinato.

Ricevuto il suo “consenso informato”, i genitali (i “tre gioielli”) venivano stretti con garze di seta e tagliati con un coltello a forma di falcetto (simile a quello che l’iconografia greca metteva nelle mani di Cronos per castrare il padre Urano). La ferita veniva lavata con acqua pepata e ricoperta con bende di carta imbevute di acqua fredda, alternate a manciate di polvere emostatica. Nel canale dell’uretra veniva inserito un piccolo tappo di legno. Appena l’emorragia diminuiva, il paziente veniva aiutato a camminare per un paio d’ore e poi disteso su un giaciglio. Dopo due o tre giorni veniva staccato il tappo uretrale. Se il paziente urinava era salvo, se non urinava periva tra atroci dolori. Gli attributi venivano accuratamente conservati, poiché dovevano essere sepolti con il castrato, altrimenti sarebbe rinato mulo. Purtroppo gli eunuchi cinesi erano accaniti giocatori, e quando erano a corto di denaro o in forte perdita non esitavano a mettere in vendita i “tre gioielli” che riscattavano in caso di vincita. Se non ci riuscivano, si rivolgevano a mercanti dediti al loro lucroso commercio. Come si può intuire, l’espressione “ci scommetto il c…”, da noi tanto comune quanto metaforica, nel Celeste Impero era invece assai concreta.

Addetti in prevalenza al controllo delle concubine (nel 600 d.C. l’imperatore Yang ne aveva oltre tremila), sotto i Ming (1368-1644) gli eunuchi raggiungono le vette del potere. Sbarazzatisi con una congiura di palazzo del monaco contadino Hongwu, il fondatore della dinastia, nell’arco di un cinquantennio si impadroniscono dei gangli vitali dell’apparato statale. Una penetrazione mastodontica e capillare, che li aveva resi arbitri delle più rilevanti decisioni di spesa: nelle costruzioni e nel genio civile, negli arredi e negli allevamenti imperiali. Ma erano gli eunuchi preposti al “servizio di camera” i più ruffiani e, insieme, i più influenti. Il servizio di camera più delicato era la scelta della moglie o della concubina con cui far accoppiare l’imperatore (o il principe).

Quando toccava a una delle mogli, l’eunuco registrava scrupolosamente la data per verificare eventuali gravidanze. Quando toccava a una delle concubine, durante la cena portava all’imperatore un vassoio pieno di tessere metalliche con incastonato il loro nome. L’eunuco lavava e profumava la prescelta, poi l’accompagnava nella stanza da letto del sovrano e aspettava davanti alla porta. Trascorso il tempo prestabilito, gli chiedeva se desiderasse il concepimento. Se la risposta era negativa, curava la contraccezione. Se la contraccezione non funzionava, provvedeva all’aborto. Beninteso, l’eunuco doveva anche preoccuparsi che il rapporto sessuale fosse il più piacevole possibile per i realmaschi. Per questo era esperto nella confezione di potenti afrodisiaci. Nella seconda metà della dinastia Ming spopolava a palazzo la “pillola rossa”, la cui formula segreta era stata svelata da Ming Zhang Shiqie nel trattato “Metodi meravigliosi per allungare la vita”. La pillola comprendeva decine di ingredienti, tra cui una sostanza ricavata dall’essiccazione di una poltiglia ottenuta mescolando residui del ciclo mestruale di ragazze vergini con prugne affumicate.

Sebbene abolito nel 1911, il sistema degli eunuchi nel 1916 contava ancora oltre duemila castrati imperiali. Con la guerra civile, la costituzione della repubblica popolare e la rivoluzione culturale, gli eunuchi saranno perseguitati, banditi, dileggiati e imprigionati. Negli anni Settanta del secolo scorso alcune decine di loro si aggiravano ancora nei vicoli di Pechino: vendevano mobili e oggetti di antiquariato sottratti ai palazzi imperiali. Nel 1996 è morto quasi centenario l’ultimo dei sopravvissuti, Sun Yaoting. Jia Yinghua -un suo biografo- ha descritto la vita a corte di Sun come un inferno, dal quale è stato liberato grazie all’avvento del comunismo.

Come sottolinea Mini, la versione di Jia -scritta nel 1992- gronda di retorica confuciana e di ossequio al regime maoista. Ma le “guardie rosse” tratteranno gli eunuchi come animali, e anche Sun aveva dovuto sottostare alle loro angherie. Oggi è sepolto nel cimitero del suo villaggio, nella contea di Jinghai, insieme ad altri castrati, deceduti dopo l’evirazione o vissuti in povertà e solitudine. Non ha con sé i suoi “tre gioielli”, distrutti dai familiari nel timore di rappresaglie delle autorità comuniste. I suoi pochi oggetti personali sono esposti nel museo di Shijingsham dedicato a Tian Yi, il più famoso eunuco della dinastia Ming. Non era un povero diavolo come Sun Yaoting. Era stato altrettanto longevo ma molto più potente. Eppure l’unico merito della sua quasi divinizzazione era rappresentato dai più di sessant’anni di servizio a corte sotto tre imperatori, in piena lealtà e rettitudine. Per questo era venerato dai vecchi eunuchi. In effetti, osserva Mini, non “ci sono stati mai molti potenti ad avere tali qualità. Meno che mai in Cina, e questo Sun Yaoting lo sapeva”.

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