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Fenomeno Achille Lauro

Non è l’ennesimo bacio finocchio. Non c’era David Bowie. Non rompere l’anima a Renato Zero. Achille Lauro al Festival di Sanremo aveva altro da dire. Agli adolescenti di Instagram e TikTok commentanti. E ai loro genitori. Ai millennial che ce l’hanno su coi boomer. Ragazzini che in zona rossa diversamente colorata da un anno fanno scuola in Dad. E sono un po’ arrabbiati – dirla con due zz fa brutto. Lisergici con quelli che dimenticano di essere stati ai tempi 15enni che si limonavano fuori dai licei con quella del primo banco, la più carina, la più cretina. Cretino tu.

Sia concesso: hanno ragione.

Che in cinque quadri il trentenne De Marinis abbia liquidato tutti è però notevole. Adolescenti e quarantenni assortiti.

Come?

In una preghiera.

Mai si era visto pregare a Sanremo per cinque giorni di fila. Lo ha fatto De Marinis. Altro che il gesto di Amadeus di un veloce quanto criticato segno di croce a inizio campo.

Lauro ha spiazzato. Come?

Pregando. Quasi urlando. Ovvero: pregando. Per cinque giorni di fila.

Lauro vestito di piume glam in prima uscita (lasciate in pace Bowie, altra sera era un riferimento al glam rock con dei – al limite – Venus in Furs in sottofondo di Thom Yorke dei Radiohead); poi le trecce di Mina (oilallà era Mina, boomer…); quindi una Penelope da Odissea con Joyce di mezzo e altre citazioni che una anziana prof di greco è già svenuta. Monica Guerritore – maestosa – ha proposto un alternativo incipit di Margaret Atwood. Ah sì: poi la sposa cadavere, il punk rock con Fiorello. L’ultima – sabato – l’Achille tutto appuntino a gridare di bullismo.

Fluido. Sì. A tratti noioso il Lauro. Sta fluidità.

Invece. No. Per nulla noioso. Ha fregato tutti.

E ci è cascato di nuovo. Meglio: ci sono cascati gli adoranti e i detrattori.

Perché questa volta ha rilanciato.

Pregando.

Prove? Riascoltiamo.

Due appunti:

È giunto il nostro momento.
Colpevoli, innocenti.
Attori, uditori.
Santi, peccatori.
Tutti insieme sulla stessa strada di stelle
Di fronte alle porte del Paradiso.
Tutti con la stessa carne debole.
La stessa rosa che ci trafigge il petto.
Insieme, inginocchiati davanti al sipario della vita.
E così sia.
Dio benedica Solo Noi

San Giovanni della Croce ha scritto cose simili.

Desideri
Quando all’assenza di un padre
Alla passione di Cristo
Alla febbre dell’oro
Quando davanti all’insensibile, arido, asciutto e impassibile
Presente, passato.
Tutti, Nessuno.
Universale, censurato.
Condannato ad una lettura disattenta,
Superficiale.
Imprigionato in una storia scritta da qualcun altro.
Una persona costruita sopra la tua persona.
Divento banale, mi riducono ad un’idea.
Antonomasia di quelli come me.
Rinchiudere una persona in un disegno.
Ma io ero molto di più.
Il pregiudizio è una prigione.
Il giudizio è la condanna.
Dio benedica gli incompresi.

Colpevole chi nega.

Santa Teresa? Compulsare opera omnia della d’Avila in cerca di smentite.

Achille Lauro è colpevole. Ha indossato piume e le ha bruciate in una Penelope dissidente. Si è vestito da sposa per rovesciarsi a terra. Si è avvolto in una treccia per poi congelarsi in una statua.

Ha raccontato un Paese.

Dicendo ai ragazzini di Insta e TikTok che c’è anche altro oltre quegli schermi degli smart. E ai loro genitori che, anziché una stanca alzata di spalle, in quegli schermi scorrono vite.

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