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Ernesto Moneta, il pacifista riluttante

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Il Bloc Notes di Michele MagnoNon solo i letterati e gli scienziati, ma anche i giornalisti italiani possono vantare un premio Nobel. È quello -per la pace- conferito nel 1907 a Ernesto Teodoro Moneta nel municipio di Kristiania (come allora si chiamava Oslo). Oggi “in pochi si ricordano di questo sognatore della concordia tra le genti, profondamente legato al processo di formazione dello Stato unitario” (Francesca Canale Cama, “La pace dei liberi e dei forti”, Bononia University Press, 2013).

Figlio di un piccolo imprenditore, Moneta nasce a Milano il 20 settembre 1833. Appena quindicenne, partecipa attivamente ai moti delle Cinque giornate (18-22 marzo 1848). Già in odore di eresia patriottica al liceo Brera (poi Parini), si rifugia a Genova e successivamente a Ivrea. Nella cittadina canavese vede sfilare i resti dell’armata sabauda sconfitta dalle truppe del maresciallo Radetzky a Novara (23 marzo 1849). Rientrato a Milano, deve fare i conti con una difficile situazione familiare. Morto il padre, l’agiatezza di un tempo è svanita. Ma il ragazzo non si scoraggia, e si getta con entusiasmo nell’agone risorgimentale. Entra in contatto con Daniele Manin e Trivulzio Pallavicino, favorevoli alla creazione di un fronte comune con i monarchici contro l’impero austro-ungarico. Collabora a due fogli diretti da Pallavicino, Unità nazionale e Piccolo Corriere d’Italia. Stabilisce una fitta rete di relazioni con i patrioti piemontesi.

Nel 1858 si arruola nei Cacciatori delle Alpi, la compagnia dei patrioti emigrati in Piemonte in cui militavano tre reggimenti sotto il comando di Giuseppe Garibaldi. Ernesto Teodoro raggiunge subito il grado di sottotenente, ma non riceve l’agognato battesimo del fuoco. Terminata la seconda guerra d’indipendenza, si diffonde la voce che l’eroe dei due mondi e Giuseppe Sirtori stanno preparando un corpo di spedizione diretto in Sicilia. A Sirtori, che era stato suo comandante nella campagna del 1859, riesce a strappare la promessa che sarebbe stato della partita. Non sarà così. Nella notte fra il 5 e 6 maggio 1860 le navi Lombardo e Piemonte lasciano la rada di Quarto, ma il giovane non è a bordo. Nella frenesia dei preparativi, il generale comasco si era dimenticato di avvertirlo. Ernesto Teodoro è però un tipo tosto, e non si arrende. Raggiunge l’isola il 10 giugno, insieme ai novecento volontari che si erano imbarcati sui piroscafi Washington, Franklin e Oregon. Si aggrega al contingente di Sirtori con la funzione di ufficiale di collegamento. In sella a un baio fa la spola fra Caserta, sede del quartier generale, Maddaloni, dove era schierato Nino Bixio, Santa Maria Capua Vetere, dove stazionava Garibaldi. Prende parte a diverse scaramucce con i soldati borbonici e, in seguito, alla lotta contro il brigantaggio. Quando nel 1864 il suo reparto viene smobilitato, si ritira in un podere agricolo della Brianza.

Alla vigilia della terza guerra d’indipendenza, che si concluderà con le disfatte di Custoza (24 giugno 1866) e di Lissa (20 luglio), torna a indossare la divisa. Distaccato presso lo Stato maggiore di Sirtori, assiste sconsolato agli egoismi e alle rivalità tra i vertici militari, al cinismo di decisioni che mettevano futilmente in gioco migliaia di vite umane. Una serie interminabile di errori riconducibile, a suo giudizio, all’illusione -coltivata dal comandante in capo Alfonso La Marmora- che l’Austria avrebbe opposto una timida resistenza al regio esercito. In lui comincia quindi a farsi strada l’idea che le guerre non risolvono i problemi “né secondo giustizia né secondo finalità storiche”. Il seme del suo futuro pacifismo è già piantato. Abbandona quindi l’esercito, indossa nuovamente i panni civili e torna nel capoluogo lombardo.

Sfruttando una antica passione per il teatro, inizia a collaborare come critico degli spettacoli con Il Secolo, una testata della scuderia di Edoardo Sonzogno che stentava a decollare. Nel 1867 l’editore chiama a dirigerlo proprio Moneta. Il giornale non aveva ancora una chiara identità politica. Oscillava tra umori democratici ostili al cavourismo e appelli alla ricostruzione morale e materiale del paese. In pochi mesi il suo profilo si definisce, e cerca di farsi interprete degli ideali risorgimentali e delle impazienze innovatrici della borghesia meneghina. Il neodirettore ne rivendica la missione educatrice, perché dopo i primi passi sulla via della liberazione “siamo ripiombati -ammonisce- in quel medesimo stato di letargo e di mollezza che eccitava un secolo fa l’ira di Vittorio Alfieri”.
Questi obiettivi ambiziosi non impediscono al Secolo di diventare rapidamente il quotidiano più venduto nella penisola. Con un occhio alla formula in voga in Francia, infatti, le sue pagine ospitano anche notizie curiose, rubriche di moda, giochi enigmistici, romanzi d’appendice. Mentre i cronisti di Carlo Romussi rovistano nel mattinale della questura il brogliaccio della copertina nera (da qui la dizione “cronaca nera”), le autorità comunali vengono sollecitate a costruire asili notturni per i poveri, case per i lavoratori, mense economiche. Pur essendo un laico di ferro, Moneta si batte contro ogni atteggiamento irriguardoso verso la fede cattolica. In un articolo del 1871, dichiara che la sua anima mazziniana gli impone un appello a non cadere “né nel materialismo, principio dissolvente per l’umano incivilimento, né nelle braccia del clero”.
L’anno seguente il Secolo apre una vera e propria crociata contro un malcostume assai diffuso

soprattutto tra i nobili e i parlamentari: il ricorso al duello per “lavare” le offese, vere o presunte. Scoppia un putiferio. Lo “scapigliato” Cletto Arrighi ironizza sulle velleità culturali del “foglio sonzoniano delle serve e delle portinaie”, e accusa il suo direttore di essere un pusillanime. Lo scontro diventa inevitabile. I due si sfidano con la sciabola in un luogo segreto per evitare l’irruzione delle guardie. Arrighi ha la peggio, ma la credibilità del ripudio della violenza professato da Moneta ne esce scalfita. Per altro verso, l’episodio rispecchia anche una certa “doppiezza” di taluni ambienti intellettuali dell’epoca: da un lato, vicini a quel verismo letterario sensibile alle vicende degli umili; dall’altro lato, irridenti nei confronti di una gazzetta di taglio popolare che si batteva per alleviarne le sofferenze.

L’impegno giornalistico di Ernesto Teodoro per i diritti del proletariato era in effetti incessante, sebbene ispirato a un riformismo assai distante dal verbo socialista e anarchico. Il medesimo approccio gradualistico riservava a uno dei temi a lui più cari: la riorganizzazione delle Forze armate. È contrario alla ferma di cinque anni, in quanto inutilmente onerosa per le famiglie dei ceti operai e contadini. Propugna un esercito più snello nei numeri e più robusto nelle fortificazioni, in grado di reagire con efficacia solo ad attacchi esterni. Un programma che gli aliena le simpatie delle gerarchie militari, ma che gli procura il plauso di Garibaldi.

È su queste basi che Moneta elabora il suo pacifismo “patriottico e armato”, che non rinuncia alla necessità della difesa nazionale. Ne discuterà con personalità del calibro di Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis, Cesare Lombroso, Napoleone Colajanni, Vilfredo Pareto, Feice Cavallotti. Nel frattempo, ne progetta le forme associative e studia le esperienze del movimento pacifista europeo. Dopo un fallimentare congresso (Ginevra, 1867), quest’ultimo era stato riorganizzato da Frédéric Passy e Hodgson Pratt nella “Società per la pace e l’arbitrato internazionale”. La nuova creatura suscita l’immediato interesse di Moneta. Per due ragioni, come spiegherà più tardi in un’intervista al Corriere della Sera: “la prima fu l’orrore che provai all’epoca delle Cinque giornate di Milano; la seconda era d’altro genere. M’ero accorto che l’Italia non era una nazione combattiva. […] L’educazione militare che la Germania ha con tanta energia diffuso tra i suoi, da noi è ancora un mito. Bisognava dunque diffondere quest’idea della pace presso tutti i popoli anche per amore verso l’Italia”.

La stella polare del suo pacifismo, in altre parole, è una via di mezzo fra “il don Rodrigo e il don Abbondio: conservare rapporti amichevoli con gli altri stati, non parteggiare per nessuna nazione in caso di guerra e combattere per i diritti dei popoli oppressi”. In questo quadro, una condanna della nostra prima avventura coloniale era inevitabile. Il 27 gennaio 1887, il contingente del colonnello Tommaso De Cristoforis viene annientato a Dogali dagli abissini del Negus Giovanni. Uno smacco drammatico, che solleva un’ondata di sdegno in tutto il paese. Moneta, leader incontrastato del pacifismo italiano, prova a scuotere le coscienze dei dubbiosi. Nel 1888 si svolgono diciannove conferenze per la pace in diverse città. In un editoriale apparso sul Secolo (ottobre 1889), chiede al kaiser Guglielmo II -ospite del re a Monza: ” […] che tipo di pace è quella che costa tre miliardi di imposte ogni anno ai poveri popoli, che strappa alle famiglie, ai campi e alle officine braccia utili per farne strumento di morte, quella che fa dell’Europa due grandi campi armati l’uno contro l’altro, che quando si scontreranno riempiranno di stragi le più belle contrade del nostro continente e di orrore tutto il mondo civile?”.
Nel 1896 Moneta si dimette dalla guida del giornale. La sua linea politicamente moderata rischiava di essere scavalcata dal radicalismo acceso di Cavallotti e Romussi. Una prospettiva per lui inaccettabile. Nel gennaio 1898 -con il sostegno dell’industriale Felice Bisleri- fonda una rivista, La Vita Internazionale. Dopo la “protesta dello stomaco” (come la chiamò Colajanni) repressa dal generale Bava Beccaris (7-10 maggio), ripara in Svizzera nel timore di essere arrestato. Rientrato a Milano, a settembre riprende a stampare il quindicinale. Concertato con la rivista franco-belga Humanité Nouvelle, il primo numero invitava a un confronto sulle sorti della civiltà europea. Una specie di referendum, a cui parteciperanno il generale Julius Revel, la baronessa Bertha von Suttner, il fisiologo Charles Robert Richet, l’economista Yves Guyot, il principe Scipione Borghese, Georges Sorel e Lev Tolstoj. La quasi totalità delle risposte si muoveva nel solco tracciato da Moneta di una pace “giuridica”, che cioè non poteva prescindere dall’iniziativa dei governi e delle diplomazie per la risoluzione delle controversie tra stati. Tolstoj, invece, aveva inviato una nota – intitolata “Carthago delenda est- in cui rifiutava seccamente ogni forma di patriottismo e lo stesso dovere civico del soldato di andare a combattere.

Nonostante lo considerassero un acchiappanuvole, Moneta era rispettato e benvoluto da molti suoi nemici. Lo testimonia l’adesione dei direttori delle principali testate milanesi alla manifestazione -da lui promossa nel 1903- in favore delle popolazioni armene e macedoni: Luigi Albertini (Corriere della Sera), Giovanni Bistolfi (Lombardia), Claudio Treves (Tempo), don Ernesto Vercesi (Osservatore cattolico). Tre anni dopo, il congresso mondiale della pace di Milano consacrerà il suo prestigio assoluto.

Anche in età ormai avanzata, il vecchio garibaldino restava un polemista di razza. Nel 1906 suscita scalpore il suo aspro dissidio con Luigi Bignami, direttore del periodico Perseveranza, il quale aveva scritto che quanti “sono contro la casta militare giustificano la viltà umana”. Parimenti ruvida è la critica che rivolge al socialista Gustav Hervè, sostenitore però della tesi opposta. Censura severamente le assurdità dell’antimilitarismo rivoluzionario herveista, anche se “non ne viene l’obbligo d’inchinarsi al militarismo nazionalista, non mai sazio d’imporre nuovi sacrifici ai popoli per fabbricar cannoni e fortezze e per costruire corazzate con l’idea fissa di una guerra vicina”. Immensa sarà dunque la sua sorpresa quando -tra il 1907 e il 1908- si vedrà nel mirino del giornale dei turatiani, La Critica Sociale, dove un giovane Gaetano Salvemini assimilava il pensiero pacifista all’herveismo deridendo la “teoria ernesto-teodoro-monetiana della pace ad ogni costo”.

Giunto al culmine della sua fama, il nome di Moneta comincia a circolare con insistenza per il Nobel. Il drammaturgo norvegese Bjornstjerne Bjornson si offre come mallevadore della candidatura. Il 10 dicembre 1907 viene premiato insieme al giurista Louis Renault, membro della Corte permanente di arbitrato dell’Aja. Perchè -come recitano le motivazioni, “[…] nessun grande giornale europeo ha così come Il Secolo adottato un programma di pacificazione […]”. Perchè, inoltre, ha sviluppato un’idea di milizia popolare sul modello svizzero, in modo da “essere esclusivamente destinato alla difesa della patria”.

Il verdetto dei giudici di Kristiania moltiplica le energie di Ernesto Teodoro, malgrado l’aggravarsi di un glaucoma a un occhio. Nel 1910 manda alle stampe il quarto e ultimo tomo del compendio storico “Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX”. Nel 1911 si presenta alle elezioni comunali in una lista di moderati appoggiata perfino dal Guerin sportivo, che incita così gli elettori: “Non dar Milano alla massoneria e neanche al socialista. Se per te questa lista si completa per qualcun che non desta simpatia, dà al suo nome di frego e metti in vece sua quel di Moneta…”. Ma, quando il 2 ottobre dello stesso anno le truppe italiane sbarcano a Tripoli, si schiera inaspettatamente con Giovanni Giolitti. Lo scompiglio nel movimento pacifista è enorme. Fioccano gli anatemi e le accuse di tradimento. Ribatte che nella sua decisione favorevole alla guerra libica si era fatto guidare dal criterio del male minore: “Impedendo quell’impresa, temetti che potesse essere fatto cadere il governo dando la prevalenza ai nazionalisti con le conseguenze della probabile esplosione di una conflagrazione generale. Ho passato notti insonni per la lotta … [fra] i miei doveri verso la patria e quelli verso l’ideale della pace che non mi ha mai abbandonato”.
I suoi avversari trovano pretestuose queste giustificazioni e non cessano di denunciare la sua “ubriacatura colonialista”. Il cronista della Plebe Paolo Valera, amico di Mussolini e contrario come lui all’occupazione della Tripolitania, gli intima di restituire il premio Nobel che gli era stato incautamente conferito. Moneta attende che la bufera si plachi. Nel 1913, ormai ottantenne e totamente cieco, si reca nella capitale olandese e ribadisce con puntiglio -davanti a una platea di pacifisti sospettosi- le ragioni che avevano consigliato il suo paese ad aprire le ostilità contro la Turchia. Inoltre, quando l’anno dopo esplode il conflitto bellico tra la Triplice e l’Intesa, si dichiara sempre a favore della pace -ma “di una pace che non favorisca la Germania”. Ai neutralisti, sicuri che anche senza la guerra l’Italia avrebbe ottenuto il riscatto delle terre non ancora redente, ricorda come anche nel 1866 essa “avesse già assaporato frutti amarissimi, con la conseguenza che ai danni e alla vergogna della battaglia perduta si aggiungeva il fatto che l’Austria -con il consenso di Bismarck- potè consevare il Trentino, l’Isonzo e il Cadore”.

Per il suo ardente interventismo, Moneta è messo all’indice dalle correnti fondamentaliste e utopiche del pacifismo continentale. In un articolo pubblicato sul Berliner Tageblatt nel giugno 1915, il deputato bavarese Ludwig Quidde lo ricopre d’insulti. Moneta replica indignato che a garanzia della propria buona fede c’era una storia personale “rinsaldata dai principi di libertà e di umanità che tutti i nostri grandi ci tramandarono: Dante, Mazzini, Alberto Gentili -il precursore di Grozio- e Carlo Cattaneo, che negli Stati Uniti d’Europa aveva veduto le maggiori guarentigie della libertà delle singole patrie”. Con questo spirito nel 1916 pubblica uno studio di Pietro Bonfantini, uno degli esponenti più illustri della moderna scuola giuridica italiana, in cui si prefigurava un’unione italo-francese, doganale e monetaria, come nucleo di una più larga Federazione europea.

Ci vorrà un’altra guerra mondiale perché il Vecchio continente accolga la lezione del giureconsulto che aveva infiammato il cuore della camicia rossa. Si congederà dai suoi lettori il 20 gennaio 1918, con un articolo intitolato significativamente “Justitia et pax”. Dopo aver elogiato la proposta di una Lega delle Nazioni, avanzata pochi giorni prima dal presidente americano Woodrow Wilson nel suo famoso discorso dei “Quattordici punti”, concludeva così: “I popoli non dovranno essere più trattati come minorenni, incapaci d’intendere le proprie responsabilità”. Si spegne il 10 febbraio, colpito da una polmonite.

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