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Elisabetta I d’Inghilterra, la regina vergine

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Il Bloc Notes di Michele Magno

“Al momento sono quasi morto di stanchezza a causa della tremenda lotta con la vecchia megera”, confessava Lytton Strachey a Roger Senhouse il 19 aprile 1928. La vecchia megera era Elisabetta I, salita sul trono d’Inghilterra nel 1558. Il primo giovedì di maggio la lotta era giunta al termine. Dopo aver lasciato il dattiloscritto intitolato “Elizabeth and Essex: a tragic history” nell’ufficio londinese dell’editore Chatto&Windus, Lytton poteva tornare a piedi verso Bloomsbury. Era di nuovo libero.Tutto era cominciato il 17 dicembre 1925. Sei mesi di lento lavoro, poi una vacanza con la sorella Pippa a Parigi, dove “la grande, eccitante, avvincente notizia -ironizzava in una lettera a Ottoline Morrell -era che Cocteau… si era convertito al cattolicesimo. Al confronto, il crollo del franco non era nulla”. Così per altri due anni: lunghe pause e molti viaggi, con una sosta anche a Roma. La stesura, molto più di quanto gli era accaduto per “Queen Victoria”, lo coinvolgeva emotivamente. Si mescolava con i ricordi degli amori passati e con le infatuazioni del momento.

Superati i frequenti sbalzi d’umore, riusciva a bruciare tutte le sue energie in una scrittura febbrile. Lytton aveva dedicato il libro a suo fratello James e a Alix Sargant-Florence, provetti traduttori di Freud. Ancora nel 1923 definiva la psicoanalisi una “ridicola frode”. Poi aveva cambiato opinione, e con lui il gruppo di Bloomsbury. Per Virginia Woolf, tuttavia, proprio l’eccesso di sottintesi inconsci facevano di “Elizabeth and Essex” un prodotto superficiale e artefatto. In un saggio sull’arte della biografia (1939), sosterrà che essa “è la più ristretta di tutte le arti, e che se il romanziere è libero, il biografo è vincolato […]. In ‘Elizabeth’ -concludeva- [Lytton] trattò la biografia come un’arte; disprezzò i suoi limiti”.

Ma quello che per la Woolf era un fiasco culturale, si rivelò nel giro di qualche settimana uno straordinario successo editoriale:centodiecimila copie vendute in Gran Bretagna e oltre centocinquantamila negli Stati Uniti. Nonostante il favore del pubblico, la critica letteraria anglosassone considerava Lytton un autore minore. In Italia, Emilio Cecchi lo ha rivalutato come uno dei massimi prosatori del Novecento, capace di ripristinare l’antica dignità classica della biografia. E, diversamente dalla Woolf, ha messo in evidenza la struttura rigorosamente storica di “Elizabeth and Essex” (“Elisabetta e il conte di Essex” è il titolo della traduzione italiana a cura di Maria Teresa Calboli, Castelvecchi, 2014).

Il filo rosso del libro è la passione. E la fiamma della passione brilla soprattutto nella vicenda tragica di Robert Devereux, in cui si riflette “l’agonia spettrale di un mondo ormai scomparso”. Il padre, nominato conte di Essex da Elisabetta, apparteneva a una grande famiglia dell’Inghilterra medievale. Con l’ardore di un crociato era partito per sottomettere l’Irlanda, ma gli intrighi di corte, l’avarizia della regina e la ferocia dei patrioti irlandesi l’avevano sopraffatto: alla fine era morto in rovina e col cuore spezzato. Robert nasce a Netherwood nel 1567, erede di un’illustre quanto povera casata. Lettice Knollys, la madre, era una rappresentante della nuova nobiltà. Scomparso il marito, aveva sposato in seconde nozze Robert Dudley, conte di Leicester. Il giovane Essex diviene così il figliastro della personalità che aveva dominato la corte fin dalla successione di Elisabetta a Maria Tudor.

Della sua tutela si incarica William Cecil Burghley, primo consigliere della regina. A dieci anni frequenta il Trinity College di Cambridge, dove consegue il diploma di “master of arts”. Trascorre l’adolescenza in campagna, nei possedimenti del patrigno a Lanfey e a Chartley. Si distingue per l’abilità nella caccia e nella corsa, ma non disdegna i versi di Virgilio. A diciotto anni è al fianco di Leicester in Olanda, per combattere gli spagnoli. Un cronista del tempo ricorda che nei tornei “suscitava grandi speranze in tutti per la nobile audacia nel maneggiare le armi”. Nella battaglia di Zutphen (1585) sarà tra i più valorosi, meritandosi le insegne di cavaliere vessillifero. Rientrato in patria, la sua ascesa a corte è folgorante. Elisabetta ne è subito affascinata. Il modo di fare schietto di Robert, il suo corpo slanciato e seducente, le splendide mani e i capelli ramati: un nuovo astro splendeva all’improvviso nel firmamento della sovrana. Lei aveva cinquantatré anni, lui non ancora venti. Nella primavera del 1587 il rapporto tra i due è già idilliaco: al mattino fitte conversazioni e distensive passeggiate a cavallo; la sera balli e musica finché le sale di Palazzo Whiteall non si vuotavano, e restavano da soli a giocare a carte tutta la notte.

Sotto la rigida complessità dell’abbigliamento della regina -l’immensa crinolina, la gorgiera tesa, le maniche rigonfie, la polvere di perle, gli enormi veli dorati- scomparivano le forme della donna e si scorgeva un’immagine magnifica, quasi prodigiosa. Ma i codici della sua politica erano l’astuzia, la dissimulazione, il temporeggiamento.Gli spiriti religiosi dell’epoca la deploravano, perché non si era posta alla testa dell’Europa protestante per distruggere il cattolicesimo, trasferendo l’impero spagnolo sotto il dominio britannico. In realtà, non coltivava questa ambizione. Figlia di Anna Bolena e Enrico VIII, solo grazie ai suoi natali si era trovata a capo dei protestanti; in fondo all’animo era profondamente laica. La sua missione non consisteva nell’essere la campionessa della Riforma, ma di un progetto più superbo: il Rinascimento. La “vecchia e feroce chioccia” voleva covare sotto le proprie ali la nazione inglese e le sue aspirazioni coloniali. La dama brusca e prepotente si trasformava così in una donna d’affari dal volto severo, chiusa per giornate intere con i suoi collaboratori a decifrare e dettare dispacci, a esaminare con tagliente scrupolosità le minuzie dei conti. Poi, a un tratto, emergeva la dama erudita e raffinata, padrona di sei lingue, musicista eccellente, esperta di pittura e di poesia. Un contrasto presente anche nel suo aspetto: un fisico alto e ossuto, tormentato da emicranie insopportabili e violente crisi isteriche.

Il matrimonio non era nelle sue corde, e per un ventennio aveva resistito alla pressione incessante di ministri, parlamento, sudditi. Tutti timorosi, essendo la cattolica Maria di Scozia la legittima pretendente alla corona in mancanza di suoi eredi, che il paese fosse consegnato alla tirannia del papa romano. Tuttavia, non era una gelida castità a presidiare il cuore della “regina vergine”. Al contrario, la natura l’aveva dotata di una sensualità talmente irrefrenabile da essere talvolta perfino scandalosa. “Odio l’idea del matrimonio -aveva confidato a lord Sussex- per ragioni che non racconterei neppure a un’anima gemella”. L’odiava, ma la usava anche per tessere le sue trame e tenere in scacco i reali di tutto il continente, attratti da quell’esca impossibile. Per decenni aveva fatto del suo misterioso corpo il perno su cui ruotavano i destini europei. Da ragazza la sua bellezza era indiscussa. Con l’avanzare dell’età la schiena si era incurvata e i lineamenti si erano induriti. Nelle sale di Whiteall di tanto in tanto si sentiva una voce roca e minacciosa: un ambasciatore veniva strigliato, un bottino delle Indie reclamato, un prelato anglicano ammonito. Ma, quando entrava Robert e si inginocchiava ai suoi piedi, Gloriana -come l’aveva chiamata Eduard Spenser nel poema allegorico “The Faerie Queene” (“La regina delle fate”, 1590)- sorrideva felice.

Sconfitta “L’Invencible Armada” di Filippo II (1588), nuovi orizzonti si aprivano a una generazione di uomini avidi di ricchezza e di avventure: Francis Drake, Walter Raleigh, Charles Blount e, ovviamente, Robert Devereux. Quest’ultimo, pur avendo sposato la figlia di sir Francis Walsingham, restava il favorito della regina. Nel 1591 gli viene concesso il comando di un contingente militare in Normandia, per liberare gli ugonotti francesi di Enrico IV dall’assedio della Lega cattolica. Ma l’impulsività e l’avventatezza di Essex portano allo sbaraglio le sue truppe, decimate dalle diserzioni.Ferito nell’orgoglio, riuscirà a riscattarsi sfidando a duello il governatore di Rouen. Tornato a Londra, lo attendevano prove ben più impegnative. Nel 1590 Elisabetta aveva promosso a suo segretario personale il ventisettenne Robert Cecil, il figlio minore di Burghley. L’anziano lord aveva una sorella, a sua volta madre di due figli: Anthony e Francis Bacon. Poco più adulti del cugino, come lui erano di salute cagionevole, intelligenti e ambiziosi. Constatata l’insuperabile ostilità del subdolo zio nei loro confronti, decidono di allearsi con Essex nella scalata al potere. Scelta agevolata dalla caduta in disgrazia di Raleigh, figura carismatica per le sue leggendarie imprese sulle coste americane. Una relazione sentimentale con Elizabeth Throckmorton, damigella d’onore della regina, gli aveva infatti procurato la prigione. Il campo viene così occupato da due fazioni: il nuovo partito di Essex, aggressivo e ansioso di assumere le redini del governo; e il vecchio partito dei Cecil, trincerato nella roccaforte degli antichi privilegi. Questo sarà il nocciolo dello scontro politico in Inghilterra fino alla fine del secolo.

Dopo aver prestato giuramento di fronte al Consiglio privato della Corona nel 1593, Robert mette subito in luce le sue doti diplomatiche. Con l’appoggio dei Bacon, riesce a battere i Cecil sul loro stesso terreno: il controllo degli affari esteri. Nessuna ambasciata europea era priva di un suo emissario. Elisabetta leggeva i suoi appunti e ascoltava le sue raccomandazioni. Rimasta vacante la carica di Attorney general (il consulente legale del governo, responsabile della pubblica accusa), avanza la candidatura di Francis Bacon per il vertice della magistratura inglese. Fin dal primo incontro, era rimasto ammaliato dal suo genio multiforme. Del resto, Francis aveva bisogno di quel posto per saldare i suoi ingenti debiti. Dandy ante litteram, era così schizzinoso che -non riuscendo a sopportare l’odore del cuoio comune- faceva calzare ai suoi servi scarpe di pelle iberica. Beveva solo una costosa birra leggera, l’unica a essere tollerata dal suo palato. Era sempre circondato da bei giovani che gli saccheggiavano le tasche. Malauguratamente, alla Camera dei Comuni si era opposto all’introduzione di una tassa caldeggiata dalla regina. Elisabetta non gli perdona l’affronto. Imbeccata da Burgheley, nel 1594 designa come Attorney general Edward Coke.

Un brutto colpo per il prestigio di Robert. Ma l’occasione per rifarsi arriverà più tardi. Per sventare l’intervento di Filippo II a sostegno dei cattolici irlandesi in rivolta, convince la regina ad allestire una potente flotta navale. Obiettivo: espugnare Cadice. A giugno del 1596 la città andalusa viene conquistata da Essex. La sua fama sale alle stelle. Nel poemetto “Prothalamion”, Spenser lo consacra come “Grande gloria d’Inghilterra e meraviglia del mondo intero, bel ramo dell’albero dell’Onore e fiore di cavalleria”. Elisabetta assiste senza entusiasmo al suo trionfo. La popolarità di Robert la infastidisce e la preoccupa. Francis Bacon lo mette in guardia, e lo invita ad adularla senza pudore e a non vantarsi di “avere molto seguito tra i soldati”. Il filosofo dagli “occhi di vipera” avvertiva con chiarezza i segni di un conflitto latente. Ma regina non può evitare di nominarlo “master of the ordnance” (capo dell’artiglieria e delle fortificazioni), e gli affida il comando di una nuova spedizione nelle acque spagnole. Salpati nel 1597 da Plymouth, i vascelli britannici vengono distrutti da una furiosa tempesta. Essex si salva miracolosamente. Ma il suo naufragio era solo l’infausto prologo di un disastro ancor più terribile. La ruota della fortuna stava girando contro di lui.

Howard di Effingham, suo acerrimo nemico, è insignito del titolo di conte di Nottingham.La regina gli rinfaccia gli errori grossolani commessi nella preparazione dell’impresa. Furibondo per la doppia umiliazione inflittagli da Elisabetta, si ritira nella sua residenza di Wanstead. Le scriverà: “[…] Non sono mai stato tanto orgoglioso, fin quando Vostra Maestà non ha cercato di rendermi un infame. E ora, dal momento che il mio destino non vale più molto, la mia disperazione sarà come fu il mio amore: senza pentimenti”. Le offre lo stesso i propri servigi, e si reca a Whiteall per una risposta. Elisabetta non lo riceve. Il lord cancelliere Thomas Egerton lo esorta a implorare il suo perdono. Essex tergiversa. Sa che il popolo è con lui. È tentato dal braccio di ferro con la sovrana. Alla fine, sceglie la strada della riconciliazione. Non ne conosciamo i dettagli, ma la sera dell’Epifania del 1599 la regina e il conte danzeranno tenendosi per mano davanti alla corte riunita.

Ancora una volta, sarà l’Irlanda il teatro di un nuovo dramma. Dopo la sconfitta degli inglesi nel 1598 a Yellow Ford, sulle rive del Blackwater, la rivolta era divampata in tutta l’isola.Era necessario schiacciarla, perché metteva in gioco la sopravvivenza della dinastia Tudor. Essex, sfruttando con scaltrezza le divisioni interne al Consiglio privato, neutralizza le candidature di lord Mountjoy e di William Knollys e si fa nominare lord deputy (luogotenente) d’Irlanda. Nell’aprile del 1599 arriva a Dublino, con sedicimila fanti e millecinquecento cavalieri, per annientare i ribelli guidati da Hugh O’Neill, conte di Tyrone. Incerto se affrontarlo in campo aperto nell’Ulster, si trastulla per tre mesi in inutili assalti ai castelli del Leinster e del Munster. Nel frattempo, il suo esercito si era dimezzato. La pazienza di Elisabetta stava per finire, ma il popolo di Londra riponeva in lui ancora molte speranze. Speranze a cui allude anche il coro di “Enrico V” di Shakespeare, rappresentato proprio allora al Globe Theatre: “Come Londra riversa nelle strade i suoi cittadini [per il ritorno vittorioso del re dalla Francia], così con pari amore seppure con minor pompa, se il generale della nostra graziosa imperatrice ritornasse dall’Irlanda portando la rivolta infilata sulla punta della spada,[…] quanti lascerebbero le loro pacifiche occupazioni nella città per dargli il benvenuto!”.

La conclusione della campagna militare, invece, deluderà quelle attese. O’Neill propone una tregua che Essex si affretta ad accettare. Il prezzo che pagava era alto, ma fremeva per incontrarsi con Elisabetta e per contrastare la crecente influenza di Robert Cecil a corte. Il 28 settembre attraversa il Tamigi con un drappello di seguaci per raggiungere Nonesuch, nel Surrey, dove si trovava la regina. Un colloquio cortese ma teso, seguito da un ordine imperioso: doveva trasferirsi a York House, sotto la custodia di lord Egerton. Il 29 novembre viene riunita la Camera Stellata ( il tribunale politico supremo istituito dagli Stuart), dove viene letto un documento in cui si elencavano i misfatti del conte. È posto agli arresti domiciliari. Francis Bacon gli volta le spalle. Elisabetta lo priva della sua principale fonte di reddito, il monopolio sull’importazione dei vini dolci. Era rovinato.

Essex si abbandona ai pensieri più folli. Matura l’idea di un colpo di Stato. L’8 febbraio del 1601 marcia su Londra con alcune centinaia di cospiratori. Ma, nonostante i tentativi di arringare la folla, non c’era traccia di sollevamento popolare. I londinesi lo adoravano, ma erano fedeli sudditi della regina. Il lord ammiraglio schiera una fila di cannoni davanti a Wanstead. Dopo una breve trattativa, Essex si arrende e viene condotto nella Torre di Londra. Il suo processo viene fissato per il 18 febbraio, di fronte a una commissione speciale di nobili. L’accusa di alto tradimento è sostenuta da Francis Bacon. Per lui Essex “non era molto diverso da Pisistrato, che si sfregiò e si ferì con le proprie mani, e corse per le strade di Atene urlando che si stava attentando alla sua vita”. La sentenza era scontata. Riconosciuto colpevole, viene condannato alla decapitazione. Molti apettavano un atto di clemenza da parte della regina. Ma il risentimento aveva ormai soffocato l’affetto di un tempo. La mattina del 25 febbraio il conte viene condotto nel cortile della Torre, avvolto in un mantello nero e accompagnato da tre sacerdoti. Salito sul patibolo, si toglie il cappello e fa un cenno d’inchino. Recita quindi una sorta di preghiera a Dio e alla regina, pentendosi dei suoi peccati di “lascivia, lussuria e impurità”. Il boia dovrà abbassare la scure due volte prima di mozzargli la testa.

Nonostante lord Mountjoy avesse costretto alla resa O’Neill e il sogno di un dominio cattolico in Irlanda fosse definitivamente sfumato, i nervi di Elisabetta avevano iniziato a cedere. Incupita e depressa, non toccava quasi più cibo. Secondo la testimonianza di John Harington, si nutriva “soltanto di crostini e brodo di cicoria”. Aprendo i lavori parlamentari, si rivolgerà ai deputati con queste parole: ” […] per mia inclinazione cederei volentieri a chiunque altro il posto che occupo, felice di liberarmi dalla gloria come dalle fatiche. Non voglio regnare più a lungo di quanto sia utile al vostro bene”. All’inizio di marzo del 1603 si trasferisce a Richmond per cambiare aria, ma le sue forze l’abbandonano. Rifiuta le cure dei medici. La rincuorano solo le visite dell’arcivescovo di Canterbury, John Whitgift, che chiamava scherzosamente il “suo nero maritino”. Il 24 marzo, mentre i cortigiani piangevano attorno al letto il suo sonno diventato eterno, in un’altra stanza Robert Cecil ritoccava su un foglio le procedure della successione. Tutto era stato previsto. Anche la sua conferma come primo consigliere di Giacomo I.

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