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Come nella politica anche nello sport le gerarchie globali si stanno ribaltando?

La prima fase del mondiale di Russia del gioco della palla più famoso sentenzia che le ‘grandi squadre’ soffrono. Eliminata la Germania. Non solo detentrice del titolo ma la nazionale con le statistiche migliori nella storia dei mondiali, smentendo clamorosamente il famoso aforisma di Gary Lineker.

Sembra che una next generation di nazionali di piccoli o grandi Paesi, ben organizzate a livello tecnico-tattico-fisico anche senza grandi tradizioni stanno emergendo nella competitività globale del calcio.
Una nazionale di un piccolo paese che ha profonde radici storiche nel pantheon del calcio ha mostrato però nuova linfa e vitalità.
Se l’Inghilterra è la madre del football, l’Uruguay è il padre, recita l’antico adagio.
Un padre con due mondiali vinti, una grande scuola calcistica quella della ‘Celeste’ che ha  il suo mito nella leggendaria vittoria mondiale del 1950 contro il Brasile, sconvolgendo con i gol di Schiaffino, Ghiggia e la grinta del capitano Obdulio Varela (detto El Negro), il Maracanazzo e un intero Paese.
Un paese piccolo ma quando si parla di calcio è tutto gigantesco come la costruzione de “il Centenario”, lo stadio  di Montevideo,  costruito allorché  il primo presidente della FIFA Jules Rimet incaricò l’Uruguay di organizzare la prima edizione della Coppa del Mondo di calcio nel 1930. Dove la Celeste davanti a 80.000 persone sconfisse 4-2 l’Argentina e divenne la prima squadra campione del mondo.
Oggi l’Uruguay presenta una solida squadra a punteggio pieno, con un mix di giocatori giovani e d’esperienza e con due bomber di razza come il Matador Cavani e il Pistolero Suarez.
Ma un mondiale che si gioca nella grande Madre Russia di Dostoyevsky non può non trovare miti, simboli, storie, leggendari principi o sciamani da presentare.
E l’Uruguay ce l’ha in panchina, Oscar Washington Tabarez detto El Maestro. Il CT con il più alto numero di presenze in panchina di una nazionale di tutti i tempi.
 Il suo volto, le sue stampelle, la sua dignità…e citando l’amico e collega del club dei CT indivanati: “Se volessimo credere alla vita come a un film non sarebbe male la storia di un Uruguay stretto attorno al maestro Tabarez che sfidando la malattia e la morte, dopo indicibili sofferenze conquista la terza sfolgorante stella da appuntare al petto…”
E adesso sotto con il Portogallo di CR7.

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