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Difesa, perché la canadese Roshel vuole il sito Stellantis di Brampton

Il costruttore canadese di blindati cerca 186mila metri quadrati per una gara fino a 6 miliardi di dollari. Lo stabilimento di Stellantis fermo dal 2023 è l'occasione, ma il futuro della fabbrica divide azienda, sindacati e politica

Se Stellantis non riparte, Roshel è pronta a farsi avanti. È questo lo scenario che prende forma in Canada, dove il produttore di veicoli blindati guarda allo stabilimento di Brampton (Ontario), fermo dal 2023, come possibile base produttiva per una maxi commessa fino a 6 miliardi di dollari destinata alle forze armate del Paese. Un progetto che intreccia la crisi dell’automotive tradizionale con la crescita dell’industria della difesa e che mette pressione sul gruppo guidato da Antonio Filosa, già alle prese con il rilancio delle attività nordamericane.

PERCHÉ ROSHEL PUNTA SU BRAMPTON

Secondo quanto riportato da Toronto CityNews, Roshel ha ormai esaurito la capacità dei suoi attuali impianti. L’azienda dispone di circa 37mila metri quadri destinati a produzione, ricerca e sviluppo, ma stima di aver bisogno di quasi 186mila metri quadrati per realizzare la commessa, vale a dire una superficie circa cinque volte superiore. Lo stabilimento Stellantis di Brampton, già dotato di linee per l’assemblaggio automobilistico e oggi sostanzialmente inutilizzato, rappresenterebbe quindi una delle poche soluzioni immediatamente disponibili.

Al centro della partita c’è il programma canadese per la fornitura di nuovi Light Utility Vehicles. Roshel è rimasta tra i due concorrenti selezionati dal governo federale e punta ad aggiudicarsi un contratto che prevede la costruzione di 1.600-2.100 veicoli e di altri 400-500 rimorchi leggeri, per un valore complessivo stimato fino a 6 miliardi di dollari.

La decisione sul contratto è attesa entro poche settimane, ma Roshel non può permettersi di restare ferma. Il calendario del programma prevede infatti l’avvio delle consegne già nel 2026 e l’azienda vuole arrivare preparata. “Non possiamo attendere l’assegnazione per essere pronti”, ha detto l’amministratore delegato Roman Shimonov, spiegando che le interlocuzioni per trovare un nuovo stabilimento sono già partite. Una corsa contro il tempo che, secondo il manager, Roshel sarebbe l’unica in grado di vincere: “Siamo gli unici, non solo in Canada ma nel mondo, a poter partire con le consegne già quest’anno”.

CHI È ROSHEL

Fondata nel 2016 e con sede a Brampton, Roshel è diventata in pochi anni uno dei principali produttori nordamericani di veicoli blindati. L’azienda progetta e assembla internamente i propri mezzi e dispone di stabilimenti produttivi in Canada e negli Stati Uniti, oltre a una presenza nella Repubblica Ceca e in Ucraina. Dall’inizio della guerra in Ucraina ha consegnato migliaia di veicoli destinati alle forze armate di Kiev e ad altri Paesi della Nato, tra cui Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia. Per sostenere il nuovo contratto, fa sapere Shimonov, entro la fine dell’anno sarebbe necessario assumere centinaia di nuovi dipendenti, con la prospettiva di arrivare a migliaia di posti di lavoro se l’ordine venisse confermato. “Molte aziende automobilistiche hanno lasciato il Canada. La difesa può colmare quel vuoto e riportare migliaia di persone al lavoro”, sostiene il ceo. L’espansione, però, dipende dall’esito della gara: “Stiamo già assumendo centinaia di dipendenti. Se arriverà la commessa, potremo assumerne migliaia”.

LA BATTAGLIA PER BRAMPTON

La scelta di Brampton non è casuale. Dall’ultimo veicolo uscito dalla linea nel 2023, lo stabilimento è rimasto praticamente inattivo e gran parte dei circa 3.000 dipendenti è stata licenziata. Il Jeep Compass, che avrebbe dovuto essere prodotto nell’impianto, è stato assegnato invece a una fabbrica dell’Illinois e, al momento, non è stato annunciato alcun nuovo programma produttivo per il sito canadese.

Per evitare che l’area venga riconvertita ad altri usi, il Comune di Brampton ha modificato la destinazione urbanistica del terreno, limitandola esclusivamente alla produzione automobilistica. L’obiettivo è impedire che Stellantis possa vendere o affittare il complesso a operatori estranei al settore. Dal canto suo, il gruppo ha ribadito di essere impegnato a individuare “un futuro sostenibile” per lo stabilimento e di proseguire il confronto con governi e altri soggetti interessati per creare le condizioni necessarie alla ripartenza.

I sindacati, però, non intendono rinunciare al sito. “Non permetteremo a Stellantis di tagliare i ponti e andarsene”, ha avvertito Vito Beato, presidente della sezione locale di Unifor, annunciando che il tema sarà centrale nel prossimo negoziato. Ancora più duro il sindaco Patrick Brown, secondo cui da Stellantis sarebbe arrivata l’indicazione che la produzione potrebbe non riprendere prima del 2031. “È inaccettabile”, ha detto, chiedendo al governo federale di pretendere il rispetto degli impegni assunti dopo avere concesso oltre 200 milioni di dollari di finanziamenti pubblici per sostenere la produzione di veicoli elettrici nello stabilimento. Brown, pur ribadendo l’obiettivo di riportare Stellantis a Brampton, si è detto disponibile a favorire un confronto tra azienda, Roshel e sindacato per creare nuovi posti di lavoro ben retribuiti.

Roshel ritiene che l’eventuale assegnazione della commessa possa fare da volano per un vero polo della difesa nella regione. L’azienda ha già avviato una partnership con Algoma Steel per realizzare a Sault Ste. Marie un impianto dedicato alla produzione di acciaio balistico, con l’obiettivo di rafforzare l’autonomia della filiera nelle forniture considerate strategiche.

STELLANTIS TRA RILANCIO E INCERTEZZE

Per Stellantis la vicenda si inserisce in una fase di rilancio dopo anni difficili sul mercato nordamericano. A metà luglio il gruppo ha comunicato che le consegne globali preliminari del secondo trimestre sono salite del 10% a quasi 1,6 milioni di veicoli. Il Nord America ha registrato un balzo del 38%, fino a 445mila unità, grazie ai nuovi modelli Ram e Jeep, mentre l’Europa allargata è cresciuta del 5% a 762mila veicoli. Numeri che rappresentano uno dei primi segnali del piano al 2030 presentato da Filosa, imperniato su nuovi modelli, riorganizzazione dei marchi e partnership industriali, dopo anni segnati da prezzi elevati, problemi di qualità, forte esposizione sull’elettrico e crescente concorrenza dei costruttori cinesi.

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